Tour de France 2015: i trionfi e lo strano incidente di Ottavio Bottecchia

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Una storia d’altri tempi, di prima del motore. Quando si correva per rabbia o per amore”

Sì, la celeberrima canzone di Francesco De Gregori aiuta ad inquadrare la vicenda e l’epoca storica di Ottavio Bottecchia, contemporaneo di Costante Girardengo (nato solamente un anno prima). A Bottecchia però riuscì qualcosa che né a Girardengo, né ai più giovani Alfredo Binda e Learco Guerra capitò mai: vincere il Tour de France. Non una, ma due volte, consecutive oltretutto, come nessun italiano ha più saputo fare.

Ottavio Bottecchia da San Martino di Colle Umberto, perché ai tempi si identificavano gli atleti col luogo di provenienza, nasce nell’agosto 1894 e cresce tra Veneto e Friuli conoscendo presto la bicicletta, seppur a livello amatoriale. Nella vita di tutti i giorni, come capita alle famiglie di un’Italia fresca di unità e ancora drammaticamente povera, si divide tra i campi, le botteghe e i cantieri, lavorando principalmente come carpentiere e muratore: la chiamata alle armi lo coglie nel cuore della gioventù, esattamente un secolo fa, e allora difende proprio quelle montagne che vede dalla finestra di casa sua sotto le insegne dei bersaglieri ciclisti. 

La vita è misera anche quando le mitragliatrici tacciono, la bicicletta rappresenta dunque un’interessante evasione: Luigi Ganna, vincitore del primo Giro d’Italia, ne apprezza quella rapidità che tante volte lo salvò dalla prigionia durante il conflitto e lo ingaggia per la propria squadra nel 1922, quasi a 28 anni. Tra Milano-Sanremo e Giro d’Italia inizia a farsi notare, così nel 1923 trova l’ingaggio dell’Automoto dei fratelli Pélissier, che lo vogliono al proprio fianco per il Tour: senza aver mai visto una strada di Francia, senza parlare una parola di francese, Bottecchia conclude al secondo posto quella corsa dopo aver vinto la frazione di Cherbourg, idolatrato dai tifosi d’Oltralpe come “Botescià” e applaudito dagli immigrati italiani. Bottecchia parla poco, ha la sofferenza impressa negli occhi e forse anche per questo stile taciturno, per le poche parole rigorosamente in dialetto, conquista il pubblico.

Capito il gioco, il Muratore del Friuli si scatena: alla Grande Boucle 1924 vince sul traguardo di Le Havre, si ripete a Luchon e Perpignano, arriva a Parigi in giallo, primo italiano e soprattutto primo corridore della storia ad aver indossato il simbolo del primato dalla prima all’ultima frazione. 35′ i minuti di distacco per Nicolas Frantz, oltre un’ora e mezza per tutti gli altri: altri tempi, come lo sono ancora nel 1925 quando con quattro vittorie parziali (Le Havre, Bordeaux, Bayonne e Parigi) ripete clamorosamente l’impresa stavolta con quasi un’ora di margine sul compagno di squadra Lucien Buysse.

Poi, il 3 giugno 1927 tutto finisce improvvisamente e misteriosamente. Come riporta Alice Figini di Storie di Sport, un contadino lo trova agonizzante ai confini della propria proprietà, in un lago di sangue, a Peonis di Trasaghis, non lontano dal fiume Tagliamento. Muore quindici giorni dopo nell’ospedale di Gemona del Friuli. Già, ma di cosa?

Colpo di caldo, questa la versione ufficiale e più conveniente anche per la dittatura fascista. In pochi credono invece ad un altro contadino che si autoaccusa delle bastonate fatali per averlo visto rubare l’uva: quale uva matura a giugno? Altri parlano di racket dello scommesse, fatale a lui come al fratello Giovanni poche settimane prima. Don Dante Nigris, curato del paese, in punto di morte confessa invece il delitto per fini politici: qualcuno ha ucciso Bottecchia perché il grande campione era contrario al fascismo. Nessuna indagine viene ovviamente istituita e il mistero resta tale sino ai giorni nostri.

Come riporta il sito della casa ciclistica da lui fondata, “quel che è certo è che quel giorno si spense un grande campione“.

foto tratta da velonews.competitor.com

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marco.regazzoni@oasport.it

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