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Tennis italiano in affanno: troppi infortuni, il 2027 parte dalla salute

Giandomenico Tiseo

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Jannik Sinner / LaPresse

Diciamolo: il tennis italiano ci aveva abituati decisamente bene. Settimana dopo settimana, i nostri giocatori erano protagonisti, impegnati a contendersi titoli e a firmare prestazioni di spessore. Negli ultimi tre mesi, tuttavia, il quadro è cambiato sensibilmente. Una coincidenza quasi beffarda, se si considera che questa flessione è arrivata proprio in concomitanza con l’assenza di Jannik Sinner dal circuito.

L’altoatesino, come noto, ha dovuto chiudere anzitempo la propria stagione a causa di un infortunio al ginocchio destro, rinunciando così alla possibilità di difendere il primato mondiale. Il suo 2026 rimane un’annata dai contorni singolari: da una parte i trionfi a Wimbledon e in cinque tornei Masters 1000, dall’altra un’ultima apparizione ufficiale datata 12 luglio, proprio sui prati dei Championships. Un contrasto che racconta bene quanto possano essere imprevedibili le traiettorie di una carriera, anche quando si è abituati a viaggiare ai massimi livelli.

I problemi fisici, però, non riguardano soltanto Sinner. Il tema è ormai trasversale e impone una riflessione sul rapporto tra calendario, numero di partite disputate e intensità del gioco. Ritmi sempre più elevati, scambi estremamente dispendiosi e margini di recupero spesso ridotti stanno alimentando interrogativi legittimi sulla sostenibilità di un circuito che sembra chiedere ai giocatori uno sforzo crescente. E, guardando alla situazione degli italiani, il bilancio è tutt’altro che rassicurante.

Come ha evidenziato Dario Puppo, collega di Eurosport, sono numerosi gli azzurri che hanno dovuto fare i conti con problemi fisici di varia natura. Il caso più emblematico, oltre a quello di Sinner, è probabilmente Lorenzo Musetti. Il toscano ha descritto il proprio 2026 come una vera e propria Odissea, e la successione degli inconvenienti gli dà purtroppo ragione: il problema allo psoas durante gli Australian Open, che lo ha obbligato a fermarsi nei quarti di finale contro Novak Djokovic quando era avanti 2 set a 0, il fastidio al braccio destro a Miami, la lesione al retto femorale a Roma, il malessere accusato a New York e, come se non bastasse, la frattura di un dito a Pechino. Una sequenza difficile da assorbire per chi, soltanto pochi mesi fa, coltivava ambizioni da numero 3 del mondo e oggi si ritrova a fare i conti con il rischio di scivolare fuori dai primi trenta della classifica. Dalla prospettiva di un salto ai vertici alla necessità di limitare i danni: una parabola che restituisce la misura di quanto la continuità fisica sia determinante nel tennis contemporaneo.

L’elenco, peraltro, è tutt’altro che esaurito. Jasmine Paolini convive da tempo con un problema al piede, Elisabetta Cocciaretto è stata operata al ginocchio sinistro, Matteo Berrettini ha dovuto fare i conti con disturbi all’anca e Matteo Arnaldi con difficoltà a entrambi i piedi. Anche Lorenzo Sonego è ancora condizionato da dolori al polso, mentre Mattia Bellucci si è infortunato al ginocchio prima di Wimbledon e sta provando a recuperare la condizione.

A completare il quadro ci sono le problematiche che hanno coinvolto Matteo Gigante, Francesco Passaro, Giulio Zeppieri e Luca Nardi. Situazioni diverse per natura e gravità, ma accomunate da un denominatore evidente: la difficoltà di trovare quella continuità di rendimento indispensabile per competere stabilmente ai massimi livelli.

Ecco perché, in vista del 2027, il primo auspicio per il tennis italiano non può che essere uno: ritrovare la salute. Il talento non manca, così come le ambizioni e la capacità di competere con i migliori. Ma senza una condizione atletica adeguata, anche le qualità tecniche più brillanti rischiano di perdere efficacia. In un calendario sempre più esigente, la gestione del corpo è diventata una componente essenziale della prestazione, al pari della preparazione tattica e della tenuta mentale. In quest’ottica, anche i problemi di risultati che stanno avendo Flavio Cobolli e Luciano Darderi in questo momento, si legano a una programmazione troppo intensa, portando ad avere “il serbatoio vuoto”.

Non è un caso che Alexander Zverev, tedesco dalla straordinaria solidità atletica e dalla notevole continuità di rendimento, continui a rappresentare un riferimento sotto questo profilo. La capacità di reggere fisicamente la stagione, attraversando indenne le fasi più impegnative del calendario, può trasformarsi in un vantaggio competitivo decisivo, soprattutto negli Slam, dove la durata degli incontri e la successione dei turni mettono a dura prova anche i giocatori più preparati. Perché, al di là del talento e delle ambizioni, il tennis moderno sembra obbedire sempre più a una regola tanto semplice quanto spietata: alla fine, vince chi riesce a restare in piedi.

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