Simone Cicconi
Crediti Foto: MEI

Ho conosciuto Simone Cicconi sul palco di Musicultura, forse 10 anni fa, anno più anno meno. Poco importa.

Importa però che non me lo sono dimenticato, è infatti uno di quelle/i di cui mi ricordo meglio.

E mi ricordo benissimo anche quel che accadde sul palco quando venne il suo momento, perché fece on stage qualcosa che oggi potrebbe capitare, che ne so, forse a uno come Morgan, solo che Simone fu ancora più punk…
Se mai vorrà ve lo racconterá lui stesso, magari in un’intervista o ad un suo concerto.

Io desidero soltanto accendere un po’ di curiositá su un cantautore che è anche un personaggio originale, parecchio auto-ironico, icastico ma anche romantico/sentimentale
a modo suo, e nel suo neo-nato album, “Cosa potrebbe andare storto”, lo lascia trapelare, senza “filtri”.

Leggendo a volte quel che scriveva durante la quarantena sul suo profilo FB, a sua insaputa mi ha sollevata, divertita, e di questo l’ho ringraziato e lo faccio ancora una volta qui, doppiamente, dopo aver ascoltato il suo album.

C’è chi attraverso le canzoni “attuali” fa finta di parlare di sé, immaginando o millantando cose, per rendere il tutto più interessante, c’è poi chi non ne ha bisogno, perché la vita gli offre tanta materia interessante e controversa da cui trarre spunti, riflessioni, emozioni, bagarre esistenziali.

Ecco. In questo caso, per fortuna, è vera “la seconda”.

Non solo questo LP lascia trapelare che Simone Cicconi non ha abdicato alla propria personalità in un mondo di tendenze quasi obbligate e “assimilabili” sotto lo stesso stereotipo, che siano “high” o “low” profile, trattasi nella maggior parte dei casi di uno dei due estremi dello stesso lobotomizzante pensiero- unico (l’ultimo decennio è abbastanza fermo su una serie di canoni stagnanti).

Il cantautore marchigiano trapiantato ad Amsterdam è una mente pensante “parecchio a modo suo” e uno con la vita forse un po’ complicata, così complicata da fare di questo album una specie di confessione liberatoria, e/o una specie esorcismo contro “i propri demoni”, ma anche contro i demoni del mondo contemporaneo, che sono quelli di noi tutti.

E nel 2020 quando parliamo di demoni immagino non pensiate ai “fantasmi”, ma alle ossessioni e a ciò che ci addolora, a ciò che non riusciamo a scacciare dal cuore e dalla mente, che ritorna e se ne va per poi tornare ancora come uno struggente leitmotiv.

Quando ho ricevuto il disco fisico a casa _e viva Dio che ancora ci sono artisti indipendenti che tra mille difficoltà credono nella forza materica degli oggetti e quindi li realizzano per dare “un peso” a ciò che altrimenti resterebbe impalpabile nell’etere_ ho immediatamente avuto simpatia per l’oggetto CD e tutto quello che vi è rappresento, amando il blu, gli ufo, e i dinosauri…

E tutto questo c’era, ovvero,  questi elementi compaiono nella copertina, nel retro, e all’interno dell’oggetto, che non manca (forse per esorcizzarlo) di ritrarre, stampato in bella vista e  proprio sul CD, l’immagine stilizzata di un virus…

Del resto, come non rendere iconico ciò che assedia questa annata, come non esorcizzare, appunto, questo folle e inimmaginabile momento?

Simone Cicconi col suo ultimo LP ci parla d’amore per parlare d’altro e ci parla d’altro per parlare d’amore fugando la banalità dell’ovvio e raccontandoci come si vive “lontano da qui”.

Questo il cantautore non lo immagina, ma lo “testimonia”, poiché vive davvero altrove _ ad Amsterdam per l’appunto _ e molto probabilmente la donna di cui racconta nelle canzoni esiste davvero, così come immagino essere vere o almeno veritiere quelle che sembrano pagine di una lettera dedicata alla sua famiglia lontana, verso la quale, nonostante le incomprensioni insolvibili, non prova rancore, tutt’altro.

Le parole dedicate alla madre sono commoventi, così come anche quelle dirette al padre, con cui si intuisce debba avere un rapporto più freddo e distaccato, certamente complicato, ma con il quale tenterebbe la via del dialogo, almeno prima che sia “troppo tardi”.

Non sono una psicologa, ma ammetto che se non avessi scelto di studiare Filosofia, forse la seconda scelta sarebbe caduta su psicologia.

Amo tentare di comprendere, al di là che io possa davvero riuscirci, gli esseri umani.

Infatti attraverso questo racconto in musica ho cercato di “capire” l’artista ma anche la persona, proprio come si fa con le personalità che destano in noi curiosità e interesse, e ho scoperto  un disco umano, densamente analogico, un disco in cui l’autore ha il coraggio di essere sincero, di urlare sentimenti come il desiderio lacerante, la nostalgia, la rabbia, la delusione, il disprezzo, la sofferenza legata ai tradimenti subiti, l’inevitabile senso di solitudine e di non appartenenza.

Commovente la canzone “Lontano da qui”, la mia preferita.

Trovo questo lavoro emblematico per quella parte di generazione dei 30/quarantenni che ha lasciato l’Italia e si trova sospesa a cercar di capire dove si stia davvero meglio senza riuscirci, anche se ha chiara la sensazione di non poter tornare in un paese dove ciò che dovrebbe avere nerbo è ammosciato e ciò che dovrebbe essere autentico “puzza” di cover band di seconda mano…

“Cover Band” é la 4^ traccia in cui la donna alla quale si rivolge può diventare un simbolo della pochezza morale che come una malattia si abbatte sulla massa, indistintamente volgare e in preda alla velleità dell’apparire, avendo abdicato all’essere da tempo.

L’album approfondisce a poco a poco quel che lascia intuire e al secondo ascolto ho cominciato ad immaginare la vita del cantautore, che appunto, utilizza questa sorta di storia d’amore “malandata” (magari le storie sono più di una, ma io tendo a vederne una dalle tante sfaccettature), per parlare d’altro, per tessere la via dei suoi pensieri, polemici e appassionati, non privi di sincero e a tratti ingenuo romanticismo.

Tutto sommato ne esce fuori “un bravo ragazzo che ama il rock e ha una inclinazione punk”, un bravo ragazzo grato alla famiglia per ciò che gli ha insegnato, che tuttavia ha avuto bisogno della musica per esorcizzare ancora una volta la follia e l’ingiustizia del presente pandemico in tutti i sensi, e l’amore e odio che prova per il posto in cui è nato ma in cui non può riconoscersi e stare, per salvarsi.

Ecco, questo disco è la testimonianza di un esilio volontario obbligato, ma anche una lettera d’amore, condita con un po’ di sentimenti irrisolti, perché irrisolta è questa generazione, tanto che pur in momenti di altrettanto folle ottimismo, verrebbe da domandarsi, fatalmente: “Cosa Mai potrebbe Andare Storto?”.
Buona fortuna Simone, che per una volta un po’ di cose vadano dritte… te lo auguro di cuore!

A Martedì prossimo.

Laureata in Scienze Filosofiche, Roberta Giallo è cantautrice, autrice, performer, pittrice etc. Si definisce un “ufo” o “un’aliena perennemente in viaggio”.

Ha già scritto di musica per Vinile e All music Italia. Musica in Giallo è la sua prima rubrica musicale per MeiWeb.

 

 

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