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Formula 1Motor News

Piola: “Ronnie Peterson morì per un incidente in ospedale, non in pista. Aveva una velocità incontenibile”

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Ronnie Peterson
Ronnie Peterson / Olyccom

Nella nuova puntata di Motor News, trasmissione in onda sul canale Youtube di OA Sport, Giorgio Piola ha portato indietro le lancette dell’orologio, raccontando la storia di Ronnie Peterson. Il pilota svedese è indubbiamente stato una delle figure più importanti della F1 degli anni 70, con un vissuto che presto lo ha fatto entrare nella leggenda.

Piola ha iniziato così il suo racconto: “Credo che nessun altro avrebbe meritato il titolo di campione del mondo più di lui. Non soltanto per la velocità ma per l’eleganza, la sportività ed il fair play. Fu costretto a firmare un contratto alla fine con la Lotus e lo rispetto. È una storia incredibile, ha vinto con delle macchine anche non all’altezza. Non lo abbiamo mai considerato un pilota morto in pista. Fu un errore in ospedale di un malato grave non salvato”.

La F1 di quei tempi: “Vi erano ben sei monoposto. Peterson guidava una March 701 normale, era una squadra con sei piloti. Era una monoposto nonostante tutto interessante. L’ala inserita all’epoca non aveva un ruolo vero dal punto di vista aerodinamico. Quando applicarono delle minigonne nella parte inferiore crearono un effetto venturi”.

Il passaggio alla Lotus:I freni della Lotus in vista erano qualcosa di inconcepibile. Mettere le pinze esterne era come darsi un pugno in faccia, limitava l’aerodinamica. Peterson fece la prima gara con questa macchina e poi se ne andò. Ritornò nel 1978 su una macchina ipercompetitiva. Nel GP di Inghilterra la Lotus voleva che Mario Andretti facesse la pole, ma Peterson con gomme usate e molta più benzina fece la pole. La sua velocità era incontenibile”.

La fine tragica di Peterson ed il racconto di quei momenti: “Non voleva più correre per la Lotus, voleva andare in McLaren. Ero alla chicane a Monza l’anno del suo incidente. Quando ho visto il fuoco sono rimasto fermo, i soccorsi furono pessimi. Il tempo quasi si moltiplica in questi eventi. Mi sono incamminato verso l’incidente ed ho trovato Hans Stuck a terra privo di conoscenza. Poi l’ho rimesso in piedi. Brambilla era steso anche lui per terra con una infermiera. Avevo un casco difficilissimo da slacciare, Vittorio sembrava già morto. Quando gli ho tolto il casco, l’infermiera è subito intervenuta. Infine, sono arrivato alla Lotus di Peterson. Aveva le gambe maciullate, ma lui voleva continuare a parlare con Mario Andretti. Presi la tuta di Ronnie ed aiutai a tirarlo su. Sono andato a casa tranquillo, al massimo temevo per una delle sue gambe. Nel viaggio di ritorno non mi è passato per la testa che potesse perdere la vita. Invece il giorno dopo è arrivata la brutta notizia. Rimane un incidente in un ospedale e non in pista”.

Chiudendo sulle donne in F1 ed i rapporti tra piloti: “Ronnie non era uno che parlava tantissimo. A quel tempo le donne avevano un ruolo importantissimo in F1. Erano più importanti di un ingegnere di pista. All’epoca il pilota era lasciato da solo, le macchine non avevano i controlli di oggi. La sua compagna non superò mai la sua morte e dopo anni si suicidò. I piloti prima erano tutti una grande famiglia. Adesso si dice che il compagno di squadra è il più grande nemico. Il rapporto con Mario Andretti era fantastico, lui ancora si emoziona ricordando quegli anni”.

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