Pallavolo
Salvatore ‘Totò’ Rossini: “C’è il progetto di portare Napoli nel volley che conta. Il ricordo della finale di Rio 2016…”
Salvatore Rossini, detto Totò, è ospite della nuova puntata di Volley Night Live, rubrica in onda sul canale YouTube di OA Sport. L’ex libero della nazionale italiana ha ripercorso le tappe di una carriera ricca di successi in cui brilla l’argento olimpico di Rio 2016 e l’avventura come direttore sportivo della Virtus Volley Napoli.
Sull’inizio di una nuova vita: “Sto bene, sto molto bene sinceramente e faccio una vita un po’ più da persona adulta, passatemi il paragone, nel senso, mi sveglio la mattina e vado in ufficio, però faccio il papà e faccio delle cose che mi piacciono, quindi sto molto bene”.
Sul nuovo progetto a Napoli e l’inizio di campionato: “L’anno scorso, quando è iniziata un po’ a balenare la cosa che avrei smesso a fine anno, Sergio Di Meo, che è stato il mio primo presidente, perché è stato il primo che effettivamente mi ha dato uno stipendio da grande, mi ha fatto una proposta. Io ho giocato in serie B1 ai tempi di Aversa, quando lui era già presidente e avevo 19 anni, quindi lui proprio mi ha visto crescere. Siamo legati per questo doppio legame prima B1, poi A2. Lui veniva a vedere ogni tanto le partite quando io ero a Modena, quindi davvero c’è un legame, insomma, che è durato negli anni. Mi ha chiamato, mi ha detto: “Perfetto, l’anno prossimo c’è il direttore sportivo della nostra squadra” e io gli ho detto: “Presidente, ma in realtà ci sono un po’ di chilometri tra Modena e Napoli.” E lui mi ha risposto: “Non c’è problema, troviamo una soluzione e poi intanto facci la squadra, poi siamo partiti, intanto fai la squadra, intanto vieni qua, intanto vieni là”. Andò addirittura a dire a mio padre nell’orecchio ‘tranquillo che ha già firmato’, facendo credere ai miei stessi genitori che io avevo già firmato quando non era vero. Quindi sai, c’è quel proprio quel trasporto di passione che c’è nel Sud, ma poi per il resto è un’avventura di per sé. Adesso, a parte gli scherzi, è affascinante perché Napoli sono trent’anni che non vede la massima categoria, quindi questo da una parte è una cosa molto romantica, perché è un sogno per tante persone riportare a Napoli la pallavolo che conta, dall’altra non ti nego che logicamente nasconde tante insidie, perché poi se effettivamente non ci sono mai riusciti non è una cosa così semplice. Però devo dire che già l’unione di una società che prima era Napoli, e quindi conosce un po’ il territorio, e di Aversa, che di per sé porta un bagaglio di esperienza nel campionato di A2, che è un campionato difficilissimo ma penso che ormai sia davanti agli occhi di tutti. Si sta provando a fare a piccoli passi, perché dobbiamo essere sempre coscienti che le cose vanno fatte gradualmente, perché altrimenti non si va da nessuna parte e stiamo cercando di assemblare e di mettere giù quello che è il sogno di tanti”.
Sulla risposta della piazza: “Napoli è una città che quest’anno ha ospitato la Coppa America, che ha una squadra di calcio in Champions League, ha una squadra di basket in Europa. C’è il sindaco che ci spinge, dice ‘ci manca la pallavolo, ci manca la pallavolo’, quindi insomma, ne siamo contenti”.
Sul quid in più che i giocatori che han smesso da poco possono portare all’ambiente: “Allora diciamo per loro è un apporto diverso rispetto al mio perché logicamente sono in presenza tutti i giorni e quindi vivono effettivamente l’ambiente tutti i giorni. Verona da una parte, Civitanova dall’altra, sono squadre di una certa caratura, sono squadre comunque già strutturate e a cui, nonostante siano persone di una grandissima esperienza, penso che non debbano insegnare niente, magari da un punto di vista di organizzazione e di come fare una cosa piuttosto che un’altra. Il motivo per cui Sergio, il presidente di Napoli, mi voleva al suo fianco e come l’ho vista sempre io, è stato anche che magari la mia esperienza in club più blasonati, come Modena, Trento, insomma, e anche la nazionale, logicamente. Ho avuto la fortuna di vivere delle organizzazioni dove tutto veramente filava non liscio di più. Questo è un po’ quello che in A2 fa la differenza tra una società che effettivamente fa il salto di categoria e una società che invece non lo fa. Gli ultimi anni di A2 parlano chiaro, cioè nel senso Cuneo che è una società super strutturata, super organizzata, e poi è riuscita a fare un salto di categoria con dei play-off eccellenti. Prata, che è una società super organizzata, super strutturata, ha fatto prima un passaggio da un punto di vista di società e poi da un punto di vista di giocatori nel suo percorso ed è riuscita a salire su quest’anno. Podrascanin e Falaschi sicuramente a livello umano sono tantissima roba e delle persone così arricchiscono l’ambiente sotto tanti punti di vista. La mia forse è una figura un po’ più di proviamo a fare così. Quando ero a Modena facevamo colà, oppure in altre situazioni ho visto fare così, proviamo, diciamo, è più perché dobbiamo imparare tanto. È un dover affrontare le cose, ripeto, passo per passo, che poi può prepararci a correre quando sarà necessario”.
Sulla minor fatica del libero: “Effettivamente io finivo sempre meno sudato degli altri in allenamento. Gli altri saltavano, schiacciavano. Io dovevo solo fare una parte di quello che facevano gli altri, ricevere o difendere, gli altri dovevano ricevere, difendere, schiacciare e tutto il resto”.
Sui cambiamenti personali e nella pallavolo dagli inizi fino a ora: “Io ricordo che all’inizio ero un perfettino, a tratti forse odioso, nel senso che dovevo per forza fare tutto bene, tutto perfetto, tutto maniacale. In campo ero uno di quelli lì che se finivo il 70-40 in ricezione dicevo quelle due palle maledette oppure è scappata una difesa. E invece alla fine della mia carriera non era così. Ho iniziato a godermi un po’ di più il gioco e questo lo devo agli allenatori che hanno accompagnato il mio percorso, ma anche ai miei compagni. Poi un’altra cosa sicuramente che prima forse pretendevo che tutti la pensassero, la vivessero come avevo io, che ero un agonista puro. Ero una persona a tutto fuoco, sempre in mezzo al campo e quindi non accettavo magari qualcuno che era anche banalmente diverso da me, non meglio o peggio, diverso da me. C’è chi è più timido in campo, chi è meno timido. Su questo vi racconto un piccolo aneddoto che mi ha fatto tanto riflettere: l’anno di Modena, Paolo, che giocavamo con Nemanja Petric, avevo Nemanja Petric a destra, Erwin N’Gapeth a sinistra in ricezione e Lorenzetti in panchina. Io parlavo con tutti e due allo stesso modo. Angelo un giorno mi prese e mi disse: “Guarda Totò, io apprezzo quello che fai. È importante però che tu capisca una cosa: se io parlo di pallavolo con Bruno un’ora dopo l’allenamento, Bruno è contento. Bruno vuole continuare a parlare di pallavolo un’ora, quindi siamo due, ma se io tengo a parlare Erwin di pallavolo un’ora, Erwin mi manda al diavolo. Non perché non gli piace la pallavolo, ma perché è fatto così. Se tu parli con Nema, che è una persona a cui si fa sentire più sicuro sentirsi dire queste cose, va bene, ma se tu lo dici a Erwin che non se ne frega niente, Erwin cioè non lo fa, quindi devi capire come trattare le persone perché il libero è anche un ruolo di gestione. Mi ha detto devi capire come trattare le persone e io da quella cosa lì ho iniziato a riflettere che effettivamente per avere il meglio da parte di tutti, non potevo pretendere che tutti facessero come me e da lì nel mio percorso sono cambiato. Io ti dico che da quando ho iniziato, quindi ti parlo anche dal punto di vista della nazionale con cui ho esordito nel 2012, c’è stato un cambio. È un po’ come quando giochi a guardie e ladri, si fa una cosa, si trova l’antidoto, poi esce un’altra cosa, poi si trova un altro antidoto: il Mondiale 2014 la Polonia l’ha vinto battendo float. Dopo erano tutti a battere float e si riceveva solo in palleggio sui tre metri. Dopo il mondiale 2018 l’ha vinto la Polonia battendo a tutto fuoco al salto e allora tutti guardano un’altra volta più indietro, dicevano l’ha battuto in salto. Poi l’ha vinto l’Italia il mondiale, sempre battendo a tutto fuoco, mantenendo la palla alta, facendo push and play. E quindi di nuovo tutti quanti a fare push and play, secondo me è un po’ come la moda, cioè alla fine torna, quindi adesso sta tornando il sbagliamo poco e magari rischiamo meno, però dopo tornerà il battiamo forte, sfondiamo tutti. È un inseguirsi secondo me”.
Sui numeri per giudicare positiva una prova in ricezione: “Adesso ci sono più squadre che hanno una combinazione salto float, quindi battute spin, un po’ più equilibrata, cioè nel senso prima fino a qualche anno fa, già un flottante era troppo in una squadra di A1 di alto livello. Adesso c’è qualche flottante in più. Questo consente di alzare leggermente le percentuali di ricezione. Se una decina di anni fa il 30% di perfetta era una percentuale ottima, adesso il 30% di perfetta non si fa più, il 30% di perfetta adesso vuol dire che sei stato fortunato, cioè due-tre battute, hai toccato la rete, hai beccato, io dico il giro di Podrascanin perché adesso non gioca più, però batteva sempre in 5-6 bella morbidina se tu eri fortunato di essere in sei mettevi delle belle doppie più, esatto, mettevi in cascina un 10% in più con il suo giro. Però diciamo che ci sono delle situazioni, soprattutto durante i play-off, poi dove effettivamente non si gioca più con la palla perfetta. Quindi una buona percentuale oggi di un libero vuol dire non prendere ace, non prendere slash, cioè puoi anche chiudere con il 30-20, ma se non prendi ace e non prendi slash sei un signore, perché poi ripeto, è cambiato il gioco. Adesso il primo tempo si gioca veramente da tutte le parti”.
Sull’evoluzione dei centrali: “Giò che io ho visto crescere quando sale su che si mette sul petto tira forte poi non è uno che dopo la sbuccia o la prende piano, cioè lo tira forte, quindi difendere poi un pallone di quel genere diventa improbabile. Le altezze adesso sono tali per cui gli angoli a cui possono chiudere la palla questi giocatori non ti consentono di aspettarli in una posizione neutra. Il libero, come un difensore qualsiasi, partendo da una posizione neutra non potrà mai prendere una palla chiusa sui quattro metri, non potrà mai prendere una palla chiusa sui tre e questi centrali ce la fanno tranquillamente a tirarla lì. Quindi o bisogna scegliere di andare dritto su quella posizione lì e rincorrere poi le altre posizioni di difesa, o bisogna scegliere di lasciar cadere quella palla e non per non provarci, ma perché devi far parte di un sistema. Primi tempi sparati dai tre metri a 3,70 di altezza che vanno giù a 105-110 all’ora bisogna giocare tattici, cioè meglio prendere quella che si può prendere piuttosto che rischiare tutto su una palla così”.
Sul ricordo più bello della propria carriera: “Io ho vinto uno scudetto e quella gara tre è un ricordo indelebile. Quella fu una partita dove oltretutto perdevamo il tie-break 8-3, cioè qualcuno che era venuto al palazzetto a Modena, il palazzetto esplodeva e qualcuno quasi iniziava ad uscire. E invece poi lì sono stati quindici minuti in cui cioè è venuto su di tutto, dal pubblico, agli ace e alle difese. C’è stato un parziale di 12-4 che è stato incredibile. Viverlo lì dentro pensando che Modena erano quattordici anni che non vinceva uno scudetto, ancora di più. E quello è stato forse il ricordo più bello, perché veramente l’abbiamo vissuto. Per me era un periodo particolare perché mio figlio era nato da venti giorni, un mese, quindi ero già emotivamente provato. Però insomma, 2016 è stato un bell’anno”.
Sulla finale di Rio 2016: “Io non so se averla persa, magari contro Bruno e Lucas che hanno vissuto l’anno con noi, un po’ l’ha addolcita. Io son partito da Formia, poi, quando ogni tanto ci penso, dico: ‘mi han scambiato per dodici palloni nuovi’. Quando tu pensi che hai fatto un giro tortuoso, infinito, appoggiandoti solo sulle tue forze e su quelle che erano le mie radici, la mia famiglia, i miei amici, come fai a dire: oddio, abbiamo perso? A bocce ferme penso che di lì il Brasile sapeva come si giocava una finale olimpica, quel gruppo lì ne aveva già perse due. Lo stesso gruppo con qualcuno di loro aveva già fatto Pechino nel 2008, aveva perso un’altra finale olimpica, quindi per loro era la giusta chiusura di un ciclo in cui dopo tanti tentativi, in casa, in Brasile, vincere era incredibile. Sergio, che aveva giocato due finali olimpiche, era il mio mito. Non puoi non dire ok. Chi dice che il Brasile non è il Brasile più forte, è tutta gente che non ha mai fatto sport, perché in quel momento lì si tratta di gestire le emozioni, perché se oggi tu qua mi metti a fare la spara palloni, io la faccio uguale come la facevo prima. Però se mi metto in campo adesso non sono più abituato a vivere quelle emozioni lì di quando stai tutti i giorni dentro e stai tutti i giorni a macinare punti in campionato, in coppa, cioè non è uguale. E quella squadra lì non era uguale a noi. Io mi ricordo il primo palleggio di Gianna (Giannelli, ndr) è finito in braccio all’arbitro. Non penso che Gianna non sappia palleggiare in posto quattro, però quella prima palla lì della finale olimpica è andata in braccio all’arbitro, la palla l’aveva palleggiata fino al giorno prima. Secondo me, vent’anni a palleggiare al Maracanazinho, con 10.000 brasiliani a giocarti la finale olimpica, gara mai vinta”.
Sul primo palleggio di Giannelli nella finale: “Non so se era un boomerang, però i brasiliani quando noi non giocavamo contro il Brasile facevano il tifo per noi perché c’era una sorta di cuginanza tra Italia Brasile di solito è con l’Argentina, ma anche lì c’era una sorta di gemellaggio. Bruno e Lucas giocavano a Modena e avevano molto seguito, quindi molti tifosi brasiliani, quando giocavamo contro le altre nazionali, tifavano Italia ed eravamo diventati un po’ la bella storia di quell’Olimpiade, perché all’inizio non è che ci davano tutti come favoriti, invece zitti zitti piano piano, una dopo l’altra“.
Sull’insegnamento appreso dai top player con cui ha giocato: “Io ho avuto veramente la fortuna di giocare con tutti quelli che mi piacevano di più, logicamente tralasciando i liberi, perché o giocavo io o giocavo loro, però c’era solo con Simone, di quelli che veramente dicevo wow, wow, wow, cioè non ho avuto la fortuna di giocare. Però ecco, per esempio, centrale ho giocato con Podrascanin, con Lisinac, con Holt, cioè Stankovic. Palleggiatori ho fatto Giannelli, Christenson, Bruno, De Cecco, un De Cecco prime a Monza e poi il resto insomma li conosciamo, ma se dovessi dirti quello che è un esempio, ti dico. Sia Bruno che Gianna, cioè loro vivono ventiquattro ore al giorno per vincere la partita della domenica, quindi dallo studiare, dal prepararsi, loro proprio veramente hanno quell’obiettivo lì per la squadra, sanno l’importanza della squadra. Poi ci sono tanti altri tipi di talento, nel senso Erwin era uno che ridiamo, scherziamo, oggi non c’ho voglia, Bruno oggi non me la dare, ma quando si trattava di giocare le partite che contavano, lui si metteva il coltello fra i denti e diventava un super sayan, non lo fermavi neanche con le bombe. Quando qualcuno si provava a mettere contro un nostro compagno di squadra, lui andava per primo petto alla rete. Io mi ricordo una volta con Vermiglio che se la prendeva con Vettori, lui giocava a Piacenza e noi eravamo a Modena e Vetto era quello un po’ meno smaliziato. Esatto, Erwin appena se n’è accorto ha iniziato a tirare solo in uno per cercare di esplodere Vermiglio. Nel senso, pipe in uno, parallele in uno. Era diventata una caccia all’uomo, non era diventata una partita finita logicamente tre a zero con Erwin MVP. Cioè, era una roba di questo genere qua e un altro che era così era Osmani. Osmani magari durante la settimana fa male la spalla, vado a fare un po’ di pesi in ginocchio, però poi in partita se doveva vincere passava da tutte le parti, cioè tu lo sapevi che poi passava da tutte le parti, quindi non c’era neanche insomma da preoccuparsi durante la settimana. Insomma, sono tipologie di campioni diversi, però sono tutti campioni”.