Seguici su
LEGGI OA SPORT SENZA PUBBLICITÀ
ABBONATI

Pallavolo

Daniele Santarelli: “Allenare la Nazionale italiana sarebbe un sogno. Il vivaio della Turchia non dovrà finire con me”

Pubblicato

il

Daniele Santarelli / Valerio Origo

Daniele Santarelli non ha bisogno di troppe presentazioni. Uno dei migliori allenatori della pallavolo femminile mondiale, che ha vinto davvero tutto con Conegliano e che ha saputo poi portare trofei anche sulla panchina della Serbia (titolo mondiale) e della Turchia (vittoria della VNL). Santarelli è stato ospite dell’ultima puntata di Volley Night, il programma che va in onda sul canale YouTube di OA Sport.

La recente vittoria con la Turchia in VNL: “Festeggiamenti davvero molto brevi, perché dopo poche ore partivamo e tornavamo. Avevamo l’aereo, credo, cinque o sei ore dopo e il viaggio da Macao è abbastanza complicato, tra spostamenti con due o tre pullman e il viaggio in aereo fino a Istanbul, che è molto lungo. Quindi siamo stati un po’ insieme in hotel e abbiamo festeggiato tra staff e giocatrici, ma niente di che, giusto per rilassarci un po’. Il tempo per festeggiare veramente è stato davvero breve, perché non ci si può cullare troppo: c’è un altro evento ancora più importante e quindi abbiamo dovuto dimenticare quasi immediatamente quello che abbiamo fatto”.

Quanto è cambiato il suo modo di allenare in tutti questi anni: “Io ho iniziato dieci anni fa, quindi per me era un po’ diversa la pallavolo che vedevo inizialmente, da assistente allenatore o, prima ancora, quando non avevo ancora iniziato questa carriera. La vedevo come qualcosa di irraggiungibile. Ho sempre avuto una mentalità molto severa con me stesso. Ho sempre pensato che fosse difficile arrivare al top senza tanti sacrifici, senza il rispetto delle regole, degli orari e degli allenamenti. Sono arrivato in Serie A con questo credo, poi ho capito che non è sempre solo così. Si arriva in Serie A in tanti modi: ci vogliono sicuramente tanto impegno, tanto lavoro e tanto sacrificio, ma ci vuole anche una bella dose di talento. Ho visto molte giocatrici arrivare con il massimo dell’impegno e ho visto tante giocatrici arrivare non con il massimo dell’impegno, ma perché beneficiavano del loro grandissimo talento. Io sono ancora convinto che senza il massimo impegno non ci si possa meritare il massimo palcoscenico. Ecco perché mi reputo uno di quelli che, nonostante le cose stiano andando benino negli ultimi dieci anni, non vuole cullarsi su quello che è stato. Voglio pensare che me lo debba meritare ogni giorno, perché quello che ho fatto è stato bello, ma voglio pensare a quello che dovrò fare. Questo credo me lo porto dietro da quando ero bambino e cerco di inculcarlo un po’ in tutte le atlete. Quello che è successo, ad esempio, in questi giorni con la nazionale turca è l’emblema di quello che sono io. Il festeggiamento è durato pochissimo. Poco dopo siamo tornati in palestra, abbiamo pensato di fare qualcosa di diverso rispetto a quello che avevamo fatto. Abbiamo pensato di aver fatto qualcosa di buono, ma che questo non fosse sufficiente per provare a portare a casa un trofeo che, adesso, è quello dell’Europeo”.

L’evoluzione della pallavolo in questi anni: “Per quanto riguarda la pallavolo in sé, questo è un aspetto che mi appassiona un po’, diciamo non quello tecnico o fisico; poi, ovviamente, ci sono anche l’aspetto tecnico e quello fisico. È evidente che la pallavolo è cambiata dal punto di vista tecnico, perché sono state introdotte nuove regole e forse, in questa stagione, ce ne saranno altre. È forse uno degli sport che ha subito più cambiamenti e rivoluzioni negli anni. Se guardiamo altri sport, di cambiamenti ce ne sono stati fin troppo pochi. Abbiamo fatto anche una riunione durante la VNL per cercare di trovare ulteriori soluzioni e modifiche al regolamento, per rendere il nostro sport ancora più spettacolare e un po’ più vicino a quello che è il nostro ideale di perfezione, anche se la perfezione non esiste. Per quanto riguarda, invece, l’aspetto fisico, è ovvio che si va verso quella che, forse, è la parola più semplice che tutti possono utilizzare, impoverimento tecnico, dovuto alla fisicità vera e propria. In realtà, tutti utilizzano un po’ troppo questa frase. Io non credo che ci sia questo enorme divario fisico rispetto al passato. Di sicuro c’è un po’ di impoverimento tecnico dovuto a quella che è la pallavolo di adesso. La pallavolo di oggi è un po’ meno tecnica e un po’ più spettacolare, ed è normale. Abbiamo cercato, con il regolamento e con le diverse regole, di renderla più spettacolare, con meno pause e un po’ meno pulita. Questo l’ha resa un po’ meno tecnica, ma è normale che sia così. Poi sì, c’è un po’ di potenza in più, in generale, rispetto al passato. Si vedono opposti, per dirla semplicemente, che probabilmente in passato non c’erano. Questo ha reso la pallavolo un po’ diversa rispetto al passato”.

La difficoltà di rimanere sempre al vertice anno dopo anno, con la fatica anche di portare sempre nuovi stimoli alle giocatrici, che sono anche cambiate nel corso delle stagioni: “La mia storia è ancora troppo breve e non vorrei risultare uno di quelli che gongola su quello che ha fatto. Sono ancora un sognatore, uno di quelli che legge i libri degli altri per capire cosa posso fare per essere una persona migliore e un allenatore migliore. Allora, sono d’accordissimo con te: è difficilissimo lavorare con le stesse persone per lungo tempo. Prima di tutto, c’è da dire che io a Conegliano sono da dodici anni: due da assistente e dieci da capo allenatore. Ma, in questi dodici anni, le giocatrici che ho avuto per dieci o dodici anni sono veramente poche. Una è Wołosz, l’altra è De Gennaro. Poi ho avuto giocatrici come Robin De Kruijf, che è stata con me per cinque o sei anni, e Raffaella Folie. Ma, in realtà, le altre sono rimaste tre anni, due anni, uno o quattro anni. Perché credo, come dici tu, che sia fisiologico che, dopo un certo numero di anni, o cambio io oppure cambiano loro. La società ha deciso di puntare su di me. Quindi, giustamente, credo sia importante, per la giocatrice stessa e per me, trovare nuovi stimoli. Oppure la giocatrice ha finito il proprio percorso con noi e io stesso capisco che non può più darci qualcosa in più. Mi rendo conto che o io non riesco più a darle qualcosa, oppure, a quel punto, come dici tu, io parlo ma entra da un orecchio ed esce dall’altro. Oppure è lei che non riesce più ad avere le motivazioni che dovrebbe avere. Quindi diventa fisiologico cambiare alcune giocatrici. Per quanto mi riguarda, comunque, se ho lavorato con qualcuna per dieci anni, cinque anni, quattro anni o, come adesso con la nazionale, per quattro estati, cerco sempre di reinventarmi un po’. È ovvio che la mia idea di pallavolo deve rimanere quella, però ci sono delle modifiche che faccio ogni anno, perché il livello di esperienza aumenta ogni stagione. Anche la stessa giocatrice che arriva nel tuo club modifica un po’ il tuo modo di giocare. Mi viene da pensare alla mia prima stagione: giocavo con giocatrici che giocavano una palla molto veloce, sia in posto quattro sia in posto due. Giocavo con Kimberly e Samantha Fabris, per dirne due, che giocavano praticamente due palle velocissime. Poi sono arrivato a giocare con giocatrici che giocavano una palla più morbida. Questa cosa ha fatto sì che io non sposassi semplicemente il gioco veloce o quello con la palla più morbida. Sono le giocatrici ad avere un determinato modo di giocare e io devo adattare il mio gioco alle caratteristiche che hanno loro. È ovvio che mi viene da pensare a Paola Egonu, che è venuta da noi e noi abbiamo velocizzato la palla. Quando è arrivata da noi, l’abbiamo velocizzata. Ho portato un po’ la mia idea e, secondo me, con noi ha iniziato anche a difendere, cosa che prima non aveva mai fatto. Quindi ho provato a inculcare nella giocatrice stessa qualcosa che probabilmente non aveva nelle sue corde. Non significa che non fosse una giocatrice forte, anzi. Lei, fino a poco tempo prima, mi aveva distrutto giocando con una palla morbida a Novara. Abbiamo perso una Champions League e una Coppa Italia con lei, quindi, per farti capire, l’ho citata perché potrebbe essere un esempio più semplice. Però io cambio un po’ in base alle giocatrici che ho. La cosa più difficile è proprio questa, e sono d’accordo con te: io sono a Conegliano da dodici anni, vedo le stesse persone, gli stessi tifosi, la stessa palestra, la stessa casa, la stessa strada. Le motivazioni fanno la differenza. Questa è la cosa più difficile. Io devo trovare in me, ogni volta, qualcosa di diverso. Altrimenti diventa tutto molto facile per certi aspetti, ma molto difficile per altri”.

Una vita a Conegliano, ma anche i cambiamenti tra Serbia e Turchia, rimanendo sempre al vertice: “Prima di tutto io sono uno di quelli che, se si trova in un terreno sereno, quasi come a casa, forse riesce a esprimere il massimo del proprio potenziale. Devo dire, però, che non ho fatto malissimo neanche quando mi sono trovato in terreni che non conoscevo. Sono andato in Serbia senza sapere una parola e senza conoscere le giocatrici, quella è stata la migliore estate della Serbia. La società o il club nuovo ti dà stimoli nuovi, ma devi conoscere tutto di quel club o di quella nazionale. Stare in un contesto che conosci bene significa che devi reinventarti ogni volta con qualcosa di diverso. Un po’ te lo danno le giocatrici stesse, un po’ sei tu che devi trovare qualcosa di diverso”.

Sulla sua esperienza con la Turchia: “Allora, il mio primo obiettivo era di sicuro provare a far bene da subito. Con le giocatrici che avevo ho cercato di fare il massimo ed è stata una bella estate. La seconda estate riconfermarsi diventa davvero difficile. In Turchia, in particolare, rimanere un giocatore umile che pensa di non aver ancora fatto nulla è complicato nel momento in cui vinci, perché lì ti osannano ed è dura rimanere con i piedi per terra. Mi sono subito reso conto che la seconda estate non sarebbe stata come avrei voluto, un po’ per questo motivo e un po’ per i problemi fisici che abbiamo avuto con giocatrici importanti. Ho iniziato a pensare anche al futuro della nazionale. Prima di tutto la Turchia è una squadra già abbastanza giovane, a parte atlete come Eda Erdem, le altre sono molto giovani. È una nazionale che può andare avanti negli anni, ma il mio obiettivo era creare un bacino importante da cui pescare. Il mio scopo è quindi creare un futuro per questa nazionale. Ho provato a lavorare con il settore giovanile, prima portando Luca Pieragnoli e poi collaborando con gli allenatori locali. È ovvio che i miei mesi di lavoro in nazionale non bastano: bisogna lavorare bene nei club per gli altri otto mesi. In Italia c’è un’organizzazione che nelle altre nazionali manca. Io devo provare a portare la mia esperienza in un territorio dove la pallavolo sta assumendo un’importanza sempre maggiore: è lo sport femminile più seguito e praticato, ma dobbiamo creare vivaio. Solo così si formano le atlete. Quando andrò via, che sia tra vent’anni o tra due, voglio che la nazionale turca non finisca con me, ma continui a essere una realtà importante”.

Santarelli assolutamente allenatore vincente, ma che si riconosce anche nel momento della sconfitta: “Ti assicuro che la sconfitta è qualcosa che mi fa veramente molto male, devo ancora crescere e capire come gestire quella delusione. So benissimo che fa parte del gioco e del nostro mestiere. L’esperienza mi ha insegnato che quando perdo reagisco con molta più forza e cerco una soluzione quasi nell’immediato. È fisiologico: non vuoi più provare quella sensazione di delusione che odi, e allora provi subito a reagire. Credo sia così per tutti: ti arrabbi, c’è il momento di delusione, poi cominci a ragionare sul da farsi e infine trovi le soluzioni. Ecco, quei tre passaggi devi essere bravo ad accorciarli il più possibile. Prima la mia fase di arrabbiatura era più lunga, adesso si è ridotta molto. Spero di provarla il meno possibile, ma succederà ed è normale che sia così, fa parte dello sport. Se non fosse così, non gioirei tanto per i successi. Quando ho vinto la prima Coppa Italia o la Champions League dopo averla persa, ho gioito immensamente perché la volevo a tutti i costi. Quando vinci tante volte rischi di perdere un po’ quel fascino, ecco perché quando perdo reagisco subito, trovo soluzioni e voglio tornare a vincere. Sto cercando di mostrare il meno possibile la rabbia che ho dentro. L’esperienza mi aiuta: quando ero più giovane reagivo molto male. Quando giocavo mi portavo la sconfitta a letto per giorni e ci pensavo continuamente. Questo mi ha fatto capire che non sarei mai diventato un grande atleta perché pensavo troppo, ma che probabilmente potevo fare l’allenatore. È quello che diceva Velasco, quando perdi senti un odore sgradevole, devi tenerti quel profumo addosso e il martedì, quando rientri in palestra, ricordarti quella sensazione e lavorare per far sì di non sentirla più. Quello stimolo ti dà la carica per non mollare mai e alzare l’asticella. Quando perdi è più facile reagire; ecco perché vincere e riconfermarsi è meraviglioso, ma è anche davvero complicato”.

Un sogno ancora da realizzare: “L’Olimpiade, per forza”.

Un sogno da realizzare, ma con quale nazionale?: “Non lo so davvero. La vita è stranissima: se dieci anni fa mi avessero detto che avrei allenato Croazia, Serbia e Turchia non ci avrei mai creduto. Io l’ho sempre detto: mi trovo benissimo in Turchia, sono felicissimo e magari rimango qui altri vent’anni. È ovvio che da italiano, beh, è normale, no? Tutti vorrebbero allenare la nazionale del proprio Paese. Poi magari mi capita di allenare gli Stati Uniti con il mio pessimo inglese e faccio qualcosa di straordinario. O magari il Brasile o il Giappone, davvero non lo so. Il sogno nel cassetto è l’Olimpiade e sarebbe bellissimo vincere, a prescindere dalla nazionale. Considera che ne ho fatta una ma l’ho vista con il binocolo. Prima ci sono andato da spettatore, poi siamo arrivati quarti alla mia prima Olimpiade da coach. Sarebbe stato straordinario portare a casa una medaglia subito. Poi, da quanto ho capito, l’allenatore non prende neanche la medaglia fisica, ma questo è un altro discorso. La Nazionale italiana è un sogno, l’Olimpiade ne è un altro. Vediamo, dai”.

CLICCA QUI PER RIVEDERE L’INTERVISTA COMPLETA

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
Pubblicità