‘Italia, come stai?’: lo stato di salute dello sport azzurro. Prima puntata: il ciclismo

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A meno di un anno dalle Olimpiadi invernali di PyeongChang 2018 ed a tre e mezzo da quelle estive di Tokyo 2020, senza trascurare gli eventi motoristici: come sta davvero lo sport italiano? Lo scopriremo in una serie di puntate di ‘Italia, come stai?’ dove analizzeremo lo stato di salute di ciascuna disciplina, focalizzandoci non solo sull’attualità, ma anche sulle prospettive future a lungo termine.

Questo nostro viaggio comincia oggi con il ciclismo.

In uno sport dove, tradizionalmente, ha recitato quasi sempre la parte del leone (69 edizioni del Giro d’Italia vinte, 10 del Tour de France, 19 titoli iridati individuali su strada, seconda solo al Belgio), ora l’Italia annaspa. E non poco.

Correva l’anno 2014. Vincenzo Nibali, all’apice della sua straordinaria carriera, festeggiava in maglia gialla a Parigi, riportando nel Bel Paese un successo che mancava da 16 anni. Contemporaneamente un ragazzo di 24 anni, Fabio Aru, lasciava intravedere numeri da fenomeno, come testimoniava il terzo posto al Giro. Il fuoriclasse già affermato e l’erede già pronto a rilevarne il testimone, si pensava.

3 anni dopo, qualcosa è cambiato, ma in peggio. Nibali resta il faro del movimento, tuttavia il fardello dell’età comincia a pesare sul siciliano, che a novembre compirà 33 anni. La classe dello Squalo resta indiscutibile, ma è altrettanto vero che non è più lo stesso corridore del 2014. Lo scorso anno vinse il Giro d’Italia con una rimonta epica nelle tappe conclusive, al cospetto di avversari non irresistibili. Nell’edizione del centenario dovrà vedersela con un Nairo Quintana difficilmente battibile. Nibali, in passato, era uno dei pochi corridori a brillare per buona parte dell’anno. Ora l’età gli impone di finalizzare la preparazione per pochi obiettivi mirati.

La Vuelta di Spagna conquistata da Fabio Aru nel 2015 sembrava il trampolino di lancio verso una bacheca zeppa di trionfi. Nel 2016, tuttavia, il sardo pare aver imboccato una pericolosa parabola regressiva. Dopo non aver mai davvero brillato, l’italiano è andato in crisi nell’ultimo tappone alpino del Tour de France 2016, chiuso con una modesta tredicesima piazza finale. Una batosta mentale forse non ancora superata del tutto. L’avvio di stagione di Aru, infatti, si è rivelato tutt’altro che incoraggiante, culminato con il ritiro alla Tirreno-Adriatico per una bronchite.

Con Nibali giunto ormai nella seconda fase della carriera ed Aru alla disperata ricerca di se stesso, l’Italia al momento non offre altri corridori da corse a tappe. Il rischio, concreto, è che non spunti neppure una bandiera tricolore nelle prime dieci posizioni dei Grandi Giri qualora Nibali e Aru non siano presenti o, per qualsiasi motivo, il loro rendimento non rispetti le attese. Chi avrebbe le qualità per imporsi sarebbe Diego Rosa, tuttavia il quasi 28enne piemontese ha scelto di approdare nel Team Sky, dovrà sarà al servizio di altri capitani.

E qui veniamo al primo nodo della crisi: la scomparsa di squadre italiane nel World Tour, di fatto, ha penalizzato fortemente i corridori nostrani. I tempi di inizio secolo con Saeco, Mapei e Mercatone Uno sono ormai un ricordo lontanissimo. All’epoca il movimento era ricco, supportato da investitori competenti ed appassionati. Ora i capitali si sono sposati nei Paesi anglosassoni e mediorientali. In un ciclismo ormai completamente globalizzato, sovente i corridori italiani di buone prospettive vivono in squadre estere il medesimo destino di gregariato. Pensiamo, solo per citare alcuni casi, a Matteo Trentin, Salvatore Puccio ed ora lo stesso Rosa.

Ad oggi il ciclismo italiano vive una delle situazioni più difficili della sua storia. Degli uomini da corse a tappe abbiamo già parlato, ma a mancare terribilmente sono anche corridori da classiche e velocisti. Tanti, troppi i talenti che promettevano bene, prima di smarrirsi del limbo delle eterne promesse. Pensiamo a Moreno Moser, Diego Ulissi, Enrico Battaglin, Andrea Guardini.

La speranza è che possa andare diversamente per altri tre giovani, considerati dei predestinati: Gianni Moscon, Simone Consonni e Filippo Ganna. Anche Moscon, come altri italiani, ha scelto la strada (ed il lauto ingaggio…) del Team Sky: l’auspicio è che riesca a farsi strada, senza perdersi nei meandri del gregariato. Consonni e Ganna, invece, sono dei ciclisti moderni, formidabili su pista ed ora chiamati ad emergere anche su strada. Due ragazzi che ci consentono di aprire proprio il capitolo del ciclismo su pista. Qui, negli ultimi anni, i passi avanti sono stati evidenti, come testimoniano l’oro olimpico nell’omnium di Elia Viviani, il titolo iridato di Ganna nell’inseguimento individuale e la crescita complessiva della squadra, anche se continua a permanere il vuoto nella velocità pura. Il coordinatore delle Nazionali, Davide Cassani, si è battuto con tutte le sue forze per garantire una stretta intercambiabilità tra pista e strada, come avviene sistematicamente nei Paesi anglosassoni. I primi frutti iniziano a vedersi.

Nei prossimi anni esistono concrete possibilità che le maggiori soddisfazioni dal ciclismo arrivino dalle donne. Elisa Longo Borghini rappresenta il faro del movimento e, a 25 anni, sta per raggiungere l’apice del suo processo di maturazione, con margini di miglioramento notevoli anche a cronometro. Una certezza assoluta per le corse di un giorno ed in grado di fare classifica anche al Giro Rosa. Manca solamente l’ultimo step ad Elena Cecchini, classe 1992, per trasformarsi da ottima atleta a campionessa: la friulana ha già mostrato a più riprese di valere le migliori al mondo.

A far ben sperare, inoltre, è un vivaio che continua a sfornare talenti a raffica. Il nome da segnarsi con la matita rossa sul taccuino è quello di Elisa Balsamo, campionessa del mondo juniores nel 2016. La 19enne cuneese eccelle sia su pista (soprattutto nell’omnium olimpico) sia su strada, dove è brava a tenere anche su percorsi duri, per poi far valere le sue doti di sprinter. Una ragazza che ha le qualità per sfondare. Altra giovanissima, peraltro già affermata, è Rachele Barbieri, già capace di salire sul podio nella Coppa del Mondo di ciclismo su pista nell’omnium.

Proprio su pista stanno arrivando dei risultati interessantissimi. Le azzurre, in crescita esponenziale, hanno vinto la Coppa del Mondo nell’inseguimento a squadre e da dietro il ricambio è già assicurato, con Elisa Balsamo, Chiara Consonni, Martina Stefani e Letizia Paternoster capaci lo scorso anno di vincere l’oro iridato juniores con tanto di record del mondo di categoria.

LO STATO DI SALUTE DEL CICLISMO ITALIANO

Uomini: preoccupante

Donne: decisamente buono

LE STELLE

Uomini: Vincenzo Nibali, Fabio Aru

Donne: Elisa Longo Borghini

Le promesse: Filippo Ganna, Gianni Moscon, Simone Consonni, Elisa Balsamo, Rachele Barbieri, Letizia Paternoster

federico.militello@oasport.it

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