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Editoriali

Sinner, Egonu, Mancini: così si svilisce la sacra maglia azzurra. L’Italia è amore incondizionato

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Jannik Sinner

Nelle ultime settimane la maglia azzurra, in diversi contesti, sta subendo degli sfregi di cui è difficile capacitarsi. Questa casa non è un albergo, verrebbe da dire. Eppure si assiste a situazioni in cui, a totale piacimento, si decide di entrare o uscire come se nulla fosse attraverso porte girevoli e senza alcuna barriera morale.

Essere convocati o allenare una Nazionale dovrebbe costituire il sogno, se non l’obiettivo massimo di ogni atleta. E per tanti, fortunatamente, lo è ancora. Ma non per tutti: i tempi cambiano in peggio, valori consolidati sbiadiscono dinanzi ad un materialismo sempre più imperante. Indossare la sacra maglia azzurra significa rappresentare la nostra Nazione, la nostra storia, un popolo. Vuol dire rinnovare un senso di appartenenza che si tramanda da generazioni, onorare quel Tricolore che ci fa sentire fratelli e sorelle, emozionarsi e piangere come bambini sulle note di Mameli. L’Italia è amore puro, incondizionato.

Per questo siamo rimasti basiti da alcuni comportamenti che non possiamo in alcun modo condividere. Jannik Sinner, dopo aver già rinunciato alle Olimpiadi di Tokyo 2020, ha rimandato al mittente la convocazione del capitano Filippo Volandri per la Coppa Davis (era già avvenuto, peraltro, anche per le Finali del 2022). Non è infortunato, ma, come ha spiegato, “sfortunatamente non ho avuto abbastanza tempo per recuperare dopo i tornei in America e purtroppo non potrò far parte della squadra a Bologna”. In questo momento Sinner non ritiene la Coppa Davis prioritaria per la sua carriera. L’altoatesino è proiettato a raggiungere quanto prima traguardi individuali sempre più ambiziosi e non considera questa competizione propedeutica a tale scopo. E dire che, qualche anno fa, Francesca Schiavone e Flavia Pennetta costruirono una mentalità vincente proprio vestendo la casacca dell’Italia in Fed Cup, salvo aggiudicarsi in seguito rispettivamente un Roland Garros ed uno US Open.

Di Roberto Mancini si è detto e scritto di tutto. Le spiegazioni dell’ormai ex-ct jesino non hanno convinto per niente: ciò che l’italiano medio ha visto è un allenatore che, dopo aver dato le dimissioni, si è fiondato in Arabia Saudita a nuotare nei dollari, novello Paperon de’ Paperoni. Il 58enne resterà per sempre nella storia per il titolo europeo vinto nel 2021. Eppure il finale ha veramente lasciato tanta amarezza per i modi, ancor più che per le azioni. La panchina della Nazionale dovrebbe avere un valore inestimabile, ma forse siamo degli inguaribili ed ingenui romantici che faticano ad evadere dal mondo delle idee di Platone.

Diversa è la vicenda legata a Paola Egonu. Nel suo caso il problema riguarda un rapporto personale ormai logoro ed irrecuperabile nei confronti del ct Davide Mazzanti. Eppure non possiamo dimenticare alcuni comportamenti. Dal termine dei Mondiali 2022 e nei mesi successivi, la classe 1998 ha generato un evitabile teatrino inerente ad un suo possibile addio alla Nazionale. Inizialmente aveva dichiarato di volersi prendere una pausa, salvo poi tornare sui suoi passi. Ora la decisione di non rispondere alla convocazione per il Preolimpico dopo un Europeo vissuto da riserva. Se non è un albergo questo…La Nazionale non può, non deve diventare un mezzo di ricatto: “O io o lui“. Possibile che non sia fattibile trovare un compromesso o, più semplicemente, accettare con umiltà anche un ruolo marginale, attendendo con pazienza tempi migliori? ‘L’Italia chiamò‘, recita il nostro Inno, ma tanti sembrano averlo dimenticato. Il comune denominatore è sempre lo stesso tra il richiamo dei petrodollari, faide e tornaconti personali: l’oltraggio alla maglia azzurra, il simbolo di una Nazione.

Foto: Lapresse