ACHILLE LAURO - SANREMO 2020

A Sanremo 2020 l’operazione Achille Lauro ha generato polemiche che non hanno colto la portata del messaggio sotteso e la rappresentazione geniale della nuova sessualità.

Achille Lauro è indubbiamente il vincitore mediatico di Sanremo, e con lui il suo sponsor Gucci. Le polemiche divampate intorno alle esibizioni dell’ex trapper romano non colgono la portata del suo messaggio: conservatore a livello di suono, testo e idee veicolate, ma fortemente innovativo per il contesto in cui è stato proposto e il modo con cui è stata progettata l’operazione.

Per capire la performance del cantante romano è fondamentale capire da dove proviene, ossia dal movimento Trap. Nonostante se ne sia allontanato per sonorità e alcune tematiche, il modo di pensare il suo ruolo sul palco, di comunicarlo e lucrarci, è in perfetta continuità con quello canonico della Trap. Il trapper non è un artista, ma un influencer che compone barre sopra una base, questo significa che valori come l’autenticità, l’originalità, ecc. per il trapper non contano nulla. Ciò che conta è creare una figura coerente con il brand (di vestiario, d’accessori, d’auto, ecc.) per sponsorizzarlo al meglio presso il target che guarda all’influencer come un’icona di stile.

In questo caso Lauro si è talmente fuso con l’immaginario pensato da Gucci da rasentare la perfezione: le tematiche genderfluid, androgine, di nuova mascolinità che informano le collezioni Gucci delle ultime stagioni sono state fatte proprie da Achille Lauro come modello-performer.

Che ruolo ha la base e il testo in tutto ciò? Qui il dibattito è aperto: se il titolo “Me ne frego” con il suo richiamo ironico al machismo fascista può essere visto come un geniale atto di riappropriazione-ribaltamento di uno slogan da maschio Alpha, il testo della canzone è di una banalità assopente e non valorizza la performance a cui è stato abbinato. La base di Boss Doms al contrario ci dice qualcosa in più: il pop rock alla Vasco scelto dal producer per la sua base stempera l’urto innovativo di Gucci donandogli quell’aurea di ribellismo nazionalpopolare a cui tutti colleghiamo le canzoni da stadio del rocker di Zocca.

Premesso questo, passiamo al nocciolo delle polemiche: secondo gli entusiasti delle performance di Lauro, l’artista ha portato una ventata di novità artistica e tematica in Italia, ponendo all’attenzione del pubblico nazionalpopolare temi con il genderfluid, l’eteroflessibilità (gli accennati baci omosex con il sodale Boss Doms), l’androginia implicita nella tradizione artistica religiosa (i riferimenti all’arte sacra francescana). Per i detrattori al contrario l’ex trapper ha semplicemente plagiato vecchie glorie della trasgressione come David Bowie e Renato Zero per nascondere le sue nulle doti di cantante e compositore, ha scandalizzato inutilmente i giovani, è stato gratuitamente blasfemo verso i credenti.

Sia gli estimatori che i detrattori non tengono conto che Achille Lauro non ha innovato né portato alla ribalta nulla di nuovo per quanto riguarda le tematiche d’identità e orientamento sessuale: la sua visione di una mascolinità non tossica e aperta all’incorporazione di elementi femminili è quanto di più conservatrice si possa immaginare. L’idea di femminilità di Lauro è infatti rassicurante e tradizionale: accudente, sensibile, sentimentale, aggraziata la donna modello del cantante romano è perfettamente sovrapponibile alla figura della mamma della tradizione italiana, a sua volta indistinguibile da quella della Madonna della tradizione cattolica.

Rispetto alla femminilità aggressiva, indipendente, fieramente individualista di trap girl come Beba, Fishball, Baby K e alla donna complessa, resiliente, anticonformista incarnata da artiste post-trap come Madame e Margherita Vicario, il femminile evocato da Lauro è rassicurante perché non distrugge gli stereotipi di genere, ma li rievoca proprio quando stanno collassando. Allo stesso modo l’eteroflessibilità suggerita con i baci a Boss Doms non è così diversa dall’omosessualità rassicurante incarnata da Tiziano Ferro: Lauro non mette in questione l’eterossesualità come orientamento della maggioranza, ma recita sul palco un’omosessualità occasionale vista come “artistica” e “trasgressiva”, per poi nella vita quotidiana tornare ad una “feriale” eterosessualità (Boss Doms è sposato).

ACHILLE LAURO e BOSS DOMS. Festival di Sanremo 2020, serata finale
Foto Matteo Rasero/LaPresse
08 Febbraio 2020 Sanremo, Italia
spettacolo
Festival di Sanremo 2020, serata finale.
Nella foto: Achille Lauro
Photo Matteo Rasero/LaPresse
February 08th, 2020 Sanremo, Italy
entertainment
Sanremo music festival 2020, final.
In the photo: Achille Lauro

La polemica sull’originalità della perfomance di Achille Lauro è quella più banale e facile da liquidare. La trap è per sua natura citazionista e plagiatrice del passato, e Lauro è diventato un maestro in questo. Le citazioni plateali a Renato Zero e David Bowie sono più che un omaggio, sono pura identificazione: avendo abolito l’idea di storicità della musica e quindi di originalità (si può essere originali solo rispetto ad un passato conosciuto e riconosciuto come vincolante), il nostro riprende di peso modi, idee, look di icone del passato e li reincarna per il diletto del pubblico, ne veste i panni come fossero maschere di carnevale.

Allo stesso modo Lauro non pretende in alcun modo di avere le doti canore e compositive delle icone di cui si maschera: lui è un influencer-performer la cui esibizione incorpora anche il canto come pretesto, e della composizione non si occupa lui ma il produttore (nella Trap il producer è un tecnico antologizzatore del passato, non un compositore, e il trapper è un mero scrittore di barre).

Detto questo, la perfomance di Lauro è stata blasfema e capace di traviare i giovani? Decisamente no, nonostante l’opinione pubblica e i grandi quotidiani abbiano sostenuto il contrario. L’androginia e la fusione fra elementi tradizionalmente assegnati al femminile ed elementi tradizionalmente assegnati al maschile percorrono la storia dell’arte e della teologia cristiana fin dalle origini. Ricordarlo non è blasfemo, è semplicemente ribadire un ovvietà spesso dimenticata; farlo sul palco dell’Ariston invece che in un dibattito sulla Rai1 fra storici dell’arte e teologici è legittimo, l’arte ha da sempre avuto la funzione di rendere accessibili e affascinanti temi solitamente relegati a circoli di dotti.

La musica pop non fa eccezione, e non occorre avere chissà quale genialità (come quella attribuita a Bowie o a Freddy Mercury) per avere il diritto di farlo. Per quanto riguarda l’aver traviato la sana crescita della gioventù tricolore, non c’è pericolo: l’allontanamento dai tradizionali stereotipi di genere da parte dei giovani è sempre più marcato, e l’eteroflessibilità (termine ombrello per bisessualità e omosessualità occasionale) è sempre più diffusa e accettata, poiché la normalizzazione dell’omoerotismo ha fatto grandi passi da gigante grazie alle serie Netflix, alle star hollywoodiane di nuova generazione, alle icone della musica pop USA (Lady Gaga, Billie Eilish, Lil Peep).

Il fatto che qualcuno trovi urtante Achille Lauro nel 2020 dimostra solo una cosa: come i grandi media e i social siano dominati numericamente da persone con un’idea di norma ferma, ad essere ottimisti, a 30 anni fa. Lauro oggi incarna per alcuni aspetti la norma, per altri addirittura il conservatorismo di tratti culturali ormai agonizzanti, e noi lo amiamo per questo… è l’ultimo vero artista conservatore del pop italiano.

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