GIUSEPPE CONTE
Crediti Foto: Cecilia Fabiano / LaPresse

Nella conferenza stampa del 13 maggio, riguardo il lancio del cosiddetto Decreto Rilancio”, il Presidente Giuseppe Conte ha parlato anche dei fondi previsti per il settore della Cultura.

Nelle sue parole dirette, il Presidente ha così detto:

“Non dimentichiamo neppure questo settore: abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e tanto appassionare”

La frase ha causato una dirompente polemica per i termini utilizzati. “Divertire”? “Appassionare”? Come se il lavoro dell’artista non fosse qualcosa di serio e assolutamente… serio.

Non si può prima di tutto non considerare quanto il settore della cultura e dell’intrattenimento sia in questi mesi danneggiato, compromesso alla base al punto che viene da chiederci se e quando si potrà rimettere in piedi.
Troppo spesso, negli ultimi mesi, si è evitato di parlare di questo settore, che muove economie per centinaia di milioni di euro, vede centinaia di migliaia di persone lavorarci ed è parte integrante della vita di tutti noi, ogni giorno. Quindi, impensabile immaginare un mondo dove non esiste cultura e intrattenimento.

Il Presidente Conte, dunque, parla apertamente, forse per la prima volta, di questo settore così colpito e lo fa con due termini che “offendono” l’intera categoria. Ma perché l’offendono?

Il settore culturale – che comprende tutto il mondo che va dalle arti figurative alle arti dello spettacolo, cioè dai pittori ai commediografi, coinvolgendo scrittori, musicisti, attori, ballerini e via dicendo – si basa su tre concetti, strettamente legati e interconnessi.

Il primo è l’elemento “artistico”: il valore culturale che questo tipo di settore genera. Ho usato la parola “valore” apposta: l’arte e la cultura non sono bisogni primari, non servono cioè a “sopravvivere alla notte” per usare una immagine archetipica. Eppure, sono fondamentali per la trasmissione di valori, idee, capaci cioè di toccare l’anima delle persone, contribuendo a formare l’idea del Sé di ognuno di noi.

Ma l’altro aspetto è sicuramente quello del “divertimento”, l’intrattenimento, inteso cioè come la volontà della persona di godere di un’opera o un momento culturale – che sia un libro, un film, una canzone – per estraniarsi dalla routine quotidiana, per entrare dentro quel mondo “artistico” di cui sopra. Non a caso, l’Arte che scegliamo come “nostra”, quella cioè che ci piace o meno, è quella che più ci coinvolge, su cui investiamo più tempo. Quella cioè che più ci diverte e appassiona.

È pretestuoso riferirsi al termine “divertimento”, limitandosi a pensarlo come sinonimo di “comico”. Nel suo splendido libro “Come funziona la musica”, il musicista, cantante e fondatore dei Talking Heads, David Byrne ci dice:

“Agli inizi salivo sul palco e cominciavo a cantare nel disperato tentativo di comunicare, ma ormai avevo scoperto che cantare era una gioia fisica ed emotiva. Un’esperienza sensuale, piacere allo stato puro, che non toglieva nulla all’espressione delle emozioni, neppure se erano malinconiche. La musica ha questa capacità: puoi cantare un brano triste senza esserlo. Il pubblico, a sua volta, può ballare una canzone tragica. Succede in continuazione”.

E così come nella musica, ogni Arte, performativa o meno, ha il compito di intrattenerci, cioè letteralmente farci spendere tempo nei confronti di qualcosa. Questo cioè significa “divertire”: ci si può divertire anche con un film triste, una canzone triste, un libro triste. “Divertire” significa investire le nostre emozioni e il nostro tempo in qualcosa. D’altronde, “appassionare” viene da “passione”, cioè sofferenza.

Insomma, lo stolto guarda il dito e non la Luna. Scordandosi poi del terzo punto che investe il mondo della cultura e dell’intrattenimento: il suo valore economico.

La polemica sulla dichiarazione ha infatti come primo e più diretto effetto l’averci fatto soprassedere su quello che il testo del Decreto prevedere per il settore culturale. Infatti, solo

“per gli iscritti al fondo pensione lavoratori dello spettacolo che abbiano versato almeno 7 giorni di contributi nel 2019 arriverà l’indennità di 600 euro per i mesi di aprile e maggio”

Quindi un rimborso economico che riguarda solo chi lavora in maniera fiscalmente limpida, in regola, escludendo concettualmente – poi vedremo negli effetti pratici – tutti gli operatori del settore che lavorano in nero. E si parla di una ampissima percentuale di lavoratori, spesso “costretti” a non dichiarare nulla per potersi tenere qualcosa a fine mese ed evitare le ingenti tasse. Quindi si deve anche capire se chi si è tanto offeso per il termine “divertire” è un lavoratore in regola o meno.

Ma in ogni caso, il Presidente Conte prosegue dicendo:

“E creiamo un fondo cultura con una dotazione di 50 milioni di euro per il 2020 finalizzato alla promozione di investimenti e altri interventi per la tutela fruizione e valorizzazione e digitalizzazione del patrimonio culturale”

Seppure può sembrare una manovra utile, pensare che 50 milioni di euro abbiano un vero effetto in un ambito, quello culturale, che vale diverse centinaia di milioni ogni anno, significa provare a fermare il crollo di una diga con un dito.

Il settore Cultura ha bisogno di un serio e mirato programma di sostentamento, di supporto per tamponare la crisi e immaginare un futuro per gli eventi e i lavoratori, visto che di mese in mese viene sempre più ritardata la possibilità di tornare a una “normalità” fatta di eventi dal vivo, spettacoli e “assembramenti”.
Serve una linea guida chiara e precisa per quello che ci aspetterà da qui al 2021 inoltrato. Senza un piano preciso, tutto il resto saranno solamente spiccioli in mano a futuri disoccupati.

Non lasciamoci distrarre da quel dito, vediamo la Luna che c’è dietro, vediamo il crollo imminente della diga. La situazione è critica e bisogna trovare soluzioni rapidamente, perché il futuro non solo dei lavoratori (in regola o meno) ma di un’intera filiera che “diverte e appassiona”, che fa pensare e che riempie le vite di tutti è sempre di più messa in discussione, dentro una crisi che ha sempre più l’aspetto di un disastro.

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