Isole Fær Øer, dove il calcio non ha dimenticato le sue origini

Qualche tempo fa, un qualsiasi articolo su qualsiasi argomento relativo alla vita di quest’arcipelago che Madre Natura ha piantato proprio in mezzo a Scozia, Norvegia e Islanda sarebbe stato l’equivalente di una sorta di trattato di astrofisica per molti; vale a dire un qualcosa di totalmente incomprensibile, visto che quasi nessuno sapeva dove si trovassero le Isole Fær Øer. Ora, grazie al fatto che negli ultimi anni l’Italia ha sfidato la nazionale di quest’arcipelago almeno un milione di volte, oggi le 18 isolette del Nord Atlantico riscuotono decisamente numerose simpatie nel nostro paese. Ma di questa nazione si sa ancora molto poco, per cui è opportuno riflettere su chi siano davvero i faroesi (o faroensi, o feroesi, o feringi… la lingua italiana non ha nemmeno ancora trovato un unico nome per designare i suoi abitanti), prima di rincontrarli per la volta “1 milione e uno” chiedendoci ancora da quale parte del globo terrestre provengano.

Innanzitutto, chiariamo una volta per tutte che le Isole Fær Øer non costituiscono una nazione indipendente, ma fanno parte del Regno di Danimarca, pur godendo di una certa autonomia su tutte le questioni di politica interna, mentre per quella estera devono dare retta ai voleri di Copenaghen (anche se ultimamente si fanno sempre più numerose le voci che chiedono l’indipendenza totale dallo stato scandinavo). In parole povere, vivono una situazione identica a quella che vive la Scozia nei confronti del Regno Unito, che infatti ha una nazionale per ognuno dei quattro stati costitutivi (Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord); analogamente, la Danimarca non ha una nazionale del Regno di Danimarca, ma una per ognuno dei suoi tre stati costituitivi (Danimarca, Isole Fær Øer e Groenlandia, che però ha a sua volta una situazione complessa che non le permette nemmeno di partecipare a tornei ufficialmente riconosciuti dalla UEFA o dalla FIFA).

Fatto questo lungo excursus magari un po’ noioso, cerchiamo di capire adesso come passano la vita i faroe… insomma, gli abitanti delle Fær Øer. Ai più potrà sembrare una vita noiosa e cattiva, passata in mezzo alle intemperie dell’oceano per una battuta di pesca insoddisfacente, ben lontani dall’avanguardia europea. Ma è un grande piacere scrivere che le cose stanno in modo completamente diverso, a parte il clima impietoso da queste parti. Sfatiamo così un altro luogo comune: in Nord Europa, anche nelle piccole comunità, non sono tutti pescatori, ma ci sono anche politici, commercianti, artigiani, cantanti, scrittori… E calciatori. Anzi, nella fattispecie, soprattutto calciatori, visto che il 60% dei faroesi, o come volete chiamarli voi, che fa sport in realtà gioca a calcio. Ergo, sanno divertirsi anche loro. E nonostante in un’ora e mezza si possa andare da un capo all’altro dell’arcipelago per vedere la partita che più si desidera, c’è anche una buona copertura mediatica, ovviamente tutta appannaggio della Premier League inglese.

Ovviamente è un calcio ancora debole e delicato, ed anche il calciomercato è ancora ben lontano dal raggiungere livelli accettabili, basti pensare ai casi di Todi Jónsson e di Jákup Mikkelsen che negli anni 1990 andarono via dal KÍ Klaksvík senza che il club ricevesse un soldo! E pochi anni dopo, ironia della sorte, la stessa squadra addirittura fu retrocessa a causa della difficile situazione finanziaria! Oggi, fortunatamente, le cose stanno notevolmente migliorando: infatti, sebbene in campo internazionale la situazione sia ancora di grande depressione (e non potrebbe essere altrimenti viste le ridottissime dimensioni dell’arcipelago), oggi il campionato faroese scoppia di salute. E al fatto che sia tra i meno competitivi d’Europa risponde essendo uno di quelli dove le discriminazioni sono severamente proibite. Se infatti i campionati femminili ormai sono diffusi in tutto il continente, raramente la loro struttura è identica a quella del campionato maschile: se alle Fær Øer i maschietti possono giocare i loro campionati fin dalla tenera infanzia, le loro colleghe possono fare lo stesso, con tanto di tornei riconosciuti dalla locale federazione di calcio! Se andiamo a guardare la struttura del campionato così come attualmente strutturato, possiamo effettivamente constatare che per gli uomini vi sono quattro livelli “ per adulti” (Effodeildin, 1. Deild, 2. Deild, 3. Deild), un livello per i “veterani” (Old Boys) e ben cinque livelli per i “giovanissimi” (under  19, under 16, under 14, under 12 e under 10); più semplice ma comunque folta la struttura dei campionati femminili, che si compongono di due leghe per le donne adulte (1. Deild kvinnur, 2. Deild kvinnur) e quattro leghe per le ragazze (under 17, under 14, under 12 e under 10).

Dicevamo che a livello internazionale i risultati latitano, e questo è vero tanto per le squadre di club, che nelle coppe europee non superano quasi mai il turno, quanto per la nazionale, che nei gironi di qualificazione a Europei e Mondiali finisce spesso all’ultimo posto con una misera manciata di punti. Ciò però non impedisce ai faroesi di amare alla follia il calcio, e a dimostrazione di questo vi sono i due stadi utilizzati dalla nazionale: il primo, il Tórsvøllur della capitale Tórshavn, conta 6.040 posti tutti a sedere; il secondo, lo Svangaskarð, ne ha altrettanti, ma si trova a Toftir, un villaggio che di anime ne conta appena 823! Messi assieme, i due stadi potrebbero comunque ospitare ben il 25% della popolazione, e senza considerare tutti gli altri innumerevoli stadi del paese!

In definitiva, per quanto riguarda il calcio giocato, i risultati parlano da soli. Ma se spostiamo l’attenzione all’amore per un calcio genuino, lontano dalla corruzione e dalla brama di soldi & successi che tristemente colpiscono gran parte del football mondiale, le Fær Øer non possono che essere quell’ottimo modello al quale ispirarsi per ritrovare la vera essenza di questo sport: divertimento, a prescindere dal resto.

Francesco Cositore

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