Rugby
Rugby, alti e bassi da assuefazione, ma non accettabili. Rendimento indecoroso dopo la storica vittoria sull’Inghilterra
L’Italia del rugby sembra essere caduta nella trappola più pericolosa: quella dell’assuefazione. Dopo ogni passo avanti arriva puntualmente una frenata che cancella entusiasmo, certezze e credibilità. Il 2026 aveva regalato un Sei Nazioni complessivamente positivo, impreziosito dalla storica vittoria contro l’Inghilterra, un successo destinato a rimanere negli annali e che sembrava certificare la definitiva maturazione della squadra di Gonzalo Quesada. Invece, proprio da quel momento, gli azzurri hanno smesso di crescere. La sensazione è che quella vittoria abbia inconsciamente abbassato la soglia della fame, facendo riaffiorare un difetto che accompagna il rugby italiano da anni: la convinzione di essere arrivati prima di esserlo davvero.
Il primo campanello d’allarme è arrivato contro un Galles lontanissimo dai fasti del passato. Una partita che l’Italia aveva tutte le possibilità di vincere e che invece ha affrontato con un atteggiamento inspiegabilmente superficiale. Poca intensità, poca cattiveria nei punti d’incontro, errori tecnici figli più della testa che delle mani. È stata una sconfitta diversa da quelle maturate contro avversari superiori: ha trasmesso l’idea di una squadra supponente, quasi convinta che il risultato dovesse arrivare per inerzia. Una sensazione che, purtroppo, si sarebbe ripresentata pochi mesi dopo.
Il tour estivo ha confermato i timori. Il ko contro il Giappone non può essere archiviato come un semplice incidente di percorso. La formazione di Eddie Jones è competitiva, ma resta un’avversaria contro cui questa Italia ha il dovere di giocarsela alla pari, anzi da favorita d’obbligo. Invece gli azzurri hanno mostrato ancora una volta un approccio morbido, incapaci di imporre ritmo e fisicità, pagando un numero enorme di errori e una gestione della gara insufficiente. Anche contro Nuova Zelanda e Australia, al di là del diverso valore tecnico degli avversari, ciò che ha lasciato perplessi non sono stati tanto i risultati quanto la sensazione che, una volta finite sotto pressione, le maglie azzurre abbiano accettato troppo presto la superiorità degli avversari, senza quella rabbia agonistica che dovrebbe caratterizzare una squadra in crescita. Un tema evidenziato anche da diverse analisi della stampa specializzata nelle settimane successive al tour.
Nessuno pretende che l’Italia batta regolarmente All Blacks o Wallabies. Sarebbe irrealistico. Ma è lecito pretendere che ogni partita venga affrontata con lo stesso spirito mostrato contro l’Inghilterra. Perché il problema non è perdere: è scegliere inconsciamente quando essere feroci e quando accontentarsi. Se davvero questa Nazionale vuole consolidarsi tra le grandi, dovrà cancellare definitivamente questi alti e bassi emotivi. Il talento costruito negli ultimi anni esiste, ma senza continuità mentale resta soltanto un’illusione. Ed è proprio questa discontinuità, oggi, il vero avversario dell’Italrugby.
