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Ciclismo, cosa succede se un corridore è positivo al Covid-19 durante una gara?



Manca meno di un mese prima del ritorno alle corse internazionali. Le squadre e il personale medico dovranno farsi trovare pronti nella gestione delle procedure mediche imposte dall’UCI, anche se le varie formazioni sono ancora in attesa di direttive finali su cosa potrebbe succedere se un caso di coronavirus COVID-19 emergesse durante una gara.

Come spiega dettagliatamente Cyclingnews, l’UCI ha pubblicato un documento di 13 pagine chiamato “Riapertura della stagione del ciclismo su strada nel contesto della pandemia da Coronavirus”, creato dal professor Xavier Bigard, direttore medico dell’UCI, rappresentante del team, dei ciclisti e di diversi medici delle squadre. All’interno di questo documento ci sono informazioni sulla valutazione del rischio pre-gara, la creazione di bolle protettive per team e gruppo, test pre-gara contro il Covid-19, e distanziamento sociale. Tuttavia, ci sono solo quattro righe su ciò che potrebbe accadere se un sospetto caso Covid-19 insorgesse in una squadra o nel gruppo stesso.

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Un caso di Coronavirus durante il Tour de France potrebbe, in teoria, significare il blocco della corsa stessa. Ma per ora, l’UCI e gli organizzatori della gara non hanno rilasciato alcuna procedura o protocollo su ciò che potrebbe accadere, affermando semplicemente questo: “La gestione dei casi clinici sarà effettuata in accordo con il servizio sanitario locale e in conformità con le linee guida dell’OMS”. Ma un medico di una squadra altamente stimato ed esperto, ha dichiarato a Cyclingnews che il professor Bigard ha affermato che le gare non verrebbero automaticamente fermate nel caso di un corridore positivo al Covid.

Tra i vari suggerimenti sono stati inclusi il ritiro e l’isolamento del singolo atleta o del membro dello staff, o addirittura il ritiro della squadra durante la gara. Inoltre ogni organizzatore ha il dovere di informare le squadre delle regole presenti nel Paese, almeno due settimane prima dell’inizio della competizione; ma se teniamo conto del fatto che il 23 luglio ci sarà la prima gara post ripresa stagionale, ossia il Sibiu Tour, il tempo stringe.

Ricordiamo poi che in Francia va rispettata una rigorosa quarantena di 14 giorni per chiunque sia entrato in contatto con un sospetto caso di Covid-19, mentre in Italia, se si pensa al calcio, le regole sono più morbide. Ma se guardiamo al ciclismo, parliamo di circa 176 corridori e circa 200 membri del personale per la bellezza di 22 squadre, organizzatori e ufficiali di gara. Insomma, sarebbe impossibile testare tutti quanti da un giorno all’altro.

In ogni caso, i team stanno facendo il massimo per rispettare il protocollo UCI sui testi Covid-19 pre-gara. I corridori dovranno sottoporsi ad un test del tampone naso / gola RT-PCR nei 10 giorni prima di viaggiare per una gara, e un altro almeno 72 ore prima della competizione. Tuttavia, in alcuni Paesi, i test con tampone RT-PCR possono essere eseguiti dai servizi sanitari pubblici solo se si sospetta un caso Covid-19, o se qualcuno mostra sintomi.

È probabile che i grandi giri creino unità mobili di prova per i test obbligatori nei giorni di riposo, ma i team si stanno organizzando per trovare laboratori di prova privati ​​vicino alle gare o alle case dei ciclisti in tutta Europa. I ciclisti potrebbero doversi recare alle gare con due o tre giorni di anticipo per assicurarsi di essere testati. Senza un risultato del test, i ciclisti non possono correre.

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lisa.guadagnini@oasport.it

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Foto: LaPresse

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