Pallavolo
Italia, si può perdere senza essere in crisi: cosa racconta davvero la stagione azzurra appena conclusa
Prima il terzo posto in Nations League, poi l’argento agli Europei. Se il termine di paragone sono le ultime due stagioni, nelle quali l’Italia aveva praticamente smesso di perdere, il 2026 può sembrare quasi un ridimensionamento. Ma sarebbe una lettura troppo semplice. La Nazionale di Julio Velasco non è improvvisamente diventata una squadra vulnerabile come tante altre: ha semplicemente perso quella superiorità quasi assoluta che tra il 2024 e il 2025 l’aveva portata a conquistare Olimpiadi, due VNL consecutive e Campionato Mondiale, trasformando ogni grande appuntamento in una marcia trionfale.
L’Europeo racconta bene questa differenza. L’Italia ha vinto tutte le cinque partite del girone, ha eliminato Bulgaria, Svezia e Polonia, è arrivata alla finale con otto successi consecutivi e ha perso soltanto al tie-break contro la Turchia, in una Sinan Erdem Sports Hall completamente schierata con le padrone di casa. Prima di quella partita erano diventate 39 le vittorie consecutive contro Nazionali europee e 21 quelle di fila tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei. Difficile sostenere, davanti a questi numeri, la tesi di una squadra entrata improvvisamente in crisi.
Qualcosa, però, è cambiato. E il cambiamento più importante porta inevitabilmente il nome di Monica De Gennaro. Moki ha salutato la Nazionale dopo il Mondiale 2025, chiudendo un percorso quasi ventennale nel momento più alto: oro olimpico, VNL, titolo mondiale e riconoscimenti individuali che ne avevano certificato ancora una volta il valore assoluto. De Gennaro non era semplicemente il libero dell’Italia: era una delle leader tecniche ed emotive della squadra, una giocatrice capace di trasformare palloni complicati in azioni giocabili e di dare tranquillità a tutto il sistema di ricezione e difesa.
La sua uscita non poteva essere indolore. Eleonora Fersino ha qualità e ha disputato anche partite di livello importante, ma sostituire una giocatrice come De Gennaro non significa soltanto trovare qualcuno che occupi lo stesso ruolo. Significa ricostruire automatismi, responsabilità e gerarchie nella seconda linea. Proprio la ricezione è stata uno degli elementi più instabili dell’Europeo. Contro la Svezia l’Italia ha raggiunto il 53% di positiva, mentre in semifinale contro la Polonia è scesa al 33% e nella finale con la Turchia si è fermata al 36%, con appena il 16% di ricezioni perfette. Quando il primo tocco è peggiorato, anche il gioco di Alessia Orro ha inevitabilmente perso velocità e varietà.
La finale ha mostrato questo limite nella maniera più evidente. L’Italia ha dominato il primo e il terzo set, vincendoli 25-16 e 25-12, ma non è riuscita a mantenere lo stesso livello per tutta la partita. Nel secondo parziale aveva costruito un vantaggio di 12-6, prima di subire la rimonta della Turchia. Nel quarto è partita 1-6 e nel tie-break la pressione del servizio turco ha progressivamente tolto certezze alla seconda linea. Non è mancata la qualità, è mancata soprattutto la continuità nel mantenere quella qualità quando il livello di difficoltà è diventato massimo.
È forse questa la differenza principale rispetto all’Italia delle Olimpiadi e del Mondiale. Quella squadra aveva una capacità quasi impressionante di attraversare i momenti difficili senza perdere struttura. Nel 2026 i blackout sono diventati più frequenti. Era già successo nella VNL, dove il Brasile aveva eliminato le azzurre 3-2 in semifinale, prima della reazione che aveva portato al bronzo contro la Cina. È successo nuovamente a Istanbul. Due sconfitte al tie-break contro Brasile e Turchia, due delle migliori Nazionali al mondo: più che il segnale di un crollo, sono la fotografia di distanze che si sono accorciate.
Anche perché le avversarie sono cresciute. La Turchia ha costruito intorno a Melissa Vargas una struttura sempre più completa e nella finale europea è riuscita a sopravvivere ai momenti nei quali l’Italia sembrava superiore. Il Brasile aveva fatto altrettanto in VNL. Per due anni l’Italia aveva imposto alle rivali di trovare soluzioni quasi perfette per batterla; nel 2026 è tornata a giocare partite nelle quali anche i propri difetti possono diventare decisivi.
In questo quadro si inserisce anche l’esperimento di Ekaterina Antropova in posto 4, già analizzato separatamente e dunque da non trasformare nell’unica spiegazione. La scelta di Velasco ha aumentato enormemente il potenziale offensivo permettendo ad Antropova ed Egonu di giocare contemporaneamente, ma ha comportato nuovi equilibri soprattutto in seconda linea. È una soluzione che ha prodotto momenti eccellenti e altri molto più complicati e che richiederà valutazioni in vista del futuro.
Ci sono invece certezze che l’Europeo ha confermato. Paola Egonu resta il riferimento offensivo, Alessia Orro continua a essere una delle migliori palleggiatrici internazionali e non a caso è stata inserita nell’All Star Team della manifestazione. Anna Danesi e Sarah Fahr garantiscono una coppia centrale di altissimo livello, mentre Myriam Sylla, premiata tra le migliori schiacciatrici dell’Europeo, continua ad avere un peso enorme nell’equilibrio della squadra. In semifinale contro la Polonia il muro italiano ha prodotto addirittura 18 punti contro 4, dimostrando che quando il sistema funziona l’Italia possiede ancora strumenti difficilmente eguagliabili.
La vera domanda, dunque, non è se l’Italia sia ancora forte. Lo è, e probabilmente resta una delle Nazionali di riferimento mondiale. Bisogna capire se il 2026 rappresenti l’inizio di una discesa oppure una fisiologica stagione di transizione dopo un biennio eccezionale. Gli indizi portano più verso la seconda ipotesi. Nessuna squadra può vivere permanentemente al livello raggiunto dalle azzurre tra Parigi 2024 e Bangkok 2025, quando sembrava che anche le giornate complicate dovessero inevitabilmente terminare con una vittoria. Peraltro il gruppo ha dovuto assorbire la prima grande uscita dal nucleo che aveva costruito quel ciclo, quella di De Gennaro, e contemporaneamente Velasco ha cercato nuove soluzioni tattiche senza rinunciare al risultato immediato. Nonostante tutto, l’Italia ha chiuso la VNL sul podio e l’Europeo a un tie-break dall’oro. Sono risultati che per quasi qualunque altra Nazionale rappresenterebbero una stagione straordinaria e che sembrano deludenti soltanto perché arrivano dopo due anni fuori scala.
Il 2027 offrirà una risposta molto più significativa. Ci saranno nuovi equilibri da consolidare, la Russia tornerà nel panorama internazionale e il Mondiale rappresenterà il prossimo grande obiettivo. Servirà capire come stabilizzare la ricezione, come distribuire meglio le responsabilità della seconda linea e quale sarà la configurazione offensiva definitiva. Il materiale, però, non manca. Più che una fine del ciclo, l’Europeo sembra quindi il primo vero momento di assestamento, l’età di mezzo dell’era Velasco. L’Italia ha scoperto di poter perdere di nuovo, ma non ha smesso di essere competitiva per vincere. Dopo due stagioni nelle quali ogni partita decisiva sembrava destinata a finire dalla stessa parte, forse il 2026 ha semplicemente restituito le azzurre alla normalità dello sport di altissimo livello: si può giocare bene, arrivare fino in fondo ed essere battuti. La sfida sarà trasformare questa stagione senza titoli in carburante per costruire il prossimo ciclo vincente.
