Ciclismo
Oscar Gatto: “Che amarezza Valkenburg 2012. Seixas non ancora pronto a sfidare Pogacar”
L’ultima corsa disputata alla Driedaagse Brugge-De Panne nel 2020, prima di appendere definitivamente la bicicletta al chiodo dopo quattordici stagioni tra i professionisti. Oscar Gatto ha attraversato un’epoca del ciclismo, dal debutto nel 2007 con la Gerolsteiner fino alle ultime due stagioni con la Bora-hansgrohe, al fianco di Peter Sagan. Nel mezzo le esperienze con ISD, Farnese Vini-Neri Sottoli, Vini Fantini, Cannondale, Androni Sidermec, Tinkoff e Astana, e un palmarès di quindici successi, tra cui spiccano la tappa di Tropea al Giro d’Italia 2011, una frazione del Giro di Sardegna 2009 conquistata davanti all’allora campione del mondo Alessandro Ballan e la prestigiosa Dwars door Vlaanderen del 2013, ma anche Giro del Veneto e Trofeo Matteotti. Oggi Gatto vive ancora a Monaco, ma la sua quotidianità è lontana dal mondo delle corse. Si occupa di impianti elettrici e di interventi di manutenzione e riparazione, dall’elettricità all’idraulica. Una nuova vita, dopo tanti anni trascorsi in gruppo, che non gli impedisce di continuare a seguire un ciclismo profondamente cambiato rispetto a quello che ha conosciuto da corridore. Un ciclismo che, a suo dire, sembra ormai quasi un altro sport, dominato da fenomeni capaci di riscrivere le regole del gioco. Con lui abbiamo ripercorso i momenti più significativi della carriera, tra vittorie indimenticabili e qualche rimpianto, allargando poi lo sguardo al presente e al futuro del movimento italiano e internazionale.
Oscar, com’è cambiato il ciclismo nei tuoi 14 anni di professionismo tra il 2007 e il 2020?
“Durante i miei quattordici anni di carriera il ciclismo è cambiato, ma non così tanto quanto è successo dal 2020, quindi dal periodo post Covid fino ad oggi. Se guardo il modo di correre attuale e lo confronto con quello della mia epoca, ho quasi l’impressione che si tratti di due sport completamente differenti”.
Quale vittoria porti più nel cuore e per quale motivo?
“È difficile sceglierne una sola, perché ce ne sono due alle quali sono particolarmente legato: la tappa al Giro d’Italia nel 2011 e la Dwars door Vlaanderen a Waregem nel 2013. Vincere al Giro mi ha dato una grandissima consapevolezza nei miei mezzi e, per un corridore italiano, riuscire a conquistare una tappa della Corsa Rosa rappresenta qualcosa di speciale. È uno di quei sogni che coltivi fin da bambino. La vittoria di Waregem, invece, ha avuto un significato diverso. Sono sempre stato un grande amante delle corse belghe e riuscire a impormi al termine di una giornata particolarmente difficile è stata una soddisfazione enorme. Sono stato il primo italiano a vincere quella corsa e anche per questo è un successo che porterò sempre nel cuore”.
Hai invece un rimpianto?
“Sicuramente il Mondiale di Valkenburg. Quel giorno stavo davvero molto bene, avevo una condizione eccezionale, ma purtroppo ho disputato uno dei peggiori finali di corsa della mia carriera. Ripensandoci, sono convinto che avrei potuto chiudere tranquillamente tra i primi cinque”.
Cosa ti resta di Valkenburg 2012?
“Tanta amarezza, soprattutto per la consapevolezza di aver avuto una grande occasione e di non essere riuscito a sfruttarla fino in fondo. Allo stesso tempo, però, resta una bellissima esperienza, una di quelle giornate che, nel bene e nel male, fanno parte della carriera di un corridore”.
La Strade Bianche è sempre stata una gara che ti ha esaltato: cosa ti è mancato per vincerla?
“Probabilmente l’anno in cui avrei potuto ottenere qualcosa di più è stato il 2012. Per quanto mi riguarda, e per i ricordi che conservo, la Strade Bianche resta una delle corse più belle in assoluto, con un fascino davvero particolare. È una gara unica nel suo genere, soprattutto per il territorio che attraversa e per gli scenari che offre. Ho sempre pensato che, se in Belgio ci fosse un paesaggio simile, sarebbe qualcosa di fenomenale. La Strade Bianche ha un’identità tutta sua ed è proprio questo a renderla così speciale”.
Come sta il ciclismo italiano? I buoni corridori non mancano, ma i fenomeni sembrano nascere sempre altrove…
“L’idea che mi sono fatto è che stiamo vivendo un’epoca caratterizzata dalla presenza di veri e propri fenomeni, su tutti Tadej Pogačar, che ha cambiato profondamente le regole del gioco. Credo però che il ciclismo viva anche di cicli e di generazioni. Pensiamo alla Francia, che per tanti anni non ha avuto un grandissimo campione e che oggi si ritrova con un giovane come Paul Seixas, che promette davvero molto bene. Non credo che il ciclismo italiano sia messo male, anzi, abbiamo diversi corridori di ottimo livello. Il problema è che quando ti trovi a competere contro fenomeni come Pogačar o Van der Poel diventa estremamente difficile riuscire a vincere. Spesso, anche correndo al massimo delle proprie possibilità, ci si ritrova a lottare per un podio o per un piazzamento”.
Pensi che l’infortunio potrà limitare le prestazioni di Pogačar il prossimo anno?
“Non penso che questo infortunio possa condizionare la sua carriera o comprometterne le prestazioni future. Certamente, il fatto che non sia rientrato per il finale di stagione mi porta a pensare che il problema sia stato più serio di quanto inizialmente previsto. Credo però che la squadra abbia fatto la scelta giusta, senza forzare i tempi del recupero e preferendo aspettare per permettergli di tornare il prossimo anno nella miglior condizione possibile”.
Seixas è già pronto per sfidare ad armi pari Pogačar nelle corse di un giorno? E nelle corse a tappe?
“Al momento credo che Pogačar sia ancora inavvicinabile per chiunque. È chiaro, però, che gli anni passano anche per lui, mentre dall’altra parte ci sono giovani talenti che crescono, maturano e possono progressivamente avvicinarsi al suo livello. In futuro potrebbe esserci un confronto interessante, ma oggi non penso che Seixas sia ancora pronto per sfidarlo ad armi pari nelle corse di un giorno. Per quanto riguarda invece le grandi corse a tappe, credo che il divario sia ancora più importante: da questo punto di vista gli avversari sono ancora lontani anni luce dallo sloveno“.
Chi tra Ciccone e Ganna pensi abbia più possibilità di coronare il sogno di vincere una Classica Monumento?
“Sono entrambi corridori fortissimi, con caratteristiche differenti e tutte le qualità per poter ambire a un successo importante. Il problema, ancora una volta, è il livello degli avversari con cui devono confrontarsi. Quando al via trovi fenomeni come Pogačar, Evenepoel o Van der Poel, vincere una Classica Monumento diventa estremamente complicato, anche per corridori del calibro di Ciccone e Ganna”.