BadmintonLos Angeles 2028
Fabio Caponio punta Los Angeles 2028: “Voglio continuare a crescere e raggiungere obiettivi sempre più grandi”
Fabio Caponio, alfiere italiano del badminton, è stato ospite nell’ultima puntata di Focus, rubrica in onda sul canale YouTube di OA Sport. L’azzurro ha raggiunto quello che fino ad ora è il punto più alto della sua carriera con l’oro ai Giochi del Mediterraneo, primo italiano a conquistare il prestigioso alloro nella competizione. Caponio ha raccontato il suo percorso partendo dall’approccio con il badminton per arrivare al sogno di Los Angeles 2028.
Sull’approccio al badminton: “Ho iniziato per caso perché non praticavo nessuno sport a sette anni, solo qualcosa per strada giù in Puglia tra calcio, magari qualche volta basket con gli amici. Ho approcciato il badminton in un modo diverso. Ero con i miei nonni materni quel giorno e stavamo andando a prendere mio cugino nella palestra dove si allenava e a quanto pare praticava questo sport che non si vede tutti i giorni quindi entrando in palestra ho visto appunto il badminton, questo volano che restava sempre in aria, veniva colpito da una racchetta simile a quella del tennis ma completamente diversa, molto più leggera, con una testa più piccola e anche con movimenti completamente differenti. Son tornato a casa e ho chiesto a mio papà se potessi provarlo perché appunto era intrigante e mi aveva molto colpito. Mio papà non sapeva che sport fosse ovviamente perché al Sud non è molto praticato. Però abbiamo deciso di provarci e piano piano, ovviamente all’inizio era esclusivamente divertimento, vedevamo che qualcosa poteva nascere perché già all’età di dieci anni, quindi dopo appena tre anni, degli scout della nazionale sono scesi a Bari, per dare un’occhiata ai giovani del territorio. Avevano proprio puntato su di me e avevano iniziato a propormi di fare dei raduni tra Milano e il Trentino Alto Adige con la nazionale e da lì diciamo che è nato il tutto”.
Sulle attese dei genitori e il trasferimento a Milano: “Non me l’aspettavo neanch’io perché ricordo benissimo che a dodici anni quando mi è arrivata la lettera dalla Federazione che mi invitava a trasferirmi al centro nazionale di Milano per avere una possibilità di crescita maggiore rispetto a quella che sarebbe stata giù in Puglia. Ricordo che ero a casa di mia nonna che piangevo sul letto perché non volevo trasferirmi, ovviamente a dodici anni era difficile prendere una decisione così importante di lasciare la propria famiglia per poter andare a vivere da solo tra virgolette in una città così grande. I miei genitori sono stati coloro che mi hanno spinto a prendere questa decisione perché sempre mi dicevano puoi provare perché sai che la porta di casa sarà sempre aperta, nel senso se non dovesse andar bene, se non ti piace, se ti trovi male puoi sempre tornare a casa. Sono stati loro a spingermi e credo che è stato anche molto duro per loro, sono sicuro che per mia mamma lo è stato, mio papà magari tiene l’emozione un po’ più dentro. È stato difficile sia per loro che per me ma devo essere sincero che sono stati loro a spingermi a mandarmi a Milano. Ho un fratello del 2001 e una sorellina che ha appena dieci anni, è nata poco fa visto che ne ho 27 quindi abbiamo 17 anni di differenza”.
Sulla distanza con il nucleo familiare: “Mio fratello ha sofferto e mia sorella è stata un po’ più fortunata perché io ero già via, quindi non ha dovuto soffrire così tanto però il problema è che, quando vado giù a trovare la mia famiglia per Natale o qualche settimana durante l’anno quando ho la possibilità, soffre molto perché quando vado via di casa sa che non tornerò presto ma dovranno passare due-tre mesi prima di vederci ancora quindi non è semplice neanche ad oggi ma sono contentissimo di quello che sto facendo”.
Sul non aver seguito l’infanzia della sorella più piccola: “Ci penso spesso e penso a tutte le cose che ho sacrificato, molto spesso sto male tutt’ora, però ovviamente so che per avere una vita da atleta, da professionista di alto livello, ci sono tanti sacrifici da fare e tra virgolette purtroppo c’è anche questo, non aver assistito alla nascita di mia sorella non è stato semplice perché ricordo che ero proprio a un torneo in Slovenia, credo ero ancora piccolo, ancora nei tornei junior e quindi neanche quel momento. Però ci sono stati anche tanti altri momenti che ho dovuto sacrificare, però fa parte del processo. E lo rifarei? Sì, lo rifarei. È stato duro, però ne è valsa la pena”.
Sulla normalità in termini anagrafici della carriera costruita fin qui: “Devo dire che purtroppo in Italia il badminton non è così praticato, non è pubblicizzato e non ci sono tutte le strutture adatte oppure tanti club che possono fornire un allenamento adeguato. Nel resto del mondo il mio percorso è abbastanza normale, nel senso non il trasferimento da un piccolo paese a una città grande all’età di dodici anni, ma quanto iniziare a sette anni e avere questo percorso. C’è tanta differenza tra Europa e Asia perché il nostro sport è molto famoso in Asia come il nostro calcio. Loro sono i più forti del nostro sport e loro sono tanto forti da giovani quindi da quando hanno magari 17-18 anni fino a quando ne hanno venticinque, raggiungono il loro picco molto presto perché la competizione interna che hanno in Asia è molto alta e quindi si danno battaglia tra di loro. In Europa siccome è molto più piccolo il mondo del badminton la competizione interna non è troppo alta, poi ovviamente dipende da paesi: in Danimarca, in Francia, in Germania la competizione è anche alta, però in Italia è contenuta. Però diciamo che il giocatore europeo raggiunge il suo massimo tendenzialmente dai 26 anni in su, quando inizia a maturare. Ecco, quindi ci sono differenze tra Europa e Asia”.
Sulle conseguenze della vittoria del titolo italiano a sedici anni: “La vittoria del titolo assoluto a sedici anni e poi di tanti tornei junior, quindi Under 15-17-19 a quell’età, mi ha dato fiducia e mi ha regalato quella spinta per continuare a insistere e a vedere dove potevo arrivare, perché comunque ero ancora piccolo, ero sempre fuori da casa e vivevo da solo o con gli altri ragazzi in una foresteria e quindi è stato più una motivazione, una spinta, non ha mai creato pressioni. Le pressioni sono arrivate maggiormente quando sono cresciuto e quando da me stesso mi aspetto poi grandi risultati”.
Sulle aspettative nello sport e nello studio: “Mi aspetto tanto in ogni cosa che faccio. Nella vita quotidiana o nell’università, nello studio o nello sport. Qualsiasi cosa che faccio per me deve essere sempre fatta al massimo sennò non ha senso che la inizio a fare”.
Sull’aspettarsi tanto da sé stesso: “A volte forse troppo e sono troppo esigente con me stesso, sono anche un po’ troppo duro, cattivo. Ho la fortuna di avere accanto la mia ragazza che è molto più positiva e a volte se sono troppo duro con me stesso è lei che mi calma, mi fa vedere le cose anche un po’ più razionalmente”.
Sull’importanza di una fidanzata che pratica lo stesso sport: “Lei casualmente fa lo stesso sport però è di Bergamo. Sì, cerchiamo, specialmente quando finiamo di allenarci, di staccare completamente. Magari se c’è qualche argomento che dobbiamo affrontare per quanto riguarda dettagli di trasferte, di competizioni o altro lo facciamo, però cerchiamo sempre di staccare perché sennò diventa anche pesante ogni giorno. Passiamo in palestra praticamente tutto il giorno, quindi quel poco tempo che abbiamo a pranzo e la sera cerchiamo di dedicarlo a noi stessi”.
Sulla vittoria dell’Algeria International come ripartenza del proprio percorso: “Ci sono stati due momenti diversi perché abbiamo cambiato direzione tecnica circa un anno e mezzo fa. Il quadriennio passato è completamente opposto da quello che sto vivendo adesso. Durante Parigi, nonostante io sia maturato più in fretta rispetto agli altri ragazzi perché mi sono trasferito presto a Milano quindi affrontando praticamente tutta la vita da solo ho dovuto crescere più in fretta, mi sentivo a livello sportivo, a livello di gioco a livello tattico e tecnico più immaturo rispetto al giocatore che sono oggi, parliamo quindi di due quadrienni opposti. Ho vinto delle competizioni internazionali anche nel quadriennio passato, quello di Parigi, però se me lo dovessero chiedere lo staccherei, cioè nel senso quello che è iniziato un anno e mezzo fa con la vittoria dell’Algeria e il secondo posto in Messico e altre competizioni è un percorso a parte, è un nuovo Fabio. Il dopo Parigi non è stato semplice perché purtroppo la nostra qualificazione olimpica permette solo l’accesso a un ragazzo alle Olimpiadi e anche noi ovviamente abbiamo una competizione interna. Io ero in competizione con questo mio amico Giovanni Toti e lui era davanti a me nel ranking, però entrambi eravamo qualificati all’Olimpiade. Visto che viene preso il primo del ranking mondiale c’è andato lui e ovviamente per me è stata dura perché è un sogno, l’obiettivo di ogni sportivo. Diciamo però che dopo la pausa di un mesetto, ho avuto la stessa motivazione di ricominciare, ovviamente col sogno e anzi soprattutto l’obiettivo di essere presente a Los Angeles 2028 e ad oggi sono una persona completamente diversa rispetto a quella di Parigi”.
Sulla maturazione della propria consapevolezza e i cambi nel proprio gioco: “Con il nuovo staff abbiamo cercato di analizzare a gennaio 2025 cosa potesse cambiare per poter essere più incisivo durante le partite sia a livello tecnico che tattico. Abbiamo lavorato tanti mesi in cui i risultati non arrivavano perché stavo cambiando e quando tu cambi la tua routine perdi confidenza. Perdi fiducia in quello che tu sai fare perché stai portando cose nuove dentro il tuo bagaglio e diciamo che sono stati mesi duri. Il lavoro ha iniziato però a portare i suoi frutti e oggi sono molto più maturo perché sono concentrato su me stesso, sulle cose che io posso far bene senza concentrarmi troppo sull’avversario che è di là. In primis cerco di concentrarmi su di me, su cosa posso fare bene e poi cerco di vedere anche durante una partita l’avversario dove può mettermi in difficoltà”.
Sull’impegnativa finale dei Giochi del Mediterraneo: “Entrambi i set sono stati molto tirati contro un avversario con cui non avevo mai vinto. Lui ha passaporto croato, ma in realtà è indonesiano e quindi parliamo di una cultura di badminton molto forte. Sulla carta non ero favorito, ma non avevo nessun tipo di pressione, anzi era tutto a mio favore. Il palazzetto era pieno ed erano tutti per me e questo l’ho visto dall’inizio perché quando siamo scesi in campo ho guardato la faccia del mio amico e ho visto che non era come al solito, non aveva la stessa fiducia, era un po’ più preoccupato perché ha visto questo muro di persone con bandiere dell’Italia, striscioni, trombette e qualsiasi cosa e l’ho visto un po’ intimorito. Dall’altra parte c’ero io che quel giorno non avevo dubbi e questo non mi succede spesso nel senso che magari quando giochi i dubbi ti arrivano sulle scelte giuste o sui colpi tirati. Quel giorno invece non c’erano dubbi, c’era solo carica, era come se avessi sempre energie da dedicare e veramente è stato un successo da tutti i punti di vista. È stata, nonostante il fatto che giocassi in Italia e a casa mia in Puglia, sofferta quindi per far capire comunque il valore dell’avversario”.
Sui cambiamenti tra il podio conquistato nel 2022 con Toti e quello di Taranto: “Sì, completamente. Mi ricordo ancora il quarto di finale che ho perso in singolo maschile in Algeria. Lì ad esempio sentivo tanta pressione, ero più piccolo, sicuramente la gestione non è stata come quella di Taranto e sentivo che dovevo per forza vincere perché in quella partita ero il favorito e purtroppo le emozioni hanno preso il sopravvento. Ricordo che ho perso quella partita in tre set e ha fatto male. Qui a Taranto c’era solo tanta sicurezza e tanta voglia di far bene anche perché vedere la mia famiglia che ogni mattina faceva un’ora e mezza di strada per venire a vedermi, ci tenevo che continuassero a gioire a essere felici di guardare il proprio figlio o il proprio cugino, amico vederlo in campo e vederlo trionfare a questa manifestazione che comunque in Puglia è stata un successo e non è così comune avere un evento così grande lì”.
Sull’aver vinto per sé o per le persone che l’hanno sostenuto: “Ho vinto sicuramente più per loro perché è un’emozione che non penso rivivrò così spesso e tutto questo grazie alla mia famiglia, i miei parenti, non è comune averne così tanti e in alcuni giorni così importanti”.
Sulle aspettative per i prossimi anni: “Il prossimo obiettivo è sicuramente la qualificazione olimpica che va da maggio 2027 a maggio 2028. Dura un anno, un anno veramente impegnativo in cui sarò più settimane fuori casa che in Italia e però l’abbiamo già fatto e quindi siamo pronti. Darò tutto per essere là e questo è sicuramente l’obiettivo principale”.
Sulla reazione all’eventuale mancata qualificazione a Los Angeles: “Penso proprio che farò di tutto affinché non succeda, però ogni percorso ti insegna qualcosa e sono sicuro che se per qualche motivo non dovesse arrivare, non fa parte di me mollare o dire vabbè ci ho provato basta. Credo che continuerò ancora a provarci e se dovesse arrivare invece continuerò anche a provarci per una seconda volta e per obiettivi ancora più grandi”.
Sulla possibilità dell’ultima qualificazione olimpica: “Non penso, al momento non ho questo pensiero e ho voglia, fin quando il fisico lo permette e anche ovviamente la testa, continuerò a spingere”.
Sulle proprie aspirazioni da grande: “Ho avuto l’onore di entrare nell’Aeronautica militare nel 2017 quando avevo appena diciotto anni. Ovviamente senza l’Aeronautica forse oggi non sarei qui perché il loro sostegno è stato ed è tuttora fondamentale. Mi sono sempre stati vicino e anche in uno dei momenti più belli della mia vita fino ad ora, che è stato Taranto 2026, loro erano là e mi hanno sostenuto tanto e hanno gioito con me, quindi è stato bello averli vicino. Però non vorrei lasciare tutto quello che sto costruendo nel mondo sportivo e anche aiutare il badminton italiano a crescere, visto che comunque di esperienza ne sto accumulando tanta. Ho questo pallino in testa di voler dare il mio contributo alla Federazione e quindi ci penserò tra un po’ di anni”.
