Scherma
Andrea Santarelli: “L’oro ai Mondiali un riscatto personale. Tecnica e fisico le chiavi del futuro”
Ospite dell’ultima puntata di Focus, il programma condotto da Alice Liverani sul canale YouTube di OA Sport, è stato Andrea Santarelli. Ormai da anni un punto di riferimento della spada maschile, componente del quartetto che ha saputo raggiungere il podio olimpico e anche quello Mondiale, sul gradino più alto nella rassegna casalinga a Milano. Una bella riflessione sulla sua carriera e anche su come la scherma sta cambiando.
I primi passi con la scherma: “Quasi fin da subito, diciamo a cinque anni, ho iniziato a fare scherma e sono ancora qui a trentadue anni, praticamente a ridosso dei miei trentatré. Da piccolo ho fatto prima un anno di pattinaggio su ghiaccio e poi anche quello a rotelle. Mi ricordo che volevano che facessi calcio, o perlomeno uno sport in generale, ma io mi sono impuntato: non ne avevo voglia. Così ho fatto solo un giorno di calcio. Poi mio cugino praticava scherma, vedevo le sue spade nel portabagagli e quella cosa mi incuriosiva. Alla fine, quando ho cominciato, non mi sono più stancato di farlo. Mio cugino è forte, molto forte. Diciamo che negli anni è stato il mio punto di riferimento. Da piccolo era il mio obiettivo e dovevo cercare di superarlo sempre, in qualche modo. Giacomo era quella persona che volevo continuamente raggiungere e battere. Poi lui ha fatto un percorso accademico fenomenale, quindi lì non potrò mai raggiungerlo”.
I sacrifici per diventare un atleta professionista e la dedizione al lavoro: “Ci sono talenti personali che possono essere più tecnici, il mio è sicuramente più tecnico e ci sono atleti che hanno talenti più mentali o più fisici. Poi però ci sono la dedizione, la costanza, il sacrificio. Fin da quando sei piccolo inizi a rinunciare alle uscite con i compagni di classe, alle prime serate, ai momenti in cui si comincia a uscire. Io dovevo rinunciare a tutto questo, ma lo facevo con grande piacere, perché è stato proprio l’amore per il mio sport a portarmi fino a qui. Sono molto felice del mio percorso, perché mi ha anche tenuto lontano da problematiche che tanti giovani affrontano. Certo, Foligno è una realtà molto più piccola rispetto a Milano, Roma o ad altre grandi città italiane, quindi presenta meno difficoltà di questo tipo. Però mi rendo conto che l’atleta, tendenzialmente, è resiliente, forte, combattivo e cerca sempre di uscire dalle difficoltà. Questo è ciò che lo sport mi ha insegnato, e ne sono molto contento”.
Il momento in cui ha sentito davvero di poter svoltare nella sua carriera: “C’è stato un momento preciso in cui arrivi a ridosso di quello che, nel nostro ambiente, è lo scaglione dei primi sedici del mondo. È una fascia importantissima perché, innanzitutto, a livello di risultati ti posiziona molto bene: essere nei primi sedici significa aver fatto una stagione di altissimo livello. Il ranking è sempre aggiornato, quindi vuol dire che gli ultimi dodici mesi della tua carriera sono stati molto buoni. Inoltre, i primi sedici del mondo bypassano completamente il primo giorno di gara, dove ci sono anche 250 o 300 atleti, e accedono direttamente al tabellone principale da 64. È un passaggio fondamentale nella vita di un atleta. Il mio click è stato proprio lì, quando ero sempre a ridosso di quella fascia. Rimani sempre in quelle posizioni, a galleggiare. Mi ricordo un giorno di sconforto con il mio ex maestro, Andrea Candiani, gli dicevo se mai sarei riuscito a raggiungere quel livello. Lui mi rispose che dovevo sempre credere in mese stesso”.
Il ricordo dell’argento olimpico a Rio 2016 nella prova a squadre: “Quella è sicuramente la medaglia più importante. Nonostante fossi ancora giovane, ero il quarto della squadra, perché si trattava comunque di una medaglia a squadre. Il quarto atleta aveva un ruolo più ridotto dal punto di vista tecnico, ma resta comunque una conquista gigantesca. È l’obiettivo che hai da quando metti piede in pedana. A cinque anni è un sogno, a dieci anni è ancora un sogno, a quindici inizi a pensare che forse potrebbe diventare realtà, a venti diventa un obiettivo concreto. E a ventitré anni l’abbiamo raggiunto. Pochi anni prima era morto il mio primo maestro, ex commissario tecnico della Nazionale nel 2008. Erano passati otto anni, che sono tanti, ma nella mia testa da quel momento era nato anche il sogno di vincere una medaglia olimpica per poterla dedicare a lui. Quello è stato un punto di svolta importante”.
L’incredibile medaglia d’oro in casa a Milano ai Mondiali: “È stato un grande riscatto, soprattutto perché in quel periodo ero in un momento di difficoltà. Un riscatto personale, non contro qualcuno. Stavo vivendo un periodo buio, difficile, dal punto di vista individuale. Ero stato selezionato soltanto per la prova a squadre: la competizione era stata divisa e io partecipavo solo alla squadra, mentre altri facevano l’individuale. Ci alternavamo tra gare individuali e gare a squadre. Vincere un Mondiale dopo trent’anni è stato incredibile. Da quando ero nato io, infatti, la spada maschile non aveva più vinto un Mondiale. L’ultimo titolo risaliva a prima della mia nascita. E poi vincerlo a Milano, in casa, con quel tifo è stato qualcosa di meraviglioso. L’anno prima avevamo conquistato l’argento, quindi eravamo già vicini alla vetta. Raggiungerla l’anno successivo, al Mondiale di Milano, è stato speciale”.
Una scherma che sta cambiando molto, anche sul modo degli atleti di stare in pedana: “Chiaramente la forza e la velocità, portate all’estremo, mettono in difficoltà un atleta che magari non è fortissimo fisicamente o non è velocissimo, ma è molto abile tecnicamente. Però è giusto così. Tutti gli sport hanno subito questo processo evolutivo e lo sta vivendo anche la scherma. L’evoluzione futura sarà inevitabilmente questa. Prendere un atleta tecnicamente dotato, insegnargli ancora più tecnica e allenarlo in maniera eccellente dal punto di vista fisico. A quel punto, gli atleti che puntano solo sulla fisicità non riusciranno più a raggiungere quelli completi, tecnici e fisicamente preparati. Ed è giusto così. È quello che, nella mia idea, rappresenta anche Jannik Sinner, un atleta tecnicamente dotato e fisicamente straordinariamente allenato. Questa è l’evoluzione dello sport. Magari Roger Federer rappresentava l’atleta più tecnico e meno fisico. È una sorta di selezione naturale”.
