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Jannik Sinner: “Il tennis è la mia priorità, ma farò altro quando smetterò”

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Jannik Sinner
Jannik Sinner / LaPresse

Jannik Sinner si è concesso a un’intervista al Telegraph, prima di iniziare la propria avventura a Wimbledon, che restituisce un ritratto ampio, quasi domestico, del numero uno del tennis mondiale. Non soltanto il campo e la competizione, ma anche le abitudini, le relazioni, le priorità che accompagnano la sua ascesa.

Il tema del gruppo e della dimensione collettiva emerge subito come uno dei cardini del suo racconto, soprattutto nei momenti di celebrazione: “Mi piace che tutta la squadra si riunisca durante i festeggiamenti, perché senza di loro questi risultati non sarebbero possibili”.

Un approccio che si traduce in rituali semplici, quasi familiari, lontani dall’idea patinata del successo sportivo: “Abbiamo allestito un lungo tavolo, messo della musica, mangiato bene e bevuto qualcosa. Non mi piace molto il sapore dell’alcol, in realtà, preferirei una Coca-Cola Zero. Ma a volte mi piacciono lo Champagne e il vino bianco. Il dessert era più importante: tanto gelato, tante torte. Ma per il resto pasta, pesce e carne. Abbiamo mangiato molto

Tra impegni mediatici e contratti di sponsorizzazione, Sinner descrive un equilibrio ormai consolidato, in cui la pressione esterna non sottrae energia alla priorità assoluta: il tennis. “Fanno parte del lavoro, non ci perdo molte energie. All’inizio era diverso perché cerchi di essere perfetto in campo, ma poi ti rendi conto che le persone con cui lavori vogliono il meglio per te“.

Una consapevolezza che si è affinata nel tempo e che oggi si traduce in un atteggiamento più disteso nei confronti della dimensione commerciale dello sport: “lo vedo sempre come un aspetto positivo, significa che stai facendo le cose giuste. Ma alla fine, il tennis rimane sempre la mia priorità principale“.

Accanto al campo, anche il mondo della moda, inevitabilmente legato alla partnership con Gucci, entra nel suo orizzonte quotidiano, ma senza trasformarsi in un elemento identitario dominante. L’interesse resta curioso, mai totalizzante: “Essendo italiano, Gucci è uno dei marchi più importanti e mi piace imparare qualcosa sui vestiti durante i servizi fotografici, le spiegazioni di certi look, perché ovviamente c’è una storia dietro ogni cosa ed è bello capirla. Io non sono uno che si veste elegante. Non mi piace vestirmi elegante, sono una persona molto normale. Un paio d’anni fa non me ne importava niente. Ora un po’ sì, perché voglio avere un certo aspetto, ma guardate, tutto questo”, ha risposto indicando la suite, “è del tutto secondario“.

Nel racconto emerge poi con forza il legame con le origini, quasi una bussola interiore che continua a orientarne la prospettiva nonostante la vetta raggiunta: “Vengo da un paesino molto piccolo, dove la gente non gioca a tennis“, ha raccontato, “giocavo solo un paio d’ore a settimana. Ma dopo aver giocato un po’ di più, me ne sono innamorato, perché in campo c’ero solo io che potevo fare la differenza. Potevo avere il controllo, certo, ma anche capire come sono come persona, perché credo che quando qualcuno è stressato, si possa vedere com’è veramente. Cercavo sempre di essere aggressivo: nel mio stile di gioco preferivo perdere un punto sbagliando un colpo vincente piuttosto che aspettare e sperare che l’avversario commettesse un errore. Sono sempre stato così“.

Una lucidità che si estende anche allo sguardo con cui osserva le reazioni emotive degli altri atleti in campo, spesso giudicate senza conoscere il contesto più ampio della persona: “La gente vede solo come siamo durante le due ore di una partita. Non sanno come ci sentiamo fuori dal campo, non vedono se abbiamo problemi personali, problemi familiari… Siamo umani. Siamo solo persone, non possiamo sapere tutto. Quindi a volte è meglio non giudicare“.

Tra passioni personali e immaginari alternativi, Sinner non nasconde il fascino per la Formula 1, coltivato ben prima del tennis: “Non ho mai guardato il tennis, non avevo veri e propri idoli. Il mio sogno era diventare un pilota di Formula 1, ma non avevamo soldi, quindi non abbiamo nemmeno iniziato…”, ha rivelato il numero 1 del mondo, “le uniche due cose che mi sono comprato e che amo davvero sono le auto, infatti. Purtroppo, ho solo due posti in garage, ma due sono sufficienti. Ho una Ferrari, ma non sono il tipo che va in giro a ostentare. Mi piace perché quando sono in auto perché mi sento in una bolla”. Magari il suo amico George Russell gli permetterà di fare un giro sulla Mercedes: “Mi piacerebbe, ma non vorrei distruggere la sua macchina“, ha risposto ridendo.

Il presente sportivo, però, resta segnato anche dalla rivalità con Carlos Alcaraz, letta in chiave di rispetto reciproco e competizione sana: “Carlos è un amico, ma anche un rivale. Credo però che le rivalità possano anche trasformarsi in belle amicizie. Esistono rivalità sane e credo che la nostra sia una di queste. Prima o poi arriverà anche qualcun altro, so che le cose possono cambiare in fretta. Io mi concentro su ciò che devo fare e su ciò che posso controllare“.

Infine, il valore del distacco dal tennis e il ritorno a una dimensione privata diventano parte integrante della sua crescita personale: “Ho capito che c’è anche una vita fuori dal campo, sai? Mi sono divertito molto a fare cose con la mia famiglia, con mio padre. Stare lontano dal tennis per un po’ mi ha fatto bene. Mi ha fatto capire che l’allenamento è importante, ma anche passare del tempo con la mia famiglia è fondamentale, perché le cose possono cambiare così in fretta. I sacrifici dei genitori sono stati ripagati? Credo che il regalo più grande sia il tempo che trascorriamo insieme. Andare a cena, fare una passeggiata, pranzare… Per noi il denaro è sempre stato secondario“.

Uno sguardo che si allarga fino all’ipotesi, inevitabile, di un futuro senza racchetta: “Sarei felicissimo. Dopo la mia carriera ci sarà un nuovo capitolo. Conoscendomi, non sarà nel tennis. Mi piacerebbe fare cose diverse“.

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