È vero, la legge non lo vieta, ma c’è sempre il buon senso. La storia dei cinque parlamentari che hanno usufruito del bonus per le partite Iva ha avuto l’effetto di far inorridire, oltre che di compattare almeno per un istante, tutte le parti politiche. E non solo.

La segnalazione è arrivata dalla direzione centrale Antifrode, Anticorruzione e Trasparenza dell’Inps, dipartimento voluto dal presidente dell’Inps Pasquale Tridico proprio per individuare le frodi. Ieri il quotidiano nazionale Repubblica ha parlato per la prima volta di cinque parlamentari che avevano richiesto e poi regolarmente ottenuto i 600 euro previsti dallo Stato per aiutare i liberi professionisti durante il lockdown.

Non si sanno i nomi, ma sempre Repubblica ha svelato la fede politica. Tre sarebbero della Lega, uno del Movimento 5 Stelle e uno di Italia Viva. All’inizio, infatti, il bonus contenuto nel decreto Cura-Italia non conteneva paletti come la comprovata perdita di fatturato rispetto al 2019. Così tutti i lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata dell’Inps che non percepivano alcuna pensione potevano richiederlo. Solo a maggio, quando il bonus è salito a 1000 euro con il decreto Rilancio, è stato inserito il requisito della perdita di reddito almeno del 33%.

Quello che viene contestato è il coraggio di richiedere un bonus quando si percepisce già un lauto stipendio. Gli esponenti di tutti i partiti hanno commentato la vicenda allo stesso modo, bollandola come vergognosa. E in effetti, non c’è molto altro da aggiungere. Con uno stipendio di quasi 13mila euro al mese, dare il buon esempio non sarebbe poi chiedere troppo.

L’operato dei parlamentari in questione non è illegale, ma non per questo giusto. La loro identità è protetta dalla legge sulla privacy, ma potrebbero sempre farsi avanti, scusarsi e dimettersi. Se hanno perso l’occasione di far bene, potrebbero almeno cogliere al volo quella di lasciare il posto.

 

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Crediti foto: LaPresse