Seguici su
LEGGI OA SPORT SENZA PUBBLICITÀ
ABBONATI

Pallavolo

Lorenzo Micelli e la Nazionale svedese: “La grandezza di Haak deriva da un dettaglio. La Russia ha tante atlete fortissime”

Pubblicato

il

Nell’ultimo appuntamento di Volley Night, il programma che va in onda ogni mercoledì sul canale YouTube di OA Sport, l’ospite è stato Lorenzo Micelli, nuovo allenatore del Besiktas e attuale CT della Svezia, che avrà la possibilità di ospitare l’Europeo in casa e che ha appena vinto la European League.

L’avvicinamento all’Europeo casalingo: “Sono arrivato a Goteborg con lo staff per controllare il palazzetto, l’hotel e tutte le strutture che ci interesseranno quando torneremo tra quindici giorni. Domani partiremo per l’Italia, dove resteremo dieci giorni a Urbino. Lì giocheremo alcune amichevoli e poi torneremo direttamente qui. Le ragazze avranno un giorno di riposo e successivamente inizieremo gli ultimi dieci giorni di preparazione in vista del Campionato Europeo. L’11 agosto inizierà la competizione e il 21 sono previste le finali”.

Le difficoltà di allenare una nazionale straniera: “Ora, con la Svezia, la lingua è praticamente impossibile ed è sicuramente una delle sfide più difficili. Ma oltre alla lingua c’è la mentalità. Quello che chiedo sempre alle ragazze è di non perdere tempo. Significa arrivare in palestra con obiettivi chiari, obiettivi che dobbiamo creare noi come staff. Non possiamo limitarci a osservare: dobbiamo dare noi gli input e loro devono rispondere, sia dal punto di vista tecnico sia da quello mentale. La cultura qui è molto particolare: c’è grande rispetto, tanta voglia di lavorare e non c’è mai bisogno di alzare la voce. Sono grandissime lavoratrici. Inoltre si stanno rendendo conto che il loro livello sta crescendo molto velocemente. In questi cinque giorni di lavoro avevo chiesto loro di ripartire dal livello che avevamo raggiunto dieci giorni fa, quando abbiamo giocato la semifinale della European League. Volevo che arrivassimo in Italia già a quel livello, dove affronteremo Grecia e Italia in amichevole. Vado via soddisfatto, perché oggi abbiamo concluso l’ultimo allenamento e ho visto una mentalità che sta crescendo. Hanno capito che quando entrano in palestra non devono perdere tempo. Finché non raggiungiamo gli obiettivi prefissati, il lavoro non finisce. E loro stanno rispondendo davvero molto bene”. 

La straordinaria vittoria in European League, con la doppia rimonta sulla Slovenia tra andata e ritorno: “Sicuramente nella prima partita sono state anche le avversarie a rimetterle in gara, perché l’incontro aveva preso una direzione sfavorevole. La squadra, però, è stata brava a capire che non aveva nulla da perdere, anche perché era consapevole che la sfida non si sarebbe conclusa quella sera. Per questo motivo era fondamentale giocare senza pressione, senza tensione e senza lasciarsi condizionare dalle emozioni negative. In quel momento è arrivato anche un episodio decisivo, con la richiesta di un video check in una situazione particolarmente rischiosa. Quel gesto ha trasmesso alla squadra il messaggio che, senza assumersi dei rischi, sarebbe stato impossibile ribaltare la partita. Da lì le ragazze hanno cambiato atteggiamento, tornando in campo senza paura e con maggiore coraggio nelle proprie scelte. Questo ha permesso di sorprendere le avversarie e, soprattutto, di ribaltare l’inerzia della gara dal punto di vista psicologico. Sul piano tattico, invece, c’erano pochi margini di sorpresa, perché le due squadre si conoscevano molto bene. La differenza l’ha fatta soprattutto la capacità di spingere nei momenti decisivi. Anche il successo nella gara d’andata ha avuto un peso importante sotto il profilo mentale. Pur trovandosi sotto 2-0 nella finale di ritorno, la squadra è rimasta calma, consapevole che solo ritrovando il proprio livello di gioco avrebbe potuto rimettere in discussione il risultato. Dal terzo set in avanti è riuscita a esprimere la propria migliore pallavolo, entrando finalmente in partita. A quel punto il quinto set avrebbe potuto premiare entrambe le squadre, ma l’equilibrio dimostrato nel corso della finale ha confermato quanto il livello delle due formazioni fosse molto simile”.

La nazionale che lo ha fatto crescere di più come allenatore e come persona: “Dal punto di vista della formazione, la Nazionale italiana è stata una scuola straordinaria. Ho avuto la fortuna di lavorare accanto a due grandissimi allenatori come Marco Bonitta e Massimo Barbolini. Nel frattempo allenavo anche Bergamo e ottenevo risultati importanti con il club, ma l’esperienza in Nazionale mi ha permesso di ampliare enormemente le mie conoscenze. In quegli anni si potevano osservare filosofie di gioco molto diverse tra loro. Oggi il sistema di gioco è molto più uniformato, mentre allora esistevano identità tecniche ben definite, basti pensare a Cuba, alla Cina o al Giappone, che ancora oggi mantiene alcune caratteristiche peculiari. Lavorare in Nazionale mi ha dato la possibilità di comprendere le diverse scuole di pallavolo, dall’Est all’Ovest, e di crescere molto anche sotto il profilo tecnico. Ho imparato osservando tanti allenatori avversari e il loro modo di lavorare in palestra. Ogni allenamento rappresentava un’occasione di confronto e di crescita. Inoltre, nello staff della Nazionale italiana c’era un gruppo di tecnici di altissimo livello. Oltre ai commissari tecnici, c’erano allenatori come Bonanza, Mazzanti e Bertini, con i quali ci si confrontava continuamente, condividendo idee, esperienze e motivazioni. Era un ambiente che alimentava ogni giorno la passione per la pallavolo e la voglia di migliorarsi”. 

Come cambia allenare un club e una nazionale: “Negli ultimi anni il mio approccio si è praticamente invertito. In passato il club rappresentava l’obiettivo principale, dove bisognava vincere, mentre la Nazionale era anche un laboratorio in cui sperimentare idee e costruire un progetto. Oggi la situazione è diversa. Il lavoro svolto in questi anni ci ha permesso di costruire una squadra solida e competitiva. Adesso la Nazionale ha il dovere di ottenere risultati, perché le potenzialità ci sono e, dopo due anni di lavoro, il livello delle giocatrici è cresciuto tantissimo. La nostra stella principale era già presente, ma nel frattempo è cresciuto tutto il gruppo. Ognuna delle ragazze sta dando il proprio contributo e questo sta facendo la differenza”.

Con la nazionale svedese Micelli può allenare una straordinaria campionessa come Isabelle Haak: “È qualcosa di davvero speciale. È bellissimo avere un’atleta così e vederla ogni volta in allenamento. La sua grandezza non dipende soltanto dal talento, ma soprattutto dal modo in cui affronta ogni allenamento. È una giocatrice che non si lamenta mai, vuole sempre migliorare e spesso è lo staff a doverla frenare per evitare che esageri con il lavoro. Dal punto di vista fisico possiede qualità eccezionali. Nella mia carriera ho visto e allenato tantissime atlete, oltre ad averne affrontate molte da avversario, ma la considero una delle più forti che abbia mai visto. Oltre alle qualità umane, colpisce per la naturalezza dei suoi movimenti e per la sua tecnica. Guardarla allenarsi è uno spettacolo e dà l’impressione di essere nata per giocare a pallavolo. Lei fa veramente tutto, non c’è un fondamentale dove lei non sia forte”. 

Il doppio effetto che ha la presenza in nazionale di una tale giocatrice, che è sicuramente un punto di riferimento, ma anche un muro dove nascondersi quando va male: “Secondo me tutto parte da come la squadra è costruita. Se si guarda, ad esempio, la partita della Turchia, si vede un sistema di gioco pensato per valorizzare la propria atleta di riferimento, ma senza dipendere esclusivamente da lei. La Turchia ha dei centrali di alto livello, un ottimo palleggiatore e due posti quattro che garantiscono equilibrio; poi, quando arriva il momento decisivo, la palla va alla sua stella. In fondo anche l’Italia funziona in modo simile. A questi livelli tutte le nazionali hanno grandi campioni: la differenza la fanno l’organizzazione e la costruzione della squadra. Si parte dal palleggiatore, si costruisce un sistema con due laterali capaci di garantire continuità anche in ricezione e, all’interno di questo equilibrio, si valorizzano i giocatori più forti. Nel nostro caso non esiste alcun problema se Bella in una partita attacca 50 palloni e in quella successiva solo 20. Nessuno mette in discussione questa scelta, perché tutte lavorano con un unico obiettivo: vincere insieme. Quest’anno ho percepito una chimica completamente diversa rispetto alla scorsa stagione. L’anno scorso probabilmente avremmo perso alcune partite che invece siamo riusciti a portare a casa. Durante l’European League abbiamo affrontato una pressione enorme, perché bastava perdere un set per rischiare di uscire dalle prime quattro. Ci siamo trovati sotto 24-21 sia contro l’Estonia sia contro l’Azerbaigian, ma siamo sempre riusciti a rimontare, vincendo poi 3-0. Anche il calendario ci ha dato un piccolo vantaggio, avendo viaggiato meno rispetto alla squadra che aveva chiuso davanti a noi, abbiamo potuto trascorrere più tempo ad allenarci e a recuperare energie. Su un mese e mezzo così intenso, credo che anche questo abbia inciso, magari per un cinque per cento. Per quanto riguarda Bella, il suo valore all’interno del gruppo non viene mai percepito in maniera negativa. Al contrario, rappresenta un esempio costante, perché è la prima ad aiutare le compagne in qualsiasi situazione, anche nei piccoli gesti quotidiani durante le trasferte. È proprio questo atteggiamento che, secondo me, definisce una vera campionessa”. 

L’importanza dell’aspetto mentale all’interno di un gruppo che è pronto a giocare una grande manifestazione in casa: “Come tecnico considero questo un aspetto fondamentale, sia nel club sia in nazionale. Con la nazionale dobbiamo ancora iniziare un percorso specifico, anche se molte atlete hanno già un professionista di riferimento. Nel club, ad esempio, sono molto favorevole alla presenza di un mental coach che lavori a stretto contatto con lo staff tecnico. È importante che tutto lo staff condivida la stessa impostazione, perché il messaggio che arriva alle giocatrici passa soprattutto attraverso chi guida quotidianamente gli allenamenti. L’obiettivo è creare un gruppo di lavoro coeso, in cui non ci sia soltanto la voce dell’allenatore, ma anche un confronto continuo che aiuti tutti a trasmettere gli stessi principi. Questo è ancora più importante quando si lavora in contesti internazionali, dove lo staff è composto da persone provenienti da Paesi e culture diverse. Mettere insieme queste esperienze è molto formativo e, quando lo staff lavora nella stessa direzione, il beneficio si riflette inevitabilmente anche sulla squadra. Per quanto riguarda le atlete, credo che possano essere utili attività di team building, ma sono convinto che il lavoro con il mental coach debba rimanere soprattutto individuale. Ogni giocatrice ha bisogno di uno spazio personale e riservato in cui affrontare le proprie difficoltà. Nella mia esperienza, anche le persone che inizialmente sembrano più scettiche verso questo tipo di supporto finiscono spesso per cercarlo e trarne beneficio. Per questo motivo ritengo che la soluzione migliore sia quella di far lavorare lo staff come un gruppo, mentre le giocatrici seguono un percorso individuale”. 

La mancanza dell’Italia dopo i tanti anni all’estero: “L’Italia manca sempre. Mi manca soprattutto l’idea di poter competere per vincere, perché il club, nella mia carriera, ha sempre significato questo. Prima delle finali riflettevo spesso su un dato che racconta bene il mio percorso: in trent’anni di carriera ho disputato 36 finali, vincendone 19 e perdendone 17. Significa che, praticamente ovunque abbia allenato, sono riuscito ad arrivare fino in fondo. Per questo il mio obiettivo è sempre stato vincere. Con il passare degli anni, però, il significato della vittoria è cambiato. Oggi è strettamente legato alla soddisfazione delle giocatrici. Vedere la loro crescita e la loro felicità rende ogni successo ancora più gratificante e ripaga dei sacrifici fatti lungo il percorso. Le sconfitte, invece, continuano a richiedere un grande dispendio di energie. Dopo aver perso una finale sento il bisogno di recuperare, sia fisicamente sia mentalmente“.

Una lunga carriera da allenatore dove tante cose sono cambiate:Nel frattempo sono cambiate tre generazioni di atlete e, insieme a loro, è cambiato profondamente anche il mio modo di allenare. Non mi riconosco più nell’allenatore che ero vent’anni fa, né nella pallavolo di allora. Negli ultimi anni ho scoperto soluzioni più semplici, che permettono alle ragazze di adattarsi meglio al sistema di gioco e rendono più facile anche il confronto quotidiano. Quando qualcosa non funziona, oggi è più semplice individuarlo. Che si tratti dei sistemi d’attacco o della ricezione, le giocatrici riescono a leggere da sole ciò che accade in campo, a valutarsi e a ricevere i feedback in modo costruttivo. Continuo a voler vincere, ma dentro il concetto di vittoria oggi c’è molto di più del risultato. Non mi interessa essere il protagonista: preferisco stare accanto alle giocatrici e vedere la loro soddisfazione. Quando riconoscono il valore del lavoro svolto insieme, si crea un rapporto di fiducia molto forte. Nel volley femminile questa relazione tra allenatore e squadra è fondamentale. La chimica che nasce all’interno del gruppo diventa una delle armi principali, ma funziona solo se tutte le giocatrici vengono trattate allo stesso modo. Non devono esistere favoritismi o privilegi. Naturalmente ogni atleta segue un percorso diverso: alcune si allenano di più, altre di meno, per ragioni legate all’età o agli infortuni. La responsabilità di queste scelte spetta all’allenatore, ma è fondamentale che tutto venga spiegato con chiarezza, perché la trasparenza è alla base della fiducia reciproca”.

Il ritorno della Russia nel 2027 in VNL: “Dal punto di vista sportivo è un peccato, perché si tratta di un gruppo di giocatrici che meriterebbe di poter competere a questo livello e di mettersi in mostra. Allo stesso tempo, però, è una questione molto politica e non mi sento né di esprimere un giudizio né di schierarmi da una parte o dall’altra. Non credo nemmeno di conoscere tutta la verità sulla situazione. Dal punto di vista tecnico, la loro presenza potrebbe soltanto aumentare il livello dello spettacolo. La Russia dispone di tantissime atlete di altissimo livello, con caratteristiche fisiche e tecniche eccezionali. Proprio in questi giorni guardavo le convocazioni e ho ritrovato anche alcune giocatrici che ho allenato in passato. Sul piano sportivo, quindi, credo che la loro partecipazione farebbe bene alla qualità della competizione. Poi c’è tutta la questione politica, sulla quale è giusto che siano altri a prendere le decisioni. In campo, però, quando si parla di sport, l’auspicio è sempre quello di vedere le migliori nazionali affrontarsi al massimo livello, nell’interesse dello spettacolo e della crescita della pallavolo”.

CLICCA QUI PER RIVEDERE L’INTERVISTA COMPLETA

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
Pubblicità