Il ciclismo tra i casi Armstrong e Vinokourov

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Non bastavano anni di tristi vicende legate al doping, culminate col caso Armstrong che, di fatto, ha cancellato sette anni di Tour de France e altre corse: no, è destino che il mondo del ciclismo non abbia pace.

Nei giorni scorsi è infatti emersa una vicenda quasi altrettanto grave che coinvolge il campione olimpico (fresco di ritiro) Alexander Vinokourov: il kazako avrebbe letteralmente comprato la Liegi-Bastogne-Liegi 2010, una delle vittorie più prestigiose della sua carriera. In fuga a due col russo Alexander Kolobnev, dal quale sarebbe stato molto probabilmente battuto in uno sprint, Vino avrebbe offerto qualcosa come 150.000€ all’atleta della Katusha per farsi lasciare la vittoria, ottenendo la piena approvazione del compagno: già, perché i due, pur correndo per team diversi, sono stati entrambi “clienti” del celebre dottor Ferrari, infatti su questa vicenda viene fatta luce proprio grazie all’inchiesta di Padova, condotta dal PM Benedetto Roberti, sul medico fornitore di sostanze stupefacenti. Il magistrato veneto ha prontamente trasmesso gli atti alla procura di Liegi e all’UCI, la quale annuncia di “voler andare fino in fondo”.

Spiace che un campione come Vinokourov venga compromesso in questo modo: certo, comprare un avversario è diverso dall’usare sostanze dopanti, ma la sua immagine, se tutto fosse vero, ne verrebbe irrimediabilmente macchiata. Non c’è neanche da stupirsi che il campione olimpico-e sullo stesso successo londinese molti hanno avanzato sospetti, notando la strana “arrendevolezza” di Rigoberto Urán-abbia potuto sborsare una cifra così notevole: nelle ultime stagioni, ha infatti potuto contare sul notevole supporto economico dell’Astana, che fa capo direttamente al potente (e ricco) governo kazako.

Il mondo delle due ruote si trova quindi a raccogliere nuovi cocci un giorno dopo l’altro. Come si può rialzare? Anzitutto, con la grande e pura passione dei tifosi, dei cicloamatori, dei giovani e degli stessi corridori onesti-che ora sono la maggioranza, è bene ricordarlo. Poi, con una gestione federale internazionale più umile, più attenta e più spinta dai veri valori dello sport, piuttosto che da quelli del dio denaro; perché fino a quando ci saranno pochi grandi team con budget immensi e partecipazioni alle grandi corse garantite, e tante piccole squadre incapaci persino di garantire un ingaggio per l’intera stagione agonistica (per non parlare delle condizioni del ciclismo femminile o di quello giovanile) o di farsi notare nel mare delle corse “minori”, il mondo del pedale rischierà sempre più di diventare uno sport di “èlite”, per pochi ricchi. Infine, con delle federazioni nazionali integerrime nella lotta al doping, aiutate da legislazioni che garantiscano sanzioni esemplari per tutti i personaggi coinvolti in questi scandali, dai corridori, ai massaggiatori, ai manager, ai medici. Bisogna resettare il sistema. Avere coraggio, passione-lo sottolineiamo ancora una volta-e una visione del futuro tale da garantire al ciclismo quell’impagabile posto nell’immaginario popolare che ha sempre avuto, quella fabbrica di sogni fatta da salite e discese, scatti e crisi, sole e bufere, campioni e gregari. Qualcosa di ben lontano da siringhe, sacche ematiche, ingaggi stellari (per i più forti) e incomprensibili pasticci federali e regolamentari.

foto tratta da smh.com

marco.regazzoni@olimpiazzurra.com

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