Tennis
Il tennis raccontato dai numeri: parla Denis Michelotti
Il tennis è diventato lo sport che gli appassionati italiani seguono di più, trascinato da una generazione di campioni che ha riportato l’Italia in cima al circuito. Ma cosa raccontano le quote e i dati di una stagione del genere, fatta di gerarchie sempre più nette e di superfici che ribaltano i valori da una settimana all’altra? Lo abbiamo chiesto a Denis Michelotti di sitiscommesse.com, direttore della testata, che da anni studia lo sport anche attraverso i numeri dei palinsesti e dei pronostici. Ne è uscita un’analisi del tennis letto coi dati, tra favoriti annunciati, peso delle superfici e il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale.
Il tennis è ormai lo sport del momento in Italia. I numeri di interesse lo confermano?
Lo confermano in modo netto. Gli ascolti delle partite degli azzurri hanno raggiunto cifre che fino a pochi anni fa erano riservate al grande calcio, e i tornei in Italia fanno il tutto esaurito con largo anticipo. Ma il dato che mi colpisce di più non è quanto si guarda, è come è cambiato il modo di seguirlo: prima il tennis viveva nelle due settimane degli Slam, oggi lo si segue tutto l’anno, settimana dopo settimana, anche nei tornei minori. Quando un Paese trova i suoi campioni l’attenzione non resta sul singolo nome, si allarga a tutto il movimento – ed è lì che capisci che non è una moda di stagione.
Nel tennis il favorito vince più spesso che negli altri sport, e per questo si dice che sia lo sport dove le quote sono più affidabili. È davvero così?
Sì, ed è vero, per una ragione tecnica. Il tennis è uno sport individuale: spariscono la squadra, lo spogliatoio, l’incastro tra undici giocatori. Restano due atleti, lo stato di forma e i precedenti, e su così pochi elementi la quota fotografa la differenza di valore con più precisione di quanto riesca a fare nel calcio. C’è però un rovescio della medaglia che spesso si dimentica: proprio perché legge bene, un mercato così affidabile lascia anche meno margine. Le quote nel tennis ci azzeccano spesso, ma questo non vuol dire che sia facile guadagnarci sopra – anzi, dove tutto è più leggibile il valore è più raro. E restano comunque una stima di probabilità: due atleti in carne e ossa, un set perso male o un problema fisico, e in un’ora la fotografia cambia.
Chi comanda le gerarchie del circuito, stando ai pronostici?
In cima ci sono due nomi che si sono presi il tennis mondiale, Sinner e Alcaraz, e i pronostici lo dicono senza giri di parole: in qualunque torneo giochino partono quasi sempre favoriti. Va detto che in questo momento il quadro ha un grosso asterisco, perché Alcaraz è fermo per infortunio: e quando in un torneo manca uno dei due, l’altro non resta semplicemente il favorito, diventa quasi un’eccezione statistica – mentre più in basso si apre una porta in più per chi di solito si gioca al massimo una semifinale. Dietro la coppia resiste l’esperienza dei veterani, ancora capaci di colpi da campione nelle partite che pesano. Ma quello che racconta meglio questi anni è un altro segnale: il vertice si è ristretto a pochissimi giocatori, una concentrazione che nel tennis recente si era vista raramente. Con una precisazione che faccio sempre: sui tre set il favorito sbaglia poco, ma negli Slam al meglio dei cinque, dove contano la tenuta fisica e la testa sulla lunga distanza, i valori si ribaltano con più facilità. Il pronostico che regge per un Masters 1000, sullo Slam va sempre maneggiato con prudenza.
Quanto pesa la superficie nel leggere una partita?
Pesa moltissimo, ed è l’elemento che chi guarda solo il nome del giocatore sottovaluta sempre. Lo stesso atleta può avere percentuali di vittoria molto diverse sulla terra, sull’erba o sul cemento, perché ogni superficie premia qualità differenti: la terra rossa allunga gli scambi e valorizza la resistenza, l’erba accorcia tutto e premia il servizio, il cemento sta nel mezzo. La stagione sull’erba per me è la più insidiosa da leggere, perché dura poche settimane e concede pochissimo margine d’errore. La sintesi è semplice: senza tenere conto della superficie, qualsiasi lettura di una partita resta monca.
L’intelligenza artificiale è entrata anche nei pronostici del tennis. Strumento serio o moda?
È un cambiamento reale, e lo dico da chi i numeri li usa tutti i giorni: non è una moda. I modelli elaborano una quantità di dati che un analista da solo non riuscirebbe a maneggiare – percentuali al servizio, palle break convertite, rendimento per superficie, partite nelle gambe – e su questo sono bravissimi, ci battono senza discussione. Quello che non vedono è il lato umano: la fragilità mentale in un tie-break, la pressione del pubblico, la giornata storta che non ha spiegazioni statistiche. I modelli aggregano informazioni, non leggono la testa di un giocatore. Per come la vedo io sono un ottimo punto di partenza, il pezzo che manca lo mette ancora chi la partita la guarda.
Il tennis italiano vive un momento d’oro. È un fuoco di paglia o un movimento solido?
I numeri dicono movimento solido, e la prova è proprio che non mi basta fare un nome solo. Tre anni fa, fuori da Sinner, si faceva fatica a riempire una mano; oggi ci sono Musetti, Cobolli che ha scalato la classifica a una velocità impressionante, Darderi cresciuto sulla terra, e dietro ancora ragazzi che vincono partite. Quando un Paese piazza più giocatori in alto nello stesso momento non è il colpo del singolo fuoriclasse, è il sistema a monte che funziona: i circoli, i maestri, i tornei giovanili che dieci anni fa avevano seminato. Il singolo campione accende l’entusiasmo, è la profondità del gruppo a dirti se quell’entusiasmo dura. E la differenza tra una fiammata e un movimento è tutta qui: la fiammata ha un nome solo, il movimento fai fatica a stare dietro a quanti ne mette in campo.
C’è un nome emergente o un outsider da tenere d’occhio?
Guarderei alla nuova generazione, e un nome lo faccio: Joao Fonseca. Diciannove anni e un dritto che a quell’età, nel tennis recente, hanno avuto in pochissimi. Lo dico con cautela, perché il talento esplosivo è una cosa e reggere due settimane di Slam è un’altra: la pazienza e il movimento per costruire i punti che contano, a quell’età, mancano ancora. Ma è esattamente il profilo che ai pronostici della vigilia piace far saltare. Non lo chiamerei ancora favorito, lo metto tra quelli che a un favorito possono complicare la giornata, soprattutto sulle superfici veloci dove un grande servizio colma in fretta il divario di esperienza. Il fenomeno di fondo è uno: l’età di chi entra tra i primi del mondo si è abbassata, e questi ragazzi bruciano le tappe più in fretta di chi li ha preceduti.
Un consiglio a chi vuole seguire il tennis anche attraverso i numeri?
Usare i dati per capire, non per illudersi. Le quote, i testa a testa, i rendimenti per superficie sono ottimi compagni di visione: aiutano a guardare una partita con occhi più consapevoli e a riconoscere il valore di un giocatore al di là della classifica. Il numero però non è mai una certezza, è un punto di vista in più. Il consiglio che do sempre è di tenerli al loro posto: il bello del tennis resta quel margine di imprevedibilità che nessuna tabella riesce a contenere, ed è esattamente la parte che va vissuta, non calcolata.
