Tennis
US Open 2026, programmazione non rispettosa di giocatori e pubblico: indecoroso terminare alle 3.30 di notte
Ci sono immagini che raccontano un torneo più di mille comunicati ufficiali. Quella di Carlos Alcaraz e Ben Shelton che lasciano l’Arthur Ashe Stadium alle 3.33 del mattino è una di queste. Quattro ore e ventotto minuti di battaglia, cinque set, un epilogo al cardiopalma. Uno spettacolo straordinario, certo. Ma anche una domanda inevitabile: era davvero necessario arrivare a questo? La risposta, dal punto di vista della tutela dei giocatori, non può che essere negativa.
Shelton e Alcaraz hanno regalato una partita memorabile, ma non si può continuare a confondere la qualità dello spettacolo con la qualità dell’organizzazione. Il tennis può essere meraviglioso anche senza trasformare gli atleti in gladiatori costretti a competere nel cuore della notte.
E qui il problema non è soltanto l’orario. Il problema è la cultura che sta dietro a una programmazione simile. L’Arthur Ashe è il tempio dello US Open, il campo più prestigioso, quello sul quale gli organizzatori vogliono concentrare le partite capaci di garantire il massimo impatto televisivo e commerciale. È comprensibile. Ma proprio perché il tennis moderno pretende di essere uno sport globale, ricchissimo e organizzato nei minimi dettagli, dovrebbe anche essere capace di porsi una domanda elementare: quanto può essere spinto il limite prima che lo spettacolo diventi irresponsabilità?
Martedì il programma dell’Arthur Ashe prevedeva quattro incontri, con Shelton-Alcaraz collocata come ultimo match della sessione serale, dopo Pegula-Navarro. Una scelta apparentemente normale sulla carta, ma estremamente rischiosa nel momento in cui si considera l’imprevedibilità del tennis. Perché una partita di tennis non ha una durata predeterminabile.
Può finire in un’ora e mezza oppure trascinarsi per quattro, cinque ore. Può esserci un tie-break, un quinto set, un’interruzione, un problema fisico. Chi programma una sessione serale deve dunque mettere in conto proprio ciò che è accaduto a New York: una partita precedente lunga, un incontro successivo altrettanto combattuto e la conseguente deriva verso un orario che non dovrebbe appartenere allo sport professionistico di vertice.
Ed è qui che entra in gioco l’altro grande interrogativo: perché non utilizzare maggiormente gli altri campi disponibili?
Il complesso di Flushing Meadows non dispone soltanto dell’Arthur Ashe. C’è il Louis Armstrong, c’è il Grandstand, ci sono altri impianti capaci di ospitare tennis di altissimo livello. E la programmazione stessa del torneo dimostra che l’Armstrong viene regolarmente utilizzato per incontri importanti.
Non si tratta di sostenere che Shelton-Alcaraz dovesse necessariamente essere spostata su un altro campo. Si tratta di contestare una logica: quella secondo cui il prestigio del campo e le esigenze televisive sembrano avere sempre la precedenza sulla sostenibilità fisica del programma.
E il paradosso diventa ancora più evidente guardando a ciò che accade nello stesso impianto. Mentre i migliori giocatori del mondo vengono chiamati a giocare fino alle tre e mezza del mattino, i tornei junior si contendono gli spazi del complesso e il tennis dei ragazzi prosegue sui campi messi a disposizione dall’organizzazione. Il calendario ufficiale dello US Open prevede infatti nelle giornate finali un ampio spazio anche per i tabelloni junior.
Carlos Alcaraz, in particolare, avrebbe dovuto rappresentare un campanello d’allarme ancora prima di scendere in campo. Lo spagnolo è arrivato a New York dopo quasi cinque mesi di assenza per un problema al polso. Pochi giorni prima dell’inizio dello Slam aveva addirittura parlato della necessità di programmare in futuro periodi di pausa più lunghi, indicando nella densità del calendario uno dei fattori che stanno contribuendo all’aumento della fatica e degli infortuni.
E non è un dettaglio marginale. Carlitos era appena tornato. Jannik Sinner, numero uno del mondo, non era nemmeno a New York: costretto a rinunciare allo US Open per un infortunio al ginocchio destro. Davanti a questo scenario, il tennis dovrebbe fermarsi un secondo e riflettere.
Perché non è possibile, da una parte, lamentarsi della quantità di infortuni, della fatica, dell’usura crescente dei giocatori e di una stagione sempre più lunga e congestionata e, dall’altra, continuare a programmare partite in modo da spingere gli atleti oltre ogni ragionevole limite.
Il messaggio di Paolo Bertolucci, affidato ai social, è stato durissimo: “Hanno deciso di uccidere il tennis“, ha scritto, denunciando la contraddizione di un sistema che si preoccupa delle assenze per infortunio e contemporaneamente accetta che un atleta debba esibirsi alle tre del mattino.
Non serve affermare che una partita terminata alle 3.33 provocherà necessariamente un infortunio. Sarebbe una semplificazione. Ma è altrettanto ingenuo fingere che il recupero notturno dopo quattro ore e mezza di tennis sia identico a quello di una partita terminata alle 22.30. Il corpo degli atleti non conosce gli interessi televisivi.
La questione, quindi, non è diventare nemici dello spettacolo. Al contrario: proteggere i giocatori significa proteggere lo spettacolo stesso. Il tennis rischia così di cadere in una contraddizione pericolosa: vuole vendere i propri campioni come protagonisti assoluti dello sport mondiale, ma li tratta sempre più come contenuti da collocare in una griglia televisiva.