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MotoGP o EspañaGP? Il dominio spagnolo rischia di togliere interesse al Motomondiale del futuro?
Il Gran Premio di San Marino di MotoGP ha partorito un risultato senza precedenti, ossia una sextina. Ha vinto Marc Marquez, davanti al fratello Alex. I due sono stati accompagnati sul podio da Pedro Acosta, mentre un gagliardo Fermìn Aldeguer ha guadagnato la quarta piazza negli ultimi giri a discapito di Jorge Martin. La proverbiale ciliegina sulla torta è rappresentata dal sesto posto di Raul Fernandez.
Aggiungiamoci che, nelle classi inferiori, le classifiche iridate parlano chiaro. Manuel Gonzalez, Izan Guevara, Ivan Ortolà sono i primi tre del Mondiale di Moto2. Al contempo, in Moto3 le prime quattro posizioni della classifica generale sono attualmente occupate da Maximo Quiles, David Almansa, Alvaro Carpe e Brian Uriarte. Forse il lettore si è già annoiato a leggere questo mero elenco di nomi. Già, è proprio questo il punto, la monotonia e lo scarso interesse.
Non per le gare, bensì per il fatto che gli spagnoli siano sempre più presenti nel Motomondiale. Non è una situazione nuova, intendiamoci, non si sta scoprendo l’acqua calda. Però non vi è alcuna inversione di tendenza ed essa si sta acuendo. Oramai le categorie formative sono saturate dagli iberici, al punto tale che tanti di questi piloti non arrivano neppure in MotoGP. La loro carriera si esaurisce tra Moto3 e Moto2, oppure sfocia in contesti differenti, quali la Superbike.
La Spagna non ha una cantera di centauri, bensì un vero e proprio esercito! Il guaio è che, saturando Moto2 e Moto3, si tolgono inevitabilmente posti ai piloti di altri Paesi, innescando un evidente circolo vizioso. In questo 2026, nella categoria cadetta, 14 regular riders su 28 hanno il motto “plus ultra” sul proprio passaporto, la metà esatta. Inoltre, in MotoGP abbiamo 9 piloti spagnoli su 22, un secco 40%. Maverick Viñales e Alex Rins sono al passo d’addio, ma verranno prontamente sostituiti da Guevara e Daniel Holgado.
Non è mai buona cosa che una singola nazione “colonizzi” un determinato sport, per l’ovvia ragione di togliergli appeal. Per essere “globale”, per avere l’ambizione di essere un “Mondiale”, un campionato deve dimostrarsi tale. Può accadere di avere periodi di egemonia, magari legati a un singolo. Però, nel momento in cui arriva una generazione prodotta da un singolo Paese e, nel giro di pochi anni, viene sostituita da un’altra generazione proveniente dallo stesso Paese, senza che quasi nessuno di quella precedente sia emerso, significa che quella nazione è egemone a livello di sistema.
In realtà, il problema non è tanto il passaporto. Il problema è l’assenza di carisma. Piaccia o non piaccia, Marc Marquez è l’ultimo vero personaggio espresso dal Motomondiale. Avrà anche assunto i tratti del villain, almeno in Italia e soprattutto per chi ha vissuto la sua rivalità con Valentino Rossi, ma è innegabile che El Trueno de Cervera abbia uno spessore che va oltre i suoi risultati agonistici.
Difatti, anche sulle tribune italiane si avvistano sempre più appassionati con il merchandising del #93 e sempre meno con quello di VR46. Ovvio, inevitabile. Sta crescendo una nuova generazione di appassionati, che non ha conosciuto il Dottore al suo apogeo e, dunque, vede in Marquez un punto di riferimento assoluto, ripulito da preconcetti o da rivalità pregresse, apprezzandone appieno la grandezza sportiva.
Già, le tribune. Nell’ambito della MotoGP, così come in tanti altri ambiti, c’è solo una cosa che conta. Non è Marquez e non è l’egemonia spagnola. L’unica cosa che conta sono i profitti. Sono i profitti che comandano e sono i profitti che restano. Se il Motomondiale rende e attira spettatori, allora andrà tutto bene. Se le tribune sono piene e i diritti televisivi vengono e verranno venduti a un prezzo congruo, allora andrà tutto bene. Se il bilancio sarà in attivo, allora andrà tutto bene.
Vox populi, vox Dei. Se al popolo piace la MotoGP dominata dalla Spagna, significherà che il passaporto di ognuno non sarà una discriminante. Dovrebbe essere sempre così. Ad attirare dovrebbero essere la personalità e il carisma di ogni pilota. I tratti umani. La speranza è di vedere in futuro una MotoGP capace di esprimere protagonisti dai tratti differenti, senza dare l’impressione di essere un esercito addestrato con un solo obiettivo, quello di correre in moto e vincere. Se ci sarà questa dimensione, il Motomondiale resterà popolare.
