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ATP Finals, gli italiani che si erano qualificati prima di Jannik Sinner: i precedenti

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Jannik Sinner

Possiamo dire che, attraverso tutte le storie di tennis che hanno attraversato l’Era Open, sono stati finora quattro i giocatori italiani ad aver giocato le ATP Finals, alias il Masters per i nostalgici, nel singolare maschile. Solo due, però, sono stati (e sono) capaci di arrivare al torneo di fine anno per più di una volta, tra cui Jannik Sinner (sebbene nella sua circostanza particolare legata non, ovviamente, al 2023, ma al 2021).

In principio, molto prima che prendesse piede l’ATP, il tennis era organizzato in un modo diverso. E, in particolare, dal mese di maggio fino alla fine dell’anno era il Grand Prix a farla da padrone (sebbene, per un periodo, di circuiti contemporanei ce ne siano stati addirittura quattro). Si trattava di un evento itinerante, o almeno lo è stato fino al 1977, quando ha trovato casa al Madison Square Garden di New York, dov’è rimasto fino al 1989. Il primo italiano ad entrarci, però, non lo fece nella Grande Mela. Adriano Panatta, infatti, si qualificò nel 1975 quando si tenne a Stoccolma, nello stesso luogo dove oggi si disputa un ATP 250. Perse con Manolo Orantes 6-4 7-6 e con Arthur Ashe 7-6 6-3, vinse un set contro Ilie Nastase, ma anche contro il (fin troppo) focoso rumeno finì 7-6 3-6 6-0. Il 1978, invece, fu l’anno di Corrado Barazzutti: il friulano ce la fece a suon di ottimi risultati, in un’annata da sei americani su otto in cui le eccezioni erano lui e Raul Ramirez, messicano. Fu con quest’ultimo che vinse un set, ma perse 3-6 6-3 6-4; negli altri due match prevalsero Brian Gottfried 7-6 6-4 ed Eddie Dibbs 6-4 6-4.

Grand Prix, dunque. Eppure sono in relativamente pochi a ricordare cos’era il tennis a quell’epoca. Se il Grand Prix si teneva da maggio fino a fine anno, da gennaio a maggio c’era il WCT, World Championship Tennis. In differenti parole, era l’altro circuito nato nel 1967 da un’idea di Lamar Hunt (fondatore, tra l’altro, di AFL, MLS e Kansas City Chiefs in NFL) e che, con l’ingresso di Mike Davies nel 1968, introdusse cose che oggi sembrano ovvie: il tie-break, le palline gialle (prima erano bianche), i 90 secondi ai cambi di campo ogni due game. Dopo i primi anni di lotta (ed embargo) con il Grand Prix, il WCT ebbe un suo riconoscimento a partire dal 1973. E, nel 1977, il torneo finale in questione lo giocò Adriano Panatta. La formula era diversa: si giocavano quarti, semifinali e finale. Il romano fu accoppiato a Jimmy Connors e perse 6-4 7-5 6-4. L’anno dopo fu la volta di Corrado Barazzutti, che il suo quarto invece lo vinse al quinto set, e in rimonta, con Brian Gottfried, ma cedette in semifinale a Eddie Dibbs. Il WCT avrebbe chiuso la propria esperienza nel 1989, al pari del Grand Prix, per via della nascita dell’ATP.

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Il bello, o il brutto, fu che anche qui ci fu un periodo nel quale l’ITF pensò bene di creare una specie di “Masters rivale”, la Grand Slam Cup, che resse dal 1990 al 1999 e cui si qualificavano i migliori per rendimento negli Slam (compresi, senza particolare fortuna, Cristiano Caratti nel 1991 e Renzo Furlan nel 1995).

Dopo i ruggenti Anni ’70, l’Italia fu sostanzialmente ai margini della questione Masters prima e ATP Finals poi, se si fa eccezione per il 2015 con la comparsa di Simone Bolelli e Fabio Fognini, arrivati a Londra anche sulla spinta degli Australian Open vinti a gennaio. Persero contro i Bryans e Murray (Jamie)/Peers, quindi sconfissero, a giochi già fatti, Bopanna e Mergea: quella contro l’indiano e il rumeno è l’unica vittoria azzurra nel settore del doppio.

Improvvisamente, ma non troppo, nel 2019 arrivò la scalata di Matteo Berrettini. Sempre meglio di mese in mese, il romano: una gran stagione rossa, gli ottavi a Wimbledon e poi la semifinale agli US Open e a Shanghai furono un viatico ideale per arrivare alla O2 Arena. Gli toccò però il girone più difficile, quello con Novak Djokovic e Roger Federer. Il serbo e lo svizzero lo sconfissero rispettivamente per 6-2 6-1 e per 7-6(2) 6-3. A giochi già finiti, per lui arrivò la vittoria contro Dominic Thiem: quel 7-6(3) 6-3 rimane storico, perché tratta del primo successo di un giocatore azzurro nel torneo dei migliori otto.

Berrettini tornò alle Finals nel 2021. Stavolta, però, lo fece da grande protagonista, soprattutto in virtù dei quarti al Roland Garros e agli US Open, nonché della finale al Masters 1000 di Madrid e soprattutto a Wimbledon. Un’annata da vero top ten, che gli permise di arrivare alle Finals con ampio anticipo. E con un vantaggio: il sostegno del Pala Alpitour di Torino, diventato sede dell’evento dopo le edizioni da capitale del mondo tennistico di Londra. Ci fu, però, un problema. Molto serio. 7-6(7) 1-0 Zverev, palla dell’1-1 per Matteo: prima in campo, risposta del tedesco e dritto in rete. Subito dopo, però, il romano si piegò, mani in faccia, lacrime, testa con un “no” scosso da un dolore immenso. Guaio addominale, ritiro dal match e (dopo due giorni di tentativi) dal torneo e 2021 finito. Entrò a quel punto Jannik Sinner, che demolì il polacco Hubert Hurkacz sotto un doppio 6-2 e poi se la giocò con il russo Daniil Medvedev (6-0 6-7(5) 7-6(8) il punteggio finale). Se, però, l’altoatesino allora aveva fatto capolino da riserva, questa volta ci arriva da grande protagonista, da numero 4 del ranking mondiale. E l’impressione di tutti è che l’espressione “fermarsi qui” non sia tra i concetti nella sua testa.

Foto: LaPresse