Foto LaPresse - Claudio Furlan

Settembre potrebbe coincidere con un importante passo in avanti sulla diffusione del vaccino anti Coronavirus: l’azienda biofarmaceutica britannica AstraZeneca ha annunciato di aver concluso i primi accordi per la produzione di almeno 400 milioni di dosi del vaccino, prevedendo le prime consegne proprio a settembre 2020. Si tratta del vaccino a cui la multinazionale sta lavorando in collaborazione con l’Università di Oxford, precedentemente noto come ChAdOx1 nCoV-19 e ora ribattezzato Azd1222. L’azienda, che collabora con l’italiana Irbm di Pomezia, ha garantito, inoltre, di dialogare con diverse organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, “per una distribuzione ampiamente accessibile ed equa in tutto il mondo e discutendone con i governi dei vari paesi, in base ad un modello no-profit, dunque. L’obiettivo, fa sapere, è quello di “espandere ulteriormente la capacità produttiva per garantire la fornitura a livello globale”. L’azienda britannica ha inoltre promesso la produzione di un miliardo di dosi entro il 2021. La prudenza resta d’obbligo naturalmente.

Un contributo economico fondamentale per lo sviluppo, la produzione e la fornitura del nuovo vaccino è assicurato dagli Stati Uniti: oltre un miliardo di dollari, ricevuto dal Biomedical Advanced Research and Development Authority, ente federale del Dipartimento americano per la salute. Il programma di sviluppo include uno studio clinico di fase III con 30.000 partecipanti e uno studio pediatrico. “Questa pandemia è una tragedia globale ed è una sfida per tutta l’umanità”, ha commentato Pascal Soriot, amministratore delegato di AstraZeneca. “Dobbiamo sconfiggere il virus insieme o continuerà a infliggere enormi sofferenze e a lasciare cicatrici economiche e sociali di lunga durata in tutti i paesi del mondo”.
AstraZeneca ha fatto sapere di attendere a breve i dati dello studio clinico avviato il mese scorso su oltre 1.000 volontari sani di età compresa tra 18 e 55 anni in diversi centri del sud dell’Inghilterra, per valutare la sicurezza, l’immunogenicità e l’efficacia del vaccino. Se i dati saranno positivi, condurranno a studi di fase avanzata in numerosi Paesi. La multinazionale, però, mette in guardia dalle facili illusioni, riconoscendo che “il vaccino potrebbe non funzionare”. Tuttavia si impegna “a far progredire il programma clinico con velocità e ad aumentare la produzione a rischio”.

 

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