Ciclismo, il punto sulla situazione del pedale maschile italiano

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Il Mondiale di ciclismo è in archivio, ora è il tempo di dibattiti, opinioni, verdetti. La nazionale di Paolo Bettini, per il secondo anno consecutivo, non è riuscita a centrare una top10. Eppure è strano, per una nazione che ha piazzato due uomini sul uomini sul podio in tutte e quattro le Classiche Monumento fin’ora disputate: Vincenzo Nibali è arrivato terzo alla Milano-Sanremo e secondo alla Liegi-Bastogne-Liegi, Filippo Pozzato ha fatto secondo al Giro delle Fiandre, precedendo un Alessandro Ballan che ha occupato la terza piazza anche alla Parigi-Roubaix di sette giorni dopo; Enrico Gasparotto, dal canto suo, ha colto il terzo posto alla Liegi, coronando un’ottima primavera con la vittoria all’Amstel Gold Race.

Quali sono stati, dunque i problemi, che hanno relegato il miglior azzurro, Oscar Gatto, al tredicesimo posto? In primis, Nibali era l’unico in corsa tra i precedentemente citati. Tutti gli altri sono stati esclusi, al pari di altri corridori come Damiano Cunego e Giovanni Visconti, per diverse inchieste antidoping a causa delle quantomeno discutibili scelte federali. In ogni caso, nonostante le buone prestazioni dei nostri, non possiamo certo dire che il ciclismo italiano stia attraversando il suo momento migliore. Basti pensare che a Valkenburg, in occasione dei Campionati del Mondo del 1998, sul podio nella gara in linea dilettanti campeggiava solamente il tricolore bianco-rosso-verde, con Ivan Basso, Rinaldo Nocentini e Danilo Di Luca nell’ordine. Quest’anno, sullo stesso percorso, non siamo riusciti ad andare oltre il 39esimo posto di Fabio Felline tra gli Under23, mentre tra gli juniores il migliore sul traguardo è stato Giacomo Peroni, 15esimo.

A differenza delle altre nazioni che si stanno affacciando ai vertici del ciclismo mondiale, in Italia sembra assolutamente trascurata la prova a cronometro. Nelle categorie giovanili, settimana scorsa non siamo mai entrati, a livello sempre maschile, nei primi 25. Nella prova contro il tempo l’atleta impara a conoscersi, dovendo gareggiare solo contro il cronometro e il proprio corpo. Chi non ha le gambe, è difficile faccia risultato. Nel Bel Paese, tra i giovani, sono privilegiate le corse in linea, grazie alle quali i nostri imparano sì i trucchi del mestiere, anche se forse mancano in una componente essenziale: il motore. Nello sviluppo fisico andrebbe rivalutato anche il ruolo della pista. Nello stivale, purtroppo, mancano anche le strutture. Un solo velodromo coperto, quello di Montichiari, costruito di recente, non è sufficiente per una nazione con una tradizione come la nostra. Il fatto che un pistard, come Bradley Wiggins, sia arrivato a vincere il Tour de France, dovrebbe far riflettere sull’importanza della costruzione del corridore in ambiente controllabile dove si possano analizzare i dati anche da un punto di vista quasi scientifico.

Detto questo, il panorama di fronte a noi non è assolutamente buio. Come detto ci sono alcuni corridori ancora capaci di lottare con i migliori al mondo nelle corse più importanti e sembra ci siano anche dei giovani che potranno prenderne il posto nei prossimi anni. Corridori di talento, la cui crescita, però, dovrà essere graduale e seguita da tecnici di alto livello affichè possano mantenere le promesse.

gianluca.santo@olimpiazzurra.com

foto: bicibg.it

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