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TennisUS Open

US Open 2026, Alcaraz è tornato e il problema è degli altri. Italia, con due sorrisi e tre mal di testa

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Carlos Alcaraz

Quattro mesi e mezzo dopo, Carlos Alcaraz è tornato a fare quello che gli riesce meglio: giocare a tennis. E vincere. Non era una partita qualsiasi, non era un rientro qualsiasi, non era nemmeno un polso qualsiasi. C’era di mezzo un infortunio che aveva fermato il campione in carica, una lunga riabilitazione e, soprattutto, quella domanda inevitabile che accompagna ogni ritorno: sarà ancora lui?

La risposta, per ora, è sì. Alcaraz ha liquidato Roman Safiullin 6-4, 6-4, 6-4, in 2 ore e 22 minuti, tornando in singolare dopo 139 giorni. Ha prodotto più di venti vincenti di dritto, ha mostrato mobilità, varietà, istinto. E soprattutto non ha mostrato dolore.

Non è ancora il Carlitos formato esportazione Slam, quello che corre come se avesse dimenticato dove ha parcheggiato la macchina e inventa soluzioni mentre gli altri stanno ancora cercando il problema. Ma è già abbastanza vicino da mettere in allarme la compagnia.

Il dato più interessante, forse, è proprio questo: Alcaraz non ha avuto bisogno di essere straordinario. Ha amministrato. Ha concesso qualcosa, ha subito un break nel secondo set, poi ha rimesso le cose a posto con la rapidità di chi non ha intenzione di discutere troppo. Il servizio è stato prudente, la velocità media è rimasta attorno alle 113 miglia orarie, ma il diritto, quello che più di ogni altro poteva alimentare i dubbi sul polso, ha risposto presente. 20 vincenti e appena 9 errori non forzati raccontano già parecchio.

E allora il torneo cambia faccia. Sinner non c’è. Djokovic è uscito subito, battuto da Mariano Navone in cinque set, dopo una partita nella quale il serbo ha accusato anche problemi fisici. È stata la sua prima eliminazione al primo turno di uno Slam dal 2006.

Alcaraz, invece, è dentro. E ha davanti un tabellone che, almeno sulla carta, gli consente di crescere senza dover scalare l’Everest già al secondo turno: adesso c’è il portoghese Jaime Faria.

È qui che si annida il pericolo. Perché quattro mesi e mezzo senza partite non si recuperano in una sera, ma si possono recuperare giocando. Ogni turno aggiungerà ritmo, fiducia, automatismi. Il motore, insomma, dovrebbe salire di giri. E se il polso resta tranquillo, la domanda non sarà più se Alcaraz possa vincere questo torneo, ma chi abbia davvero voglia di incontrarlo quando sarà tornato al cento per cento.

Con sette Slam già in bacheca, compreso l’Australian Open conquistato a gennaio che gli ha regalato il Career Grand Slam, l’ottavo Major non è fantasia da bar dello sport. È una possibilità concreta. E il terzo US Open sarebbe perfettamente coerente con la storia di un ragazzo che a 23 anni ha già accumulato numeri da pensionato del tennis.

Il bilancio azzurro della giornata dice due vittorie e tre sconfitte. Numeri che non fanno saltare il tappo dello champagne, ma nemmeno consigliano di buttare via la bottiglia.

Matteo Berrettini ha fatto il suo, battendo Stan Wawrinka 7-6 (4), 7-6 (3), 6-0. Ma dentro quel bagel finale c’è una storia molto più lunga: due set combattuti, occasioni per lo svizzero, set point mancati e due tie-break nei quali Berrettini ha avuto la freddezza che serviva. Poi, improvvisamente, la partita è finita. Anche perché per Wawrinka era l’ultima recita Slam, a 41 anni, proprio sul campo dove aveva conquistato il titolo nel 2016. Una specie di tennis che saluta il tennis.

Per Matteo, però, conta soprattutto il seguito. Al secondo turno c’è Navone, l’uomo che ha appena mandato a casa Djokovic. Un avversario da prendere sul serio, naturalmente, ma anche un’occasione. Il tabellone, dopo il terremoto serbo, ha aperto una porta. Il romano dovrà evitare di entrare facendo troppo rumore.

Buona anche la partenza di Luciano Darderi, testa di serie numero 21, contro il qualificato britannico Harry Wendelken. L’italo-argentino arriva da una stagione sul cemento interessante e ha già mostrato di poter stare dentro partite importanti: nel 2026 ha un bilancio complessivo di 33 vittorie e 22 sconfitte, con un significativo 8-8 sul cemento.

Adesso lo aspetta il ceco Dalibor Svrcina. Non esattamente un nome che obbliga a cambiare canale. Ma proprio per questo sarà una partita delicata: quando il tabellone sembra offrire una scorciatoia, il tennis spesso mette un cartello con scritto “attenzione, lavori in corso”.

Poi ci sono le sconfitteFederico Cinà perde da Alex Michelsen 6-4, 6-1, 6-0. La prima parte del match, interrotta dalla pioggia sul 6-4, 1-1, lasciava spazio a un’altra storia. Dopo la pausa, invece, il siciliano ha smesso praticamente di giocare: zero game nei due set successivi.

La sconfitta ci sta. Michelsen è numero 41 del mondo e sul cemento nel 2026 viaggia con un bilancio di 19-10, il 65,5% di vittorie. Quello che convince poco è il modo. Perdere è una faccenda tecnica; arrendersi è un’altra. E un ragazzo come Cinà, arrivato al main draw passando dalle qualificazioni, ha soprattutto bisogno di imparare a restare dentro la partita quando la partita gli si mette contro.

Amaro anche il ko di Matteo Arnaldi, testa di serie numero 30, contro James Duckworth: 5-7, 6-3, 6-2, 7-6. L’australiano arrivava da Winston-Salem con una condizione più che ottima, ma Arnaldi aveva comunque gli strumenti per complicargli molto di più la vita. Ha convertito appena 4 delle 15 occasioni avute in risposta. Duckworth, invece, ha messo in campo 16 ace e vinto il 58 per cento dei punti sulla seconda del ligure.

Sono numeri che raccontano bene la sensazione del match: possibilità tante, ordine poco. Matteo ha avuto la partita più volte tra le mani e più volte l’ha lasciata andare. Il tennis, in certi giorni, è anche questo: avere una mappa e riuscire comunque a perdersi.

Infine Elisabetta Cocciaretto. Qui il risultato va letto insieme al fisico. Contro Katerina Siniakova, le difficoltà atletiche hanno inevitabilmente pesato e rendono complicato trasformare il match in un giudizio puramente tecnico.

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