Sport italiano: un 2014 appena sufficiente, tra luci accecanti e problemi irrisolti

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Al crepuscolo di un 2014 altalenante dal punto di vista sportivo, è tempo di trarre i consueti bilanci di fine stagione. Non è stato un anno facile per l’Italia. A vittorie che hanno fatto la storia si sono alternate anche sconfitte cocenti ed epocali, con un sentiero verso le Olimpiadi di Rio 2016 che appare tutt’altro che rassicurante. Le proiezioni, tenendo conto dei risultati dei Mondiali disputati nel 2013 e 2014, ci vedono attualmente al ventesimo posto, risultato che ci farebbe tornare indietro di 40 anni. Sono dati allarmanti: si tratterà anche di un medagliere virtuale, ma i numeri non mentono mai e sono indicatori dello stato di salute di un movimento. 23 medaglie, di cui appena 5 d’oro (ed una, quella di Clemente Russo nei pesi massimi di pugilato, risalente al 2013), testimoniano le difficoltà incontrate sovente dall’Italia in questo 2014, soprattutto al cospetto di una concorrenza globale.

Se la scherma si conferma lo sport leader e trascinatore per antonomasia, come testimoniano i successi nel medagliere sia agli Europei sia ai Mondiali, una buona vitalità hanno mostrato anche pugilato (con la prorompente crescita del settore femminile), vela, tiro a volo e tiro a segno, ciclismo su strada e nuoto. In quest’ultimo caso, accanto alla sempreverde Federica Pellegrini, Gregorio Paltrinieri si è oramai imposto come numero uno assoluto del mezzofondo planetario (in attesa del confronto con il cinese Sun Yang, reduce da una squalifica per doping), Marco Orsi ha compiuto lo step definitivo che lo separava dai big della velocità, mentre diversi nomi nuovi si stanno affacciando sui grandi palcoscenici con la possibilità di emergere in tempi brevi (pensiamo, solo per citare due esempi, a Simone Sabbioni ed Arianna Castiglioni).

Resta in crisi, invece, l’atletica: gli ori europei di Libania Grenot (400 metri) e del maratoneta Daniele Meucci (forse la novità più intrigante verso le Olimpiadi) non devono nascondere le lacune di un settore che fatica come non mai a risollevarsi. Assente nella velocità, nel mezzofondo (unica eccezione rappresentata dalla giovanissima Federica Del Buono) e nei lanci, falcidiato dagli infortuni che hanno colpito i talenti più cristallini (Alessia Trost e Daniele Greco), incapace di rigenerarsi nella marcia dopo lo scandalo Alex Schwazer (al femminile, tuttavia, continuano a crescere Anna Eleonora Giorgi ed Antonella Palmisano). Poco, troppo poco. Attualmente risulta complicato pensare ad una medaglia azzurra ai prossimi Mondiali di Pechino. La ricostruzione sarà lunga e faticosa.

Uscendo fuori dal panorama a cinque cerchi, non sono mancati trionfi di caratura storica. L’apoteosi di Vincenzo Nibali ai Campi Elisi ha riportato un italiano a vestire la maglia gialla del Tour de France dopo 16 anni. Una vittoria costruita negli anni, giusto premio per un campionissimo che ora può legittimamente provare ad aprire un ciclo dopo aver già vinto tutti i Grandi Giri. Se lo Squalo proprio ora entra nel pieno della sua maturità psico-fisica, all’orizzonte è già apparso un fenomeno capace di raccoglierne l’eredità. Stiamo parlando naturalmente di Fabio Aru, scalatore puro che ha impressionato al Giro d’Italia (terzo) ed alla Vuelta a España (quinto), regalando agli appassionati emozioni sopite da oltre un decennio.
Storici i trionfi europei conquistati dal beach volley (il primo di sempre al maschile), dal calcio a 5 e dall’hockey pista, a confermare la grande tradizione dell’Italia negli sport di squadra.
Da ricordare anche i successi continentali di Elia Viviani, paladino di un ciclismo su pista finalmente in ripresa, Vanessa Ferrari, intramontabile simbolo della ginnastica artistica, Martina Grimaldi (nuoto di fondo), Tania Cagnotto e Francesca Dallapé (tuffi), Genny Pagliaro (sollevamento pesi), Marzia Davide (boxe femminile). In cima al mondo, inoltre, si sono confermate Sara Errani e Roberta Vinci, regine incontrastate del doppio di un tennis italiano che, pur a fasi alterne, è riuscito a raggiungere le semifinali di Coppa Davis e Fed Cup: non una cosa da poco.

Tuttavia non sono mancate neppure le cocenti delusioni. I Mondiali in Brasile hanno certificato, come già accaduto in Sud Africa nel 2010 (pur con la parentesi fortunata di Euro 2012), il declino inarrestabile del calcio italiano, forse irreversibile: alla base manca la volontà da parte dei club e della Lega di operare una rivoluzione copernicana. Non esistono progetti mirati sui vivai, ai giovani nove volte su dieci vengono preferiti modesti stranieri ed ormai è un dato acclarato come spesso in Nazionale vengano impiegati calciatori relegati al ruolo di riserva nelle rispettive squadre. Un trend che sembra ben lungi dall’essersi arrestato. In questo senso suonano tristemente profetiche le parole del ct Antonio Conte: “Abbiamo toccato il fondo? No, penso che si potrà ancora raschiare molto il barile…“.
Catastrofica la spedizione iridata della pallavolo maschile, tredicesima in Polonia dopo aver cullato ambizioni quanto meno da podio alla vigilia. Un flop inspiegabile per una squadra cui non mancavano di certo doti e qualità, ma lacerata da invidie e screzi interni che hanno minato la solidità di un gruppo ora tutto da ricostruire. Per fortuna ci hanno pensato le donne a risollevare il morale del volley tricolore, quarte ai Mondiali di casa con un filo di rammarico, ma con una rosa di giovani (Diouf e Chirichella su tutte) che potrebbe davvero aprire un ciclo.
Negativo anche il bilancio delle Olimpiadi invernali di Sochi 2014, dove, al di là delle 8 medaglie complessive, l’Italia non ha conquistato alcun oro, uscendo per la prima volta dalle prime 20 del medagliere finale. Sono stati dei Giochi di legno: ben otto i quarti posti dei nostri atleti. In generale, come abbiamo visto di recente, gli sport invernali vedono alcune discipline progredire con prospettive davvero interessanti (biathlon, slittino, snowboard, curling, in parte anche sci alpino), altre dipendere tutto o quasi da uno/due atleti (short track e speed skating), altre ancora, infine, brancolare nel buio (combinata nordica, sci di fondo e salto).

Se guardiamo all’esito di Olimpiadi invernali, Mondiali di calcio e pallavolo ed al medagliere virtuale verso Rio, il voto all’annata italiana non potrebbe che essere gravemente insufficiente. Il trionfo al Tour di Vincenzo Nibali, unito alle vittorie poc’anzi descritte in svariate discipline, contribuiscono tuttavia al raggiungimento di una striminzita sufficienza. Un 6-, per intenderci. Forse qualcuno storcerà il naso, ma questa è la filosofia di OA sin dalla sua nascita: tutti gli sport hanno la medesima dignità, a prescindere dal fatto che siano olimpici o non olimpici. Per questo, ad esempio, consideriamo quelle di calcio a 5 ed hockey pista delle affermazioni dall’altissimo peso specifico.

Detto questo, nel 2015 allo sport italiano servirà un cambio di passo deciso. I contributi economici aumenteranno per tutte le Federazioni (clicca qui per il dettaglio): si tratterà di investire questi soldi in maniera intelligente e razionale, tenendo davvero conto delle esigenze degli atleti e degli allenatori. Senza sprechi. Nell’anno preolimpico non sarà più il tempo degli alibi.

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federico.militello@olimpiazzurra.com

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