Formula 1
Kimi Antonelli, mamma Veronica svela il segreto del campione: “Fa un lavoro che gli piace”
Il mondo celebra un’impresa destinata a entrare nella storia della F1, ma dentro casa Antonelli il rumore della festa lascia spazio a qualcosa di molto più semplice e autentico: l’orgoglio di una famiglia che continua a vedere in Kimi, prima di tutto, il proprio figlio.
Il giovane talento bolognese della Mercedes ha conquistato il titolo mondiale, diventando il più giovane campione del mondo nella storia della categoria e riportando un italiano sul tetto della F1 a 73 anni dall’ultimo trionfo di Alberto Ascari, nel 1953. Un risultato straordinario, maturato attraverso talento, lavoro e determinazione, ma anche grazie a un ambiente familiare che ha saputo accompagnarlo nella crescita senza perdere di vista i valori fondamentali.
A raccontare questa dimensione è mamma Veronica Pomaro, che proprio nel momento più importante della carriera del figlio restituisce un’immagine lontana dai riflettori e dalle celebrazioni. Perché, nonostante il clamore mediatico e il peso di un’impresa storica, il rapporto con Kimi non cambia. “Noi la percepiamo in modo diverso rispetto alla stampa e ai tifosi – racconta mamma Veronica -. Personalmente lo vedo sempre come mio figlio. Non vorrei che sembrasse che cada dal pero, però è così. Svolge un lavoro che gli piace, ma non lo vedo come un pilota. Per me resta il mio ‘topo’“.
È forse proprio questa la chiave per comprendere il percorso di Antonelli: la capacità di rimanere ancorato alle proprie radici anche mentre tutto intorno assume dimensioni sempre più grandi. In famiglia, il campione resta semplicemente Kimi, il ragazzo di casa. Un affetto condiviso anche dalla sorellina Maggie, 11 anni, che non ha mai nascosto la propria ammirazione per il fratello: “È innamorata di suo fratello, è incredibilmente orgogliosa“, racconta Veronica.
Dietro il titolo mondiale, però, c’è una storia che parte da molto lontano. Una passione coltivata fin dall’infanzia e accompagnata da una famiglia che ha saputo riconoscere le qualità del ragazzo senza trasformare le sue ambizioni in un peso.
Una consapevolezza maturata osservando da vicino le capacità del figlio, ma senza mai perdere il contatto con la realtà. Perché il talento, da solo, non sarebbe stato sufficiente. Accanto alle qualità naturali di Kimi c’è stato il lavoro di una famiglia abituata a costruire ogni traguardo attraverso sacrifici quotidiani.
Un principio che Veronica considera fondamentale e che è stato trasmesso anche al giovane pilota. “Veniamo da famiglie che si sono sempre fatte in quattro. Non siamo cresciuti in un contesto agiato. Abbiamo sempre dovuto lavorare, risolvere i problemi. Abbiamo trasmesso anche questo a nostro figlio: niente gli è dovuto“.
La dimensione familiare si riflette anche nei sacrifici affrontati durante i primi anni dell’attività sportiva. Un impegno che coinvolgeva tutti, senza ruoli prestabiliti o confini netti tra vita privata e lavoro. Marco, il padre di Kimi, nei primi anni della scuderia faceva anche il camionista, mentre Veronica si occupava di diverse mansioni, arrivando persino a cucinare per il team. Una quotidianità vissuta interamente attorno alle corse, nella quale il piccolo Kimi è cresciuto respirando fin da subito l’atmosfera dei circuiti.
“Lo spingevo con il passeggino dietro le auto da corsa. Per anni mi hanno dato della madre degenere perché lo esponevo ai gas di scarico – ricorda ridendo Veronica -. Ma lavorando nel team, non avevo tempo di guardare a queste sottigliezze“. Un’immagine che racconta meglio di tante statistiche le origini del campione, che ha realizzato il sogno di laurearsi campione del mondo di F1.