Mondiali ciclismo: Lisbona 2001, l’amaro azzurro

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Magari in pochi ricorderanno quella vicenda, quel punto bassissimo toccato dal ciclismo azzurro in occasione della gara più importante dell’anno: ma si tratta comunque di un fatto diventato a suo modo storico, che vale la pena di ricordare. Stiamo parlando dei Mondiali di Lisbona 2001, persi dall’Italia per un clamoroso suicidio tattico. Chi scrive all’epoca aveva 12 anni, tuttavia la questione fu talmente incredibile che anche un bambino ne poté cogliere la gravità. Un azzurro ad inseguire un altro azzurro, si potrebbe riassumere così: protagonisti Paolo Lanfranchi da un lato e Gilberto Simoni dall’altro.

É il primo Mondiale della gloriosa gestione Ballerini, pur sempre affiancato dal mito vivente Alfredo Martini. É un Mondiale che l’Italia correva da padrona, forte di una formazione che comprendeva tra gli altri Michele Bartoli e Paolo Bettini, Danilo Di Luca e Francesco Casagrande, Davide Rebellin e Daniele Nardello, oltre a Ivan Basso, Paolo Lanfranchi, Eddy Mazzoleni, Gianni Faresin e ai due citati in precedenza. Una squadra formidabile, composta da vincitori di Giri d’Italia e grandi classiche che all’epoca finivano molto più frequentemente nelle grinfie di un azzurro. Una squadra che potrebbe giocarsela sia all’attacco, sia in volata, dove ovviamente le incognite sarebbero maggiori.

Il circuito è mosso, la selezione tricolore fa corsa dura e manda all’attacco a ripetizione i suoi capitani: la stoccata decisiva, sull’asperità che sovrasta la capitale portoghese, è timbrata Gilberto Simoni a 7.5 km dall’arrivo. Il trentino, uomo di montagna e di grandi successi nelle corse a tappe, amato o mal sopportato per il suo carattere particolare, si esibisce in un’azione netta, decisa, bruciante; Jan Ullrich prova a prendergli la ruota, ma Rebellin e il napoletano Figueras-uno che dal ciclismo ha avuto molto meno di quanto avrebbe meritato-sono due stopper eccezionali. Nessuno tira, sono quegli attimi in cui si decide il destino di un corridore, di una corsa, della storia: Simoni può farcela davvero. Ma in testa al plotone, con una progressione folle, si porta Paolo Lanfranchi, peraltro compagno di stanza di Gibo in quei giorni. Navigato scalatore, vincitore della frazione di Briançon al Giro 2000 (quella in cui il Pantani versione gregario indirizzò la corsa rosa verso l’amico Garzelli), tira come se davanti ci fosse il più pericoloso dei rivali; non per troppo tempo, sia chiaro, perché Gianni Faresin, storico regista in corsa di quelle nazionali, si fionda su di lui e lo fa desistere dai suoi propositi. Ma quel tanto che basta a rinvigorire le altre squadre, in quel momento comodamente larghe sulla sede stradale, a scatenare la caccia all’uomo; Simoni è ripreso in men che non si dica, si arriva in volata dove nessun azzurro lancia Bettini il quale si deve accontentare di un amarissimo argento alle spalle di –ça va sans dire-Oscar Freire.

Tutto questo perché? Due teorie. La prima, incredibile ma realista al tempo stesso: Lanfranchi non sapeva. Non si era accorto dell’attacco di Simoni e la radiolina non gliene aveva dato comunicazione. Del resto è capitato, anche in tempi più recenti, di corridori che esultano al traguardo come se avessero vinto, quando invece davanti è rimasto un fuggitivo in solitaria. Errore incredibile, errore di disattenzione, ma può succedere. La seconda, per gli amanti dei complotti: Lanfranchi sapeva e lo ha fatto volutamente. Per antipatie verso Simoni? No. Per ragioni di club, per far vincere uno della Mapei come lui, che fosse Freire o Bettini poco importava (Simoni invece era in Lampre): forse dietro lauta ricompensa. Questa è una pura ipotesi non comprovata, riportata da alcuni giornalisti all’epoca dei fatti e negli anni successivi: ad onor del vero, bisogna inoltre specificare che il corridore bergamasco aveva già firmato, per la stagione successiva, un contratto con l’Alexia, e dunque viene difficile ipotizzare che abbia compromesso l’amor di patria, davanti a milioni di spettatori, per il proprio club di allora.

Ognuno scelga la risposta che preferisce. Con la fervida speranza di non dover mai più assistere a certe scene.

foto Bettini

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marco.regazzoni@olimpiazzurra.com

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