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Roberto Reverberi: “La Bardiani non si ferma anche senza Giro d’Italia. Presentato un esposto all’UCI”
La Bardiani CSF 7 Saber resterà fuori dal Giro d’Italia 2027. È questo il verdetto di un finale di stagione particolarmente amaro per la formazione Professional italiana che, con la conclusione delle ultime corse, ha visto sfumare la possibilità di rientrare nella Top 30 del ranking UCI a squadre, requisito necessario per poter ambire a un invito ai tre Grandi Giri. Una corsa ai punti combattuta fino alle ultime settimane, nella quale la formazione dei Reverberi si è trovata a inseguire le dirette concorrenti, tra calendari internazionali, strategie e gare disputate anche lontano dai palcoscenici più prestigiosi del ciclismo. Un sistema che, secondo il team italiano, finisce per premiare la ricerca dei punti più che il valore sportivo dei risultati, con conseguenze pesanti soprattutto per le squadre Professional e per i loro sponsor. Abbiamo raggiunto Roberto Reverberi, direttore sportivo della Bardiani CSF 7 Saber, per analizzare quanto accaduto, le criticità del regolamento UCI e le prospettive future di una squadra che, nonostante la delusione, non ha alcuna intenzione di arrendersi. Dall’esposto presentato all’UCI alle difficoltà nel costruire un calendario competitivo, fino alla crescita dei giovani talenti e al recente ingaggio di Juan David Sierra per il 2027: tanti i temi affrontati, con uno sguardo rivolto anche al futuro del ciclismo italiano.
Quando vi siete resi conto che era ormai troppo tardi per porre rimedio?
“Il momento decisivo è stato quando la Picnic PostNL ha conquistato la vittoria al Tour of Guangxi. Da lì è diventato praticamente impossibile colmare il distacco in classifica. Pensare che, a un mese dalla conclusione della stagione, eravamo ancora davanti alla MBH, alla Euskaltel e alla stessa Picnic. Poi la Euskaltel è andata a correre in Algeria, riuscendo a conquistare un bottino importante di punti. Sono stati bravi e abili a individuare quelle opportunità e a sfruttarle, così come avevano fatto andando a correre anche a Panama. Hanno saputo costruire un calendario funzionale alla raccolta dei punti”.
Qual è la tua sincera idea di una situazione che definire grottesca è poco?
“Il problema è proprio il sistema che si è venuto a creare. Siamo 32 squadre a contenderci 30 posti e, per appena due posizioni, siamo costretti a lottare per un’intera stagione, inseguendo punti in ogni parte del mondo. Oggi il ranking è diventato una questione fondamentale e questo porta le squadre a privilegiare corse minori, dove è più semplice raccogliere punti, rispetto a gare importanti e prestigiose, magari proprio quelle di casa nostra. Si finisce così per correre più in funzione della classifica UCI che per cercare una vittoria di valore. È una situazione che genera una pressione enorme anche sui corridori, costretti a vivere tutta la stagione con lo stress di dover continuamente conquistare punti”.
La Bardiani fuori dalle 30 e quindi dal Giro d’Italia 2027: avete ancora la forza (e la voglia) di andare avanti?
“Assolutamente sì, non abbiamo alcuna intenzione di fermarci. Stiamo già lavorando alla programmazione e alla definizione del calendario per la prossima stagione. Nel frattempo abbiamo presentato un esposto ufficiale all’UCI, perché riteniamo che nel finale di stagione possano essersi verificate alcune irregolarità e vogliamo che venga fatta chiarezza. Noi siamo andati a correre anche in Serbia proprio per cercare di recuperare i punti necessari, ma la vittoria della Picnic ha completamente stravolto i nostri piani. A quel punto non siamo più riusciti a recuperare il distacco nelle ultime corse italiane. L’Algeria? Sinceramente non avevamo nemmeno preso in considerazione quella possibilità. Non risultava nulla neppure su ProCyclingStats e non eravamo a conoscenza di quella gara”.
Tuo padre Bruno si è sfogato durante ‘Radio Corsa’, spiegando che questa situazione impedisce di fornire credibilità agli sponsor. Il problema nasce però dalle regole UCI, non c’entra nulla l’Italia. Come uscirne?
“Già lo scorso anno avevamo avanzato la proposta di eliminare questa regola, ma l’UCI non l’ha presa in considerazione. È un sistema che, a nostro avviso, dovrebbe essere rivisto, perché rischia di mettere seriamente in difficoltà realtà che lavorano e investono nel ciclismo da tanti anni. Per il momento possiamo soltanto aspettare e sperare che ci sia ancora qualche possibilità di essere ripescati. Avendo presentato un esposto ufficiale all’UCI, vedremo quali saranno gli sviluppi”.
Poteste tornare indietro, avreste organizzato un calendario differente, dando priorità ai punti più che al “peso” dei risultati?
“Quest’anno abbiamo disputato corse di livello superiore rispetto ad altre squadre, ma il paradosso è proprio questo: conquistare punti in appuntamenti come la Tirreno-Adriatico o il Lombardia è decisamente più complicato rispetto a farlo in gare di seconda fascia. Eppure, alla fine, quello che conta è soltanto il punteggio accumulato. Probabilmente l’UCI non si rende conto fino in fondo del danno che un regolamento del genere può arrecare a una squadra, ai suoi dipendenti e soprattutto agli sponsor che investono nel progetto. Ogni anno qualcuno è destinato a rimanere escluso. Una stagione senza Giro d’Italia si può anche affrontare, perché gli sponsor possono comprendere una situazione del genere, ma per una formazione italiana come la nostra essere presenti alla Corsa Rosa è fondamentale, anche in termini di visibilità e ritorno degli investimenti. Il problema è che questo sistema mette le squadre direttamente in competizione tra loro per ogni singolo punto, dando vita a una rincorsa estenuante, soprattutto nelle ultime settimane della stagione. Diventa difficile programmare serenamente l’attività sportiva quando tutto è condizionato dalla necessità di difendere una posizione in classifica”.
Alcuni corridori della squadra hanno deluso le vostre aspettative?
“Quello che ci ha deluso maggiormente è stato senza dubbio Marcellusi. Rispetto alla passata stagione, nel complesso, siamo riusciti a conquistare più punti, ma è altrettanto vero che alcuni corridori sono venuti meno alle aspettative. Se guardiamo alla MBH, per esempio, circa il 70% dei punti è stato conquistato da Fancellu. Noi, invece, abbiamo avuto un rendimento più omogeneo, con corridori come Covili, Turconi e Tolio che hanno contribuito alla classifica della squadra. Da Marcellusi, che avrebbe dovuto rappresentare uno degli elementi di maggiore esperienza e affidabilità, ci aspettavamo sicuramente qualcosa in più. Dopo il Giro d’Italia il suo rendimento è stato praticamente inesistente e, alla fine, sono stati soprattutto i giovani a tenere duro e a portare avanti la squadra fino alle ultime corse della stagione”.
Altro problema: per le Professional diventa sempre più improbabile ingaggiare un giovane talento, dato che le Development delle World Tour fungono da “aspirapolvere”. Questo vi obbliga a provare a ingaggiare già degli juniores, come faceste con Pellizzari?
“Il regolamento delle 30 squadre condiziona inevitabilmente anche le scelte di mercato. Sei quasi obbligato a cercare corridori che possano garantirti 200 o 300 punti nell’arco della stagione, atleti capaci di mantenere un rendimento costante durante tutto l’anno. Questo, però, rischia di andare a discapito degli investimenti sui giovani e della loro crescita. Oggi molti ragazzi scelgono di entrare nelle development delle squadre World Tour con l’ambizione di fare il salto nella formazione principale. È comprensibile, ma il problema è che non c’è spazio per tutti e, inevitabilmente, qualcuno finisce per dover cercare altre opportunità. Secondo me il percorso ideale resta quello di disputare almeno un paio di stagioni tra gli Under23 prima di affrontare definitivamente il professionismo. È quello che abbiamo fatto, per esempio, con Giulio Pellizzari: era già professionista, ma gli avevamo costruito un calendario che prevedeva competizioni internazionali Under23, affiancate ad alcune gare tra i professionisti più adatte al suo livello di crescita.Bisogna dare ai ragazzi il tempo di maturare, senza bruciare le tappe. Le squadre World Tour possono avere un organico di circa 30 corridori e, per quanto siano strutturate, non possono garantire un posto a tutti i giovani che crescono nei rispettivi vivai”.
Recente il vostro ingaggio di Sierra…
“Sierra è proprio l’esempio di quello che dicevo. Arriva dalla development della Tudor, dove ha avuto modo di crescere, ma non ha trovato lo spazio per essere promosso nella formazione principale. Si è quindi ritrovato a dover cercare un’altra opportunità, facendo quello che, almeno sulla carta, potrebbe sembrare un passo indietro rispetto al percorso intrapreso. Ma non è detto che sia realmente così. Anzi, credo che per ragazzi come lui una squadra come la nostra possa rappresentare l’ambiente giusto per continuare a crescere, trovare spazio e dimostrare il proprio valore. Costruire una formazione puntando anche su quei giovani che non riescono a trovare posto nelle squadre World Tour, dopo essere passati dalle development, potrebbe essere una strada interessante. Magari nell’arco di un paio d’anni riesci a costruire una squadra di ottimo livello, dando a questi ragazzi il tempo e le opportunità necessarie per maturare e affermarsi”.
