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Tennis

Patrick Mouratoglou: “Non è la top-10 ad essere debole, è Djokovic ad essere ancora incredibile”

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Patrick Mouratoglou
Patrick Mouratoglou / LaPresse (AP Photo/Manu Fernandez)

Un quarto di finale entrato nella storia per durata e intensità ha riacceso una polemica che covava da tempo negli ambienti del tennis: il livello del circuito maschile è davvero calato rispetto al passato? A sollevare la questione, indirettamente, è stata la prestazione di Felix Auger-Aliassime, sconfitto da Novak Djokovic al termine di cinque ore e 15 minuti di gioco, il match più lungo mai disputato nella storia del torneo londinese. Il canadese è finito nel mirino dei critici per la gestione dei momenti chiave dell’incontro, ma il dibattito si è presto allargato, coinvolgendo l’intera top 10 mondiale, giudicata da molti appassionati incapace di avere la meglio su un atleta di 39 anni, per giunta al termine di una sfida così logorante sul piano fisico.

Non è di questo avviso Patrick Mouratoglou, che attraverso un intervento pubblicato sul proprio profilo LinkedIn ha voluto ribaltare la prospettiva, spostando l’attenzione dai presunti limiti dei giovani alle qualità straordinarie del serbo. Per il coach francese, il ragionamento diffuso tra tifosi e commentatori parte da un presupposto sbagliato: sottovalutare la grandezza di un campione fuori scala anziché riconoscerla.

Mouratoglou parte da un’osservazione ricorrente sui social e nei commenti degli appassionati, per poi smontarla punto per punto: “Ogni volta che Djokovic batte un top 10, leggo sempre lo stesso commento: ‘La top 10 di oggi non è forte come quella di una volta’. Io non sono affatto d’accordo. La gente sembra dimenticare chi sia Djokovic. È il più grande tennista che il nostro sport abbia mai visto. Ed è anche il più grande combattente“.

Secondo il coach transalpino, l’errore di valutazione nasce da un’analisi superficiale legata all’età anagrafica del campione serbo, che porterebbe molti a pensare che il suo tennis sia ormai un ricordo del passato. Una lettura che Mouratoglou respinge con decisione: “A 39 anni, ovviamente, non è più veloce come un tempo. I suoi movimenti non sono più gli stessi, così come i tempi di reazione. È normale. Ma non perdi il tuo tennis: perdi velocità. Non perdi la comprensione del gioco, la capacità di anticipare, di prendere le decisioni giuste o di esprimerti al meglio nei momenti di maggiore pressione. Tutte queste qualità sono ancora lì“.

È proprio su questo bagaglio tecnico e mentale, rimasto intatto nonostante il passare degli anni, che si fonda la longevità competitiva di Djokovic ai massimi livelli. Il successo in cinque set contro Auger-Aliassime, per Mouratoglou, ne rappresenta l’ennesima conferma, letta però in modo diametralmente opposto rispetto alla vulgata comune: “Ed è proprio per questo che riesce ancora a battere i migliori giocatori del mondo. La sua vittoria in cinque set contro Auger-Aliassime a Wimbledon ne è un altro esempio. Alcuni hanno visto quel successo come la prova che l’attuale top 10 non sia abbastanza forte. Io ho visto qualcosa di completamente diverso: ho visto uno dei più grandi della storia dello sport trovare ancora una volta il modo di vincere una partita di enorme importanza“.

Il coach francese allarga poi lo sguardo all’intero torneo londinese, individuando nella sfida contro Stefanos Tsitsipas il momento di maggiore splendore tennistico del serbo: “Ciò che mi ha colpito ancora di più a Wimbledon è stato il suo livello nei primi turni. Contro Stefanos Tsitsipas credo abbia espresso il suo miglior tennis da molto tempo a questa parte. Probabilmente il migliore dalla semifinale degli Australian Open vinta contro Jannik Sinner. Dopo quella partita, il suo livello è calato. Allo stesso tempo, Sinner ha continuato a migliorare turno dopo turno. Alla vigilia della loro semifinale ero comunque convinto che Novak sarebbe riuscito ad alzare nuovamente il suo livello, ma Sinner è stato semplicemente troppo forte“.

Mouratoglou chiude il suo intervento con una riflessione di più ampio respiro, che invita a guardare alle imprese di Djokovic non come un’anomalia statistica da usare contro i suoi avversari, ma come la testimonianza di una carriera costruita su basi solidissime: “Ma raggiungere un’altra semifinale a Wimbledon a 39 anni e continuare a battere i migliori giocatori del mondo mi dice una cosa: non bisogna mai sottovalutare la grandezza. Soprattutto quando appartiene a qualcuno che ha costruito l’intera sua carriera sulla capacità di competere meglio di chiunque altro“.

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