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TennisUS Open

Zverev, l’anno della svolta: campione vero o re di un vuoto?

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Alexander Zverev
Alexander Zverev / IPA Sport

C’è un modo semplice per raccontare la stagione di Alexander Zverev: il tedesco è l’unico giocatore ad aver raggiunto almeno la semifinale in tutti e quattro gli Slam del 2026, ha conquistato a Parigi il primo Major della carriera, ha disputato la finale di Wimbledon e ora è nuovamente tra i primi quattro a New York.

Se dovesse vincere gli US Open, chiuderebbe l’anno con due titoli Slam, sarebbe il giocatore con più Major conquistati nel 2026 e potrebbe mettere seriamente nel mirino anche il numero uno del mondo.

Un bilancio straordinario, dunque. Ma anche una stagione che merita una lettura più approfondita, perché accanto alla legittima celebrazione di Zverev esiste una domanda altrettanto legittima: quanto valgono questi risultati nel momento storico in cui sono arrivati?

Il dubbio non riguarda la loro validità. I risultati restano risultati e nessuno può togliere a Zverev una vittoria perché un avversario era infortunato, debilitato o assente. Nel tennis, la disponibilità fisica fa parte della competizione. Ma un conto è stabilire il valore oggettivo di un risultato, un altro è capire cosa quel risultato racconti dei reali rapporti di forza.

Il Roland Garros è il caso più evidente. Zverev ha finalmente conquistato il primo Slam della carriera, cancellando almeno in parte la lunga serie di occasioni mancate che aveva accompagnato il suo percorso ai vertici. Ma lo ha fatto in un torneo nel quale Carlos Alcaraz era assente per il problema al polso e Jannik Sinner, dall’altra parte del tabellone, è stato eliminato al secondo turno da Juan Manuel Cerundolo dopo aver accusato un evidente crollo fisico.

Questo non significa che Zverev abbia “rubato” il Roland Garros. Significa che ha conquistato uno Slam in un torneo nel quale i due giocatori che avevano dominato i Major precedenti non erano nelle condizioni di contenderselo fino in fondo. È una differenza sottile, ma fondamentale.

A Wimbledon il quadro è cambiato. Zverev ha raggiunto la finale, confermando che Parigi non era stato un episodio isolato, ma dall’altra parte della rete ha trovato proprio Sinner. L’italiano ha rimontato dopo aver perso il primo set e ha conquistato il titolo. Quella partita ha offerto una prima risposta importante: Zverev è ormai abbastanza forte da arrivare con continuità fino in fondo nei grandi tornei, ma quando uno dei due grandi dominatori dell’ultimo triennio è presente e competitivo, il tedesco non è ancora riuscito a trasformare la crescita in una superiorità.

Gli US Open ripropongono, almeno in parte, il discorso di Parigi. Sinner è assente per l’infortunio al ginocchio destro, mentre Alcaraz è tornato in campo dopo una lunga lontananza dal circuito e non è ancora apparso al meglio. Zverev, intanto, ha raggiunto la semifinale ed è diventato l’unico tennista capace di arrivare tra i primi quattro in tutti gli Slam dell’anno.

Dire quindi che Zverev ha beneficiato delle difficoltà di Sinner e Alcaraz non significa sminuirne i risultati. Nel tennis, essere disponibili quando gli altri non lo sono è già una forma di merito. Il calendario è lungo, il corpo fa parte della prestazione e Zverev, nel 2026, è stato capace di rimanere in piedi più a lungo di molti dei suoi rivali. Soprattutto, ha trasformato le opportunità in risultati.

La domanda, allora, non è se i risultati del tedesco siano validi. Lo sono. La domanda è cosa dimostrino. Dimostrano che Zverev appartiene stabilmente al gruppo dei giocatori capaci di vincere uno Slam. Dimostrano che il successo di Parigi non è stato soltanto il prodotto di un’occasione irripetibile. E dimostrano che, sul piano della continuità nei Major, nel 2026 nessuno ha fatto meglio di lui. Non dimostrano ancora, però, che sia diventato il giocatore più forte del mondo.

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