Golf
Golf: Ryan Fox, Francesco Molinari, Stefano Mazzoli e una settimana particolare dal Royal Birkdale a Punta Cana
Sono stati quattro giorni quantomeno alternativi, quelli vissuti sia dal golf italiano che da quello internazionale. Se, però, tutti gli occhi del mondo dei putt erano fissi sul Royal Birkdale, sede dell’edizione numero 154 dell’Open Championship, con un successo da ricordare che è quello di Ryan Fox, in casa Italia si è rivisto Francesco Molinari e si è soprattutto accesa una serie di riflettori su Stefano Mazzoli. Ma andiamo con ordine.
Innanzitutto, Ryan Fox. Una storia, la sua, incredibile già solo per quello che ha fatto in questi 4 giorni. Dopo il primo giro era 85°: in zona taglio, praticamente. Anzi, sarebbe stato tagliato. Poi, nel secondo, è risalito al 52° posto con un 68. E poi, nel terzo, ha tirato fuori un memorabile 62, salendo in seconda posizione, per poi chiudere con il trionfo in una domenica che non dimenticherà mai. Dalla Nuova Zelanda di campioni Major ne erano usciti solo due: Bob Charles sempre all’Open nel 1963 (al Royal Lytham & St. Annes) e Michael Campbell allo US Open nel 2005. Due trionfi, quelli, particolari a modo loro: Charles batté l’americano Phil Rodgers dopo uno spareggio di 36 buche (allora si usava così, un giro completo al mattino e uno al pomeriggio), mentre Campbell, a 36 anni, si concesse il lusso di precedere Tiger Woods al Pinehurst No. 2 quando questi era alla caccia del decimo Major.
C’è tanto sangue sportivo in Ryan Fox: suo padre, infatti, non fu solo un giocatore di rugby. Fu Grant Fox. E Grant Fox non fu solo uno degli All Blacks. Anzi, ne fu parte dal 1985 al 1993 con 46 presenze, 645 punti e un ruolo fondamentale per due motivi: il primo è che aveva al suo fianco un certo John Kirwan, non esattamente uno qualsiasi, il secondo è che ha cambiato tantissimo l’arte del calcio in mezzo ai pali nel suo sport. Uno stile, il suo, detestato prima e, immancabilmente, preso a modello da tantissimi poi. E fu noto (e oggetto di scherzi) per aver segnato un’unica meta in carriera, contro la Scozia. Il che, per un mediano d’apertura, stonava e stona. Ma resta il recordman di punti in una singola Coppa del Mondo, o Mondiale che dir si voglia: 126, nell’edizione inaugurale del 1987. Nondimeno, il nonno è Merv Wallace, celebrato giocatore di cricket che per 16 anni vestì la maglia della Nuova Zelanda e che ne fu capitano per due anni.
C’è dell’altro, però, e questo riguarda solo il Fox golfista. Prima di questo trionfo, infatti, non aveva mai nemmeno sfiorato la top ten in nessuno Major. Al massimo era arrivato 16° all’Open del 2019, cogliendo un’altra top 20 (19°) allo US Open lo scorso anno. Ma, in linea generale, aveva assunto, a 39 anni, ormai una posizione nella quale già aver vinto il BMW PGA Championship di Wentworth, nel 2023, era garanzia di avere il proprio nome scritto in una buona fetta di memoria del golf. Ed è anche vero che, nel 2025, aveva avuto davvero una bella annata sul PGA Tour, vincendo il Myrtle Beach Classic e, dopo un mese, il Canadian Open, entrambi al playoff. Questa volta, però, si è superato. Perché quel 62 del terzo giro è stato da record: le 18 buche (eguagliate) dallo score più basso nella storia dei Major. Ancora di più, la stoffa dell’uomo in grado di fare qualcosa di eccezionale si è vista proprio alla fine: birdie, birdie, bogey, birdie, par e birdie nelle ultime sei buche. Il tutto mentre Cameron Young, con un bogey, a conti fatti si è giocato la chance del playoff (senza scordare ovviamente la discesa netta di Sam Burns, che era quasi a un passo dal suo secondo Major).
Chiuso il capitolo Fox, e chiuso evidentemente quello di uno Scottie Scheffler che, pur senza Major quest’anno (ma sempre nelle zone altissime), è talmente saldo al numero 1 che nessuno può anche solo pensare di avvicinarlo nel breve termine, c’è una coda importante in casa Italia. La firma Francesco Molinari, che è tornato a vivere sensazioni che sembravano dimenticate. Quarto dopo il primo giro, ottavo dopo il secondo, ha avuto un calo che lo ha portato al 48° posto nel fine settimana. Sensazioni che, a volte, si capisce che possono mancare, e quelle dell’Open sono forti. Ma a tratti si era già visto che Chicco stesse ritrovando del buon ritmo, e quanto visto al Royal Birkdale, al di là della seconda metà di torneo che lo ha visto poco preciso sul green, per confortare conforta eccome. Minore la fortuna per Francesco Laporta, al suo primo Open, e penalizzato da un paio di episodi sfortunati nelle seconde nove buche del secondo giro, senza i quali il taglio l’avrebbe passato.
Ma la notizia, se vogliamo, che l’Italia ha accolto con felicità è quanto accaduto da tutt’altra parte del mondo, in Repubblica Dominicana. Succede, infatti, che accanto all’Open è da qualche tempo organizzato un vero e proprio alternate event, che però di fatto è interno anche ai calendari di DP World Tour e PGA Tour. Ebbene, è qui che Stefano Mazzoli si è riuscito a procurare un successo che non giunge del tutto inaspettato, perché nelle ultime settimane due top 20 sul circuito europeo erano arrivate, ma che ribalta totalmente le attuali gerarchie del golf tricolore. Adesso è lui, il ventinovenne di Segrate, il numero 1 d’Italia, al 202° posto del ranking mondiale. Lui, che il prossimo anno giocherà il PGA Championship proprio grazie a questo successo. E, a proposito di Italia nel ranking mondiale, la situazione è davvero particolare.
Questo perché, ora, di golfisti tra la posizione numero 200 e la numero 300 con la bandiera italiana di fianco ce ne sono sei, più altri due tra la 300a e la 400a. Sono tutte storie diverse nell’anno in corso. Mazzoli ha piazzato il balzo al numero 202 che può girargli una fetta di carriera, poi c’è Francesco Molinari 221° e che ha recuperato più di 200 posti da inizio anno, mentre è più o meno stabile Laporta 231°, così come Guido Migliozzi 250°. Chi, però, è più costante di tutti quest’anno è Gregorio De Leo, ripetutamente nelle zone alte sul DP World Tour e attualmente numero 273, mentre Renato Paratore è sì un po’ sceso da inizio anno (da 221 a 278), ma di tanto in tanto offre buoni segnali. Totalmente diversi i due casi che seguono: Andrea Pavan è 348° non perché sia calato, ma perché, dopo due belle performance a inizio 2026, ha subito un incidente spaventoso in Sudafrica cadendo giù da una tromba dell’ascensore per tre piani, subendo diverse fratture. Il suo percorso di riabilitazione è tuttora in corso, e non si vede l’ora di ritrovarlo sui green. Stagione invece propriamente difficile per Matteo Manassero, sceso da 201° a 350°, come anche in certa misura per Filippo Celli, 420° da 323° che era. Attenzione, però, a una scalata, quella di Andrea Romano, partito da 880° e ora 576° sulla scia di tre vittorie, un secondo e un terzo posto sull’Alps Tour.
