Ciclismo

Davide Formolo: “Vorrei continuare ancora 2 anni. La Liegi resta un mio cruccio, Pogacar mi ha regalato una seconda giovinezza”

Francesca Cazzaniga

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Davide Formolo / Lapresse

Il 2026 non è stato certamente l’anno che Davide Formolo aveva immaginato. Una stagione complicata, condizionata dalle conseguenze di un banale incidente domestico avvenuto lo scorso dicembre e da una successiva caduta, che hanno compromesso il suo rendimento e rischiano ora di mettere in discussione anche il prosieguo della carriera. Tutto è cominciato con una tazza di tè caduta accidentalmente sul piede mentre si trovava in casa, in ciabatte. Rompendosi, la tazza gli ha reciso il tendine dell’alluce, rendendo necessario un intervento chirurgico di ricostruzione. Un episodio apparentemente insignificante, trasformatosi in un lungo calvario, con conseguenze che il corridore veronese avverte ancora oggi e con le quali potrebbe dover convivere per diversi anni. A 34 anni, dopo due stagioni al di sotto delle aspettative, Formolo si trova davanti a un bivio. Attualmente senza contratto per il 2027, non nasconde il desiderio di continuare a correre, anche mettendo la propria esperienza al servizio di una formazione Professional e dei giovani talenti. Allo stesso tempo, però, è consapevole che il momento del ritiro potrebbe essere più vicino del previsto. Raggiunt oda OA Sport, abbiamo fatto il punto sulle sue condizioni fisiche e sul futuro, ripercorrendo anche alcuni dei momenti più significativi della sua carriera: dal titolo italiano conquistato nel 2019 ai rimpianti della Liegi-Bastogne-Liegi, passando per i quattro anni trascorsi al fianco di Tadej Pogacar alla UAE. Un’esperienza che, come racconta lo stesso Formolo, gli ha permesso di ritrovare entusiasmo e motivazioni, regalandogli quella che definisce una vera e propria “seconda giovinezza”. Uno sguardo, infine, anche al futuro del ciclismo italiano e ai giovani che proveranno a farsi strada in una generazione di autentici fenomeni.

Non è stata una stagione semplice per te: come stai? Come va il piede?
“Sto abbastanza bene e anche il piede va meglio, anche se nei cambi di stagione, un po’ come succede agli anziani (ride, ndr), torno ad avvertire qualche fastidio. Credo sia una sensazione che mi accompagnerà ancora per qualche anno e con la quale dovrò imparare a convivere. Il recupero ormai è abbastanza consolidato, ma i primi tre mesi dopo l’intervento sono stati particolarmente delicati. Probabilmente ho voluto forzare un po’ troppo i tempi, perché il mio obiettivo era quello di tornare a correre già alle Strade Bianche. Ho spinto più del dovuto e, di conseguenza, sono stato costretto a fermarmi nuovamente. Questo ha finito per ritardare tutta la mia stagione”.

Attualmente sei senza contratto: saresti pronto a rimetterti in gioco in una Professional, dove magari avere qualche responsabilità personale più che da uomo squadra?
“Al momento sono più vicino alla pensione (ride, ndr). Il ciclismo mi ha dato tantissimo e credo che sia arrivato il momento di restituire a questo sport almeno una parte di quello che ho ricevuto. Se questo significasse mettermi a disposizione dei giovani o entrare a far parte di un progetto più piccolo, ne sarei davvero felicissimo. Se invece dovessi farmi da parte per lasciare spazio alle nuove generazioni, accetterei anche questa possibilità. Chiaramente, però, la mia speranza è quella di poter continuare. Stiamo attraversando un periodo piuttosto complesso per il ciclismo, nel quale anche le squadre si muovono con i piedi di piombo. Io continuerò ad allenarmi fino al 31 dicembre, alternando la bici anche alla corsa a piedi, con la fiducia che possa arrivare qualche opportunità. Se non dovesse succedere, dovrò trovare il modo di reinventarmi. Mi piacerebbe comunque poter correre ancora un paio d’anni”.

Arrivi da due stagioni non super brillanti: a 34 anni senti di avere ancora qualcosa da dare al ciclismo?
“Assolutamente sì, penso di poter dare ancora qualcosa a questo sport. Sono consapevole che le ultime due stagioni non siano state tra le più brillanti della mia carriera, ma credo di poter essere ancora una risorsa importante all’interno di una squadra, soprattutto grazie all’esperienza che ho accumulato in tutti questi anni. Mi piacerebbe poterla mettere a disposizione dei corridori più giovani, accompagnandoli nel loro percorso di crescita. Nella mia carriera ho commesso anch’io degli errori e proprio per questo vorrei trasmettere loro quello che ho imparato, aiutandoli magari a non ripetere gli stessi sbagli. Alla fine sono loro il futuro del nostro sport”.

La tua vittoria più bella?
“Se parliamo di vittorie personali, sicuramente il Campionato Italiano del 2019. Se invece devo scegliere la giornata più bella della mia carriera, direi quella del Tour de France 2021 in cui Tadej Pogacar conquistò la Maglia Gialla, andando poi a vincere il suo secondo Tour. Quel giorno avevo contribuito in maniera importante al risultato della squadra e per me fu una soddisfazione enorme. È uno di quei ricordi che porterò sempre con me”.

Alla Liegi-Bastogne-Liegi 2019 arrivasti secondo: hai qualche rimpianto o quel Fuglsang era troppo superiore quel giorno?
“Di rimpianti alla Liegi ne ho parecchi, ma forse quello più grande riguarda soprattutto l’edizione del 2018, quando vinse Bob Jungels. Ricordo che attaccò da lontano e io, in quel momento, esitai un po’ troppo. Non fui abbastanza pronto a reagire e ancora oggi, ripensandoci, credo che avrei potuto giocarmi meglio le mie possibilità. La Liegi è rimasta uno dei grandi crucci della mia carriera. In parte mi sono rifatto nel 2021, quando riuscimmo a vincerla con Tadej, ma è chiaro che conquistarla personalmente avrebbe avuto un sapore diverso. Resta comunque una corsa alla quale sono molto legato”.

Sempre nella Liegi 2019 Tadej Pogacar arrivò 18°: già allora si capiva che aveva qualcosa di speciale?
“Ricordo che quando firmai per la UAE mi parlavano tutti di questo astro nascente che si chiamava Pogacar. Mi dicevano che fosse un fenomeno, ma sinceramente io ancora non lo conoscevo bene. Ho iniziato a rendermi conto delle sue qualità guardando la Vuelta del 2019. All’epoca correvo ancora con la Bora e fui costretto a ritirarmi dopo la decima tappa della Vuelta a causa di una caduta. Così seguii il resto della corsa da casa e vidi questo ragazzino che, nonostante la giovanissima età, andava già fortissimo. Fu lì che iniziai a capire che avevamo davanti un corridore davvero speciale”.

A proposito di Pogacar: sei stato suo compagno di squadra per quattro anni. Che rapporto avete sviluppato?
“Abbiamo sempre avuto un buon rapporto. Quando Tadej non era ancora il Pogacar che tutti conoscono oggi, ci allenavamo spesso insieme ed era davvero bello condividere quelle giornate. Per me è stato un grandissimo stimolo. Con il passare degli anni, inevitabilmente, la routine del ciclismo professionistico iniziava a pesarmi un po’, ma lui è stato una vera e propria ventata d’aria fresca. Ha un carisma incredibile e riesce a trasmettere entusiasmo a chi gli sta intorno. Allenarmi e correre al suo fianco mi ha aiutato a ritrovare le giuste motivazioni, quasi come se stessi vivendo una seconda giovinezza. Mi ha spinto a rimettermi in gioco e, soprattutto, mi ha insegnato a guardare il ciclismo anche da un punto di vista diverso. Perché alla fine, nel nostro sport, vincere non è affatto la normalità. Almeno finché non ti ritrovi a correre con uno come lui”. 

Hai speso la prima parte della tua carriera provando ad essere competitivo nelle corse a tappe. Pensi sia stato un errore e, a posteriori, sarebbe stato meglio specializzarsi nelle Classiche?
“È un interrogativo che mi sono portato dietro per parecchio tempo. Guardandomi indietro, però, credo che il percorso fatto sia stato quello giusto. Non mi sono mai considerato un grandissimo campione, ma nei primi anni di carriera riuscivo comunque a ottenere piazzamenti importanti, entrando spesso nella top ten delle corse a tappe. Ero giovane e, giustamente, le squadre hanno cercato di investire su di me in quella direzione, per capire fin dove sarei potuto arrivare. È stata un’esperienza che mi ha insegnato tantissimo e che rifarei. Certo, con il senno di poi, forse avrei cercato di dedicare un po’ più di spazio alle Classiche, perché erano corse nelle quali avrei potuto esprimere al meglio le mie caratteristiche. Ma non considero sbagliato quello che ho fatto”.

Come vedi l’Italia in prospettiva con Pellizzari, Piganzoli e Finn?
“Pellizzari lo scorso anno ha disputato una grandissima stagione, mentre quest’anno ha fatto un po’ più fatica. Piganzoli, invece, è riuscito a sorprendere e Finn sta arrivando, dimostrando di avere qualità davvero interessanti. Il talento sicuramente non manca, ma dobbiamo anche essere consapevoli del livello del ciclismo attuale. Noi italiani speriamo sempre di trovare un nuovo Pogacar, magari un corridore capace di riportarci a vincere il Giro d’Italia, ma non è affatto semplice. Oggi ci sono campioni straordinari come Vingegaard ed Evenepoel, oltre naturalmente a Tadej, e stanno emergendo altri giovani fortissimi, penso per esempio a Seixas. È una generazione di autentici fenomeni e per i nostri ragazzi non sarà facile riuscire a imporsi. In un certo senso mi ricorda quello che vivevo io nei primi anni di carriera, quando c’era la Sky che sembrava praticare quasi un altro sport rispetto a tutti gli altri. I nostri giovani dovranno battagliare parecchio, ma credo che abbiano le qualità per togliersi delle belle soddisfazioni”.

Seixas è già l’anti-Pogacar?
“Bella domanda. Credo che debba ancora passarne parecchia di acqua sotto i ponti. È ancora molto giovane e bisogna lasciargli il tempo di crescere, senza caricarlo di troppe aspettative. Sicuramente, però, ha già dimostrato grandissime cose e di avere un talento fuori dal comune”.

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