Dopo i recenti sviluppi del caso Palamara la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) si è resa ancora più necessaria. Così il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha presentato un disegno di legge che è stato approvato dal Consiglio dei ministri.

Il Csm è l’organo che autogoverna i giudici e che ha a capo il Presidente della Repubblica. L’organo decide le promozioni, i trasferimenti e le sanzioni disciplinari dei giudici, ma l’appartenenza a delle correnti ha agevolato o ostacolato la spartizione di cariche. Per questo il ministro della Giustizia ha parlato di “correntismo” degenerato, sottolineando l’esigenza di scardinare il sistema di assegnazione delle cariche che si è venuto a creare.

Anche se la magistratura è un potere indipendente dallo Stato che funziona in maniera autonoma, spesso le correnti non sono molto diverse dai partiti. Ci sono quelle più di destra, quelle più a sinistra e quelle dette “centriste”. Le modifiche proposte dal ministro Bonafede puntano ad eliminare queste correnti all’interno del Csm al fine di ripristinare un sistema fondato sull’imparzialità.

Tra le altre proposte c’è anche una nuova legge elettorale per votare i componenti del Csm, in totale 30 di cui 20 magistrati eletti da altri magistrati e 10 membri eletti dal Parlamento, come avvocati o professori universitari di materie giuridiche. In particolare, l’elezione non avverrebbe più a livello nazionale, ma sarebbero istituiti dei collegi uninominali al fine di togliere potere alle correnti e prediligere magistrati che si sono distinti per il loro operato anche a livello locale.

Questa riforma includerebbe anche una maggiore attenzione al rispetto della parità di genere nel processo di elezione. Per quanto riguarda le commissioni attraverso cui il Csm lavora, la proposta del ministro Bonafede prevede che i membri vengano sorteggiati e non più incaricati in base all’appartenenza ad una corrente e che chi vigila sul corretto funzionamento della macchina non faccia parte di nessuna commissione.

Un punto da tempo discusso è poi quello della mistione tra politica e magistratura. Per questo secondo il disegno di legge i giudici che decidono di entrare in politica non possono più tornare indietro. La riforma riguarda anche gli incarichi politici a livello regionale o provinciale: un magistrato che decide di scendere in politica non potrà farlo nel distretto dove ha esercitato nei due anni precedenti. Il disegno di legge dovrà  – però – essere votato e approvato dal Parlamento. Per questo è probabile che il testo venga modificato, anche in maniera sostanziale.

 

Clicca qui per seguire OA PLUS su INSTAGRAM

Clicca qui per mettere “Mi piace” alla nosta PAGINA OA PLUS

Crediti foto: LaPresse