La Russia ha approvato la riforma costituzionale promossa dal presidente Vladimir Putin. Il pacchetto di misure contiene tra le altre, l’azzeramento del numero dei due mandati presidenziali già svolti da Putin, ovvero il massimo. Secondo la legge, infatti, il presidente Putin sarebbe dovuto restare in carica fino al 2024, senza la possibilità di un nuovo mandato. Il limite di due mandati rimane in vigore, ma viene annullato per chi è già in carica. Nonostante Putin si fosse detto contrario a modificare la Costituzione, il momento storico e l’instabilità globale avrebbero fatto cambiare idea al presidente. In questo modo Putin potrà restare al potere fino al 2036.

Il referendum ha registrato il 64% di affluenza alle urne ed è stato un successo per il presidente con più del 78% dei voti a favore delle riforme. Doveva tenersi ad aprile, ma è stato rimandato a causa dell’emergenza sanitaria e organizzato dal 25 giugno al 1° luglio con votazioni in strada, porta a porta e online. La vittoria era già scritta, nessuno avrebbe infatti dubitato dell’approvazione delle riforme. Ma altrettanto attese erano le denunce per brogli e manipolazione dei voti da parte di esponenti dell’opposizione e non. Ad esempio, l’organizzazione indipendente Golos che ha monitorato le elezioni ha definito il processo “manipolato”.

Una delle cause è sicuramente la mancata imparzialità dei media russi e la pressione esercitata sugli elettori. Secondo alcuni il governo aveva parlato dell’assenza di alterazioni dei risultati ancora prima della fine del referendum, escludendo – di fatto – una sconfitta. Inoltre, sembrerebbe che la Costituzione aggiornata fosse già in vendita in alcune librerie russe mentre le votazioni erano ancora in corso. Ma il governo ha liquidato le critiche bollandole come “fake news”.

Fin dall’inizio, la comunità internazionale ha visto nella riforma della Costituzione il tentativo di Putin di allungare il suo mandato e consolidare il suo potere. Anche se il controverso pacchetto di misure approvato con il referendum non riguarda solo il mandato del presidente, ma contiene diverse riforme senza la possibilità che vengano approvate singolarmente. Tra le altre, ad esempio la superiorità delle leggi russe sui trattati internazionali e la decisione di definire il matrimonio come unione dell’uomo e della donna. La riforma contiene poi una misura probabilmente atta ad ampliare il consenso: pensioni e salario minimo non devono essere inferiori al reddito minimo vitale.

Secondo alcuni esperti come Greg Yudin, sociologo e teorico politico all’Università di Mosca delle Scienze economiche e sociali, il referendum sarebbe stato costruito per fornire legittimità alle decisioni del Cremlino. Il sistema russo avrebbe – infatti – bisogno di “mettere in scena l’appoggio pubblico anche quando non c’è”. Il presidente Putin è già alla guida della Russia da venti anni, inizialmente come primo ministro e poi come presidente. Con gli ulteriori sedici anni concessi dalla riforma costituzionale, Putin trascorrerà al potere un totale di trentasei anni. Un vero e proprio stacanovista.

 

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Crediti foto: LaPresse