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Tennis

Jannik Sinner avrebbe vinto lo stesso anche senza la chiusura del tetto? Quel consiglio di Vagnozzi…

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Jannik Sinner
Jannik Sinner / LaPresse

Jannik Sinner avrebbe vinto lo stesso senza la chiusura del tetto della Rod Laver Arena? È una domanda destinata a restare sospesa, senza risposta certa. Perché il tennis non si gioca con i se e con i ma, ma è altrettanto vero che alcune partite vengono indirizzate da snodi invisibili, momenti che non finiscono nel tabellino ma pesano come macigni sull’esito finale.

Il match contro Eliot Spizzirri è stato uno di questi casi. Sinner aveva già mostrato segnali evidenti di difficoltà fisica, soprattutto nel terzo set, quando i crampi ne avevano drasticamente ridotto la mobilità. In quel frangente, con il caldo asfissiante e il corpo che non rispondeva più come avrebbe voluto, è arrivato un consiglio dalla panchina: Simone Vagnozzi gli aveva suggerito di accettare l’idea di sacrificare il parziale, gestendo le energie per arrivare alla fine del set e sfruttare l’interruzione.

La chiusura del tetto non è stata solo una scelta organizzativa, ma un vero punto di svolta. La pausa ha permesso a Sinner di rifiatare, abbassare la temperatura corporea e rimettere ordine in una situazione che stava diventando critica. Non un recupero miracoloso, né la soluzione definitiva ai problemi fisici, ma quanto bastava per tornare in campo con un minimo di margine e una maggiore lucidità.

Da quel momento la partita ha cambiato volto. Sinner ha rallentato i ritmi, ha scelto con più attenzione quando spingere e quando contenere, affidandosi più alla testa che alle gambe. Spizzirri è rimasto competitivo, combattivo, tutt’altro che arrendevole, ma l’inerzia emotiva e tattica era ormai passata dalla parte dell’azzurro.

Avrebbe vinto anche senza quella pausa forzata, seguendo il suggerimento del coach? Impossibile dirlo. Quello che è certo è che in quella fase delicatissima si è visto il peso delle scelte, dell’esperienza dello staff e della capacità di leggere la partita oltre il punteggio. E forse, più ancora del risultato, è proprio questo l’aspetto che racconta meglio la maturità raggiunta dall’altoatesino.

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