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L’Italia è grande: Klaus Dibiasi, l’angelo biondo che dominò tre Olimpiadi consecutive. Il Signore della piattaforma



Il grande motivo d’orgoglio dello sport italiano nelle Olimpiadi forse più difficili dal punto di vista dei risultati per gli azzurri (Messico ’68, Monaco ’72, Montreal ’76) e soprattutto in un periodo in cui gli atleti dell’est, in primis sovietici e tedeschi, facevano assoluta razzia di medaglie ai Giochi Olimpici e non solo. Anche se i suoi principali avversari sono sempre stati americani.

L’Angelo Biondo Klaus Dibiasi, bolzanino, classe ’57, figlio d’arte di Karl (a cui sarà intitolata la piscina di Bolzano dove si allena da anni Tania Cagnotto e che aveva partecipato ai Giochi di Berlino ’36) stupisce tutti già a Tokyo ’64, piazzandosi al secondo posto dietro all’americano Webster (oro pure a Roma ’60), ma dopo essere stato in testa al termine delle qualificazioni e lasciando il titolo per un solo punto e più che altro per inesperienza, come lui s tesso ammetterà. A nemmeno 17 anni, può anche bastare. Anche perché all’epoca Klaus non ha nemmeno una piscina coperta dove allenarsi, costruisce tutto in palestra. Dibiasi inizia a tuffarsi all’età di 10 anni e lo farà per altre 10.000 volte, dopo la prima, in carriera.

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A Città del Messico ’68 è pronto per vincere. Oro europeo nel ’66 a Utrecht, in Olanda, si presenta in America da favorito anche se i suoi principali rivali sono targati Usa e Messico. Dai 10 metri è imbattuto ormai dal post Olimpiadi del ’64. Lo allena sempre papà Carlo, impiegato di banca, anche quattro volte campione italiano tra il ’33 e il ’39 quando, causa guerra, si trasferì da Bolzano in Austria. Klaus nasce proprio oltreconfine, nel ’47, per poi seguire nel ritorno in patria il genitore che soffre di nostalgia. Gli va dietro anche in piscina, facendo persino meglio. Lo aiutano il fisico statuario e il carattere freddo, imperturbabile. Un vero nordico, non fosse per quel leggero fastidio a gareggiare al chiuso. Abituato a tuffarsi nel Lido di Bolzano, circondato da alberi, preferisce di gran lunga le gare all’aperto. L’«Alberca Francisco Marquez» è al coperto, ma ciò non impedisce a Dibiasi junior di sfiorare addirittura l’en plein a Città del Messico, a soli 21 anni. Lo prepara allenandosi sei giorni su sette con razioni quotidiane da 130 a 150 tuffi. È assoluto padrone del volo e delle sue tecniche. E’ argento dal trampolino 3 metri, superato soltanto dallo statunitense Wrighston, ma fa meglio del «gemello» torinese Giorgio Cagnotto, quinto. La sua gara, però, scatta quattro giorni dopo. La qualificazione è distribuita su due sessioni: quattro tuffi nella prima e tre nella seconda, con sei obbligatori e un solo libero. Il beniamino di casa, Gaxiola, ha già 31 anni ed è all’ultima occasione utile per fare il colpaccio. Concentra i salti con il maggior coefficiente di difficoltà in avvio e, esaltato dalla sua gente, comanda la classifica del 24 ottobre con tre punti sull’azzurro. Il 25, però, la sorpresa svanisce: Dibiasi domina e passa in testa con 4,71 di vantaggio sul padrone di casa. I tre tuffi di finale riservati ai primi dodici sono una formalità. Il biondo bolzanino presenta il «due e mezzo ritornato» (coefficiente 2,4), il «tre e mezzo» (2,6) e il «due e mezzo rovesciato» (2,7) e vince in scioltezza, nonostante un’ultima esecuzione riuscita a metà.

Quattro anni più tardi, poco prima della strage di Settembre Nero, Klaus Dibiasi concede il bis. Gioca di fatto in casa, nella Schwimmhalle bavarese a Monaco ’72. Parla anche il tedesco meglio dell’italiano, cosa che aveva fatto storcere il naso a parecchi giornalisti italiani quattro anni prima in Messico e ne avevano pure scritto sui quotidiani. Dibiasi resta l’assoluto favorito nella gara dalla piattaforma. Poco importa se nell’Europeo del 1970 il tedesco orientale Matthes sia riuscito a batterlo. Il nostro «angelo biondo» è il campione in carica, il tuffatore di gran lunga più bravo del mondo. È l’oro più sicuro dell’intera spedizione azzurra. Nessuno osa mettere in discussione il suo bis dopo Messico ’68. Che sia in forma lo dimostra anche nella prova dal trampolino dai 3 metri. La guida anche, ma sbaglia un tuffo in coda e si ritrova soltanto quarto, con Giorgio Cagnotto medaglia d’argento. Peccato. Insieme riescono anche a salire sul podio della piattaforma dai 10 metri: ancora primo il bolzanino, come da pronostico, e terzo Cagnotto. La loro classifica è già quella dopo i sette tuffi di qualificazione del 3 settembre. Dibiasi conduce con 338,25 punti sul sovietico Ambartsumyan che ne ha 313,31, appena 38 centesimi più dell’altro azzurro. Klaus ha un margine di gran sicurezza con cui affrontare gli ultimi tre salti e non si scompone, nonostante qualche dolore al gomito sinistro che lo infastidisce ormai da due anni.

Il tris. In Canada, le Olimpiadi conoscono la prima forma di boicottaggio: 27 Paesi africani più l’Iraq e la Guyana americana rinunciano in segno di protesta contro il tour degli All Blacks neozelandesi del rugby nel Sudafrica dell’apartheid, portato a termine nel silenzio del Cio. Nel 1976 Klaus Dibiasi «è» l’Italia fin dalla cerimonia d’apertura. Alla quarta Olimpiade e dopo due argenti e due ori sfila davanti a tutti portando la bandiera. Un onore, ma anche un onere. Perché il bolzanino sa di non essere al top per quelle che saranno le ultime gare della sua eccezionale carriera. La conferma arriva dal trampolino, disputato dopo aver a lungo temuto di dare forfait. Cagnotto conquista un altro secondo posto, lui non va oltre l’ottavo, ultimo dei finalisti. Più del risultato, però, lo preoccupano i continui dolori. Medita persino di rinunciare a inseguire la storica impresa del tris consecutivo dalla piattaforma, ma le cure, le coccole e gli incitamenti che riceve in abbondanza lo inducono a non abdicare. Così, quattro giorni dopo i tre metri sale ai dieci per le qualificazioni della «sua» gara. È uno scontro esaltante tra generazioni: Dibiasi è il passato ma vuole fortemente ancora essere il presente; Greg Louganis, sedicenne americano nato a Samoa da genitori greci, è il futuro che vuole bruciare le tappe. Proprio lui chiude in testa la prima fase, con 583,50 punti, 13 più dell’azzurro. Passano in otto ma è chiaro che a giocarsi l’oro saranno soltanto loro due. Louganis è ancora il più pronto nei primi tuffi della finale. Guida fino al quarto, premiato addirittura con un 10 dal giudice canadese. Dibiasi va al comando a partire dal quinto e allunga nel nono, che lo statunitense sbaglia di brutto concedendo i 23 punti che alla fine fanno la differenza. Klaus, invece, è una macchina perfetta. Soffre in silenzio, tiene duro e rivince con uno splendido «tre e mezzo» conclusivo, premiato anche da un 10. Supera per la prima volta in una gara internazionale i 600 punti e completa una tripletta mai vista. Che fatica, però. «Per me», confessa in lacrime dopo l’ultimo sforzo, «non era mai stato così difficile. A un certo punto, mi è sembrato di avere tutto il mondo contro: i dolori, la giuria, il giovane americano.» Di fatto, è il passaggio del testimone. Klaus dice basta e sarà Louganis a dominare. Escluso dal boicottaggio a Mosca, farà suoi gli ori di Los Angeles e Seul.

Tre Olimpiadi consecutive (Città del Messico 1968, Monaco 1972 e Montreal 1976) sul gradino più alto del podio, unico atleta italiano nella storia a essere riuscito in tale impresa insieme a Valentina Vezzali nella scherma (fioretto). Nessun altro tuffatore al mondo ha saputo eguagliare l’exploit (vincere 3 ori ai Giochi nella stessa specialità individuale in tre diverse edizioni) di Klaus Dibiasi. 

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gianmario.bonzi@gmail.com

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Foto: La Presse

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One Reply to “L’Italia è grande: Klaus Dibiasi, l’angelo biondo che dominò tre Olimpiadi consecutive. Il Signore della piattaforma”

  1. OLIMPIONICO ha detto:

    Immenso DIBIASI: Leggenda Olimpica Italiana ! Altro che qualcuna che si spoglia per playboy !

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