Atletica
Massimo Stano: “Percorso degli Europei inaccettabile. Ho paura che Los Angeles 2028 sarà l’ultima Olimpiade per la marcia”
Massimo Stano è stato il protagonista della 44ª puntata del 2026 di Run2U, l’approfondimento dedicato all’atletica leggera sul canale YouTube di OA Sport. Il campione delle Fiamme Oro, oro olimpico a Tokyo 2020, iridato nella 35 km a Eugene e, più recentemente, campione europeo nella maratona di marcia a Birmingham, ha ripercorso alcuni dei momenti più significativi della propria carriera, soffermandosi anche sulle prospettive della disciplina e sul futuro personale.
La vittoria in terra britannica gli ha permesso di completare il cosiddetto “Grande Slam” dei titoli major, dopo aver conquistato l’oro olimpico nella 20 km e quello mondiale nella 35 km. Un percorso costruito anche attraverso una meticolosa ricerca della perfezione tecnica insieme al suo allenatore Patrizio Parcesepe e grazie al lavoro di uno staff che, negli anni, ha accompagnato Stano ai vertici della marcia internazionale. Nell’intervista si è parlato anche del rapporto con le Fiamme Oro, del ruolo all’interno del gruppo azzurro, della famiglia, della passione per il Giappone e della volontà di proseguire fino ai Giochi di Los Angeles 2028.
Proprio il titolo europeo di Birmingham rappresenta un passaggio particolarmente significativo, arrivato al termine di una stagione condizionata dagli infortuni e da una preparazione necessariamente riprogrammata. “Possiamo dire che ho inseguito a lungo il titolo europeo, che per assurdo dovrebbe essere il più semplice da vincere, ma è stato il più difficile per me, perché ho provato varie volte a vincerlo e non ci sono mai riuscito per varie vicissitudini. Questa volta ce l’ho fatta, ce l’ho fatta su una distanza diversa, che è la maratona“.
Stano non ha però nascosto le proprie perplessità sul percorso di Birmingham, criticando apertamente le condizioni nelle quali si è disputata la gara. “Mi sono anche lamentato nelle interviste subito successive alla gara, perché non è accettabile. European Athletics non può convalidare un percorso di questo genere, pieno di deviazioni, pieno di pavimentazioni differenti, con quattro gare tutte insieme. Comunque alla marcia siamo parecchi come atleti, quindi un percorso del genere non era il caso“.
La soddisfazione per il risultato, tuttavia, resta intatta. “In ogni caso sono riuscito a portare a casa il mio titolo. Quindi, se proprio lo devo dire, è andata pure bene così. Non mi posso lamentare più di tanto, perché alla fine mi ha regalato, tra virgolette, questo titolo che mi mancava e quindi rimarrà un bel ricordo di Birmingham“.
La capacità di imporsi su distanze differenti rappresenta uno dei tratti distintivi della carriera di Stano, che però guarda con una certa preoccupazione alle trasformazioni che stanno interessando la marcia nel programma olimpico. “Queste variazioni di distanze mi piacciono, perché poi dico: ho vinto la 20, ho vinto la 35, ho vinto la maratona, tutte distanze diverse. Però non mi fa ben sperare per la marcia come futuro. Io ho paura che già nel 2028 le Olimpiadi le salutiamo. Spero di sbagliarmi, però vediamo cosa succede. Nel frattempo, già a Los Angeles nel 2028 avremo solo una distanza, che sarà la mezza maratona di marcia, e quindi vedo un attimo decurtare un po’ di roba. Non mi fa ben sperare“.
Secondo Stano, il problema è anche legato alla percezione televisiva della disciplina, che a suo avviso non viene valorizzata abbastanza. “Perché si lamentano che non è televisivamente attraente la marcia? Perché non vedono le mie gare. Io cerco di fare un po’ il Tamberi della marcia, anche se mi risulta difficile, però provo a fare quello che si può“.
Il campione nostrano ha poi parlato del rapporto con il proprio gruppo sportivo, sottolineando la crescita collettiva registrata negli ultimi anni. “Diciamo che negli anni questa squadra è sempre migliorata, sia nei risultati sportivi che nella comunione tra di noi. È quello che secondo me ci aiuta poi a esprimerci meglio come performance in pista o su strada o in pedana“, ha dichiarato.
“Come ha visto bene il mio capo Sergio Baldo, il team building è iniziato tanti anni fa e adesso stiamo vedendo i veri risultati, perché, come tutto, c’è bisogno di tempo e un po’ di pazienza per arrivare poi ai risultati desiderati. Sergio è stato bravissimo ad avere questa possibilità e ha fatto una profezia, diciamo, e sono stracontento perché io sono uno dei più vecchi nelle Fiamme Oro. Ho visto l’evolversi di questa squadra e sono veramente orgoglioso di farne parte“, ha raccontato.
Pur essendo considerato dai compagni una sorta di capitano, Stano tende a ridimensionare questo ruolo. “In realtà io non mi sento degno di essere chiamato capitano. Di fatto mi hanno proposto di fare il capitano delle Fiamme Oro, ma ho rifiutato proprio perché non riesco a essere sempre presente. Non mi sento in grado, non so perché loro pensano di sì, ma io mi sottovaluto magari su questo ambito. Io cerco di fare il mio. Poi, se uno mi chiama capitano o meno, non mi interessa. Provo sempre ad aiutare, a dare consigli, ad ascoltare anche gli altri e a capire poi qual è la cosa migliore da dire o da fare in base alle situazioni“, ha ammesso.
Non mancano, naturalmente, gli obiettivi per il futuro. Dopo una stagione segnata dagli acciacchi, il percorso verso Los Angeles passa dalla mezza maratona. “Nel 2025 mi sono infortunato. Non ho partecipato ai Mondiali di Tokyo appunto per una lesione al bicipite femorale. Questo mi ha portato a dover riprogrammare, resettare anche la mia carrozzeria, il mio corpo e ad avere vari problemini di piccola entità che però hanno bloccato la mia consequenzialità degli allenamenti. Dunque, sono arrivato come idea di programmazione a fare la maratona nei campionati mondiali a squadre, dove non sono arrivato in grandissima forma appunto per questi problemini che stavo citando prima. Dopodiché ho avuto ancora difficoltà a proseguire e dunque con il mio allenatore abbiamo cambiato il piano: da mezza maratona agli Europei è diventata la maratona di marcia. Dunque a Birmingham sono arrivato in una buona forma, non ottima, non perfetta come avrei voluto“.
La scelta tattica adottata a Birmingham è stata quindi il risultato dell’esperienza maturata nelle precedenti gare sulla distanza. “Ho aspettato molto prima di partire, perché avendo fatto solo una maratona non avevo tanta esperienza, ma mi è servita Brasilia perché era a 1200 metri di altitudine, c’era caldo, c’erano condizioni sfavorevoli. Dunque ho capito che anche Birmingham, con quel percorso che prima abbiamo detto, non era proprio l’ideale partire subito a fuoco, diciamo così, e quindi ho voluto aspettare. Per fortuna, perché io molto onestamente negli ultimi tre chilometri ho fatto fatica muscolarmente. È chiaro che gli ultimi chilometri ormai stavo vincendo, però ho avuto difficoltà. Fossi partito un po’ prima magari avrei pagato di più e avrei rischiato appunto di non poter portare a termine il compito che c’eravamo dati con il mio allenatore, ossia di vincere l’unica gara delle major che mi mancava. Quindi per questo ho adottato una strategia di attesa, anche se io non sono un atleta con queste caratteristiche“.
Il riferimento alla compagna di squadra Antonella Palmisano introduce anche il tema dell’identità della marcia italiana, che negli ultimi anni ha ritrovato una forte competitività. “A noi piace più la velocità, più il cambiare le dinamiche di gara, mettere gli avversari sono un po’ in difficoltà. Però ci siamo dedicati alla maratona e il risultato è stato buono. Non penso che abbiamo sbagliato“.
Stano guarda con soddisfazione anche alla crescita del movimento azzurro e all’emergere di nuovi talenti. “Poi tutta la marcia si è mossa molto bene, quindi sono contento perché in questa disciplina sono capitano eletto e quindi sono molto orgoglioso di come stiamo crescendo come movimento, con giovani che mi mettono in difficoltà. E questo è positivo perché è sia uno stimolo per loro, che hanno come obiettivo cercare di raggiungere quelli forti, che per noi di dover prestare attenzione a chi arriva da dietro. Quindi è molto bello questo ambiente che sta crescendo“.
A Birmingham non è mancato un momento di difficoltà, determinato anche dalla conformazione del tracciato e dall’elevato numero di atleti contemporaneamente impegnati. “Nel momento in cui voi vedete Orsoni che mi stacca, in realtà non so se lui ha cambiato ritmo o meno, però c’è stato un problema appunto perché c’erano quattro gare e percorsi stretti, in cui lui è passato e io sono rimasto imbottigliato. A quel punto ho aspettato un pertugio per passare e alla fine sono passato dopo un po’ di tempo. Non ho voluto recuperarlo subito, ho detto: vabbè, con calma rientro a ruota, senza agitarsi“.
Un altro tema affrontato è quello dei record mondiali e degli standard necessari per la loro omologazione. Stano ha vissuto in prima persona questa particolare situazione. “Secondo me il primo che lo fa è il primato del mondo e poi a seguire si dovrà migliorare. Non esiste un tempo campato in aria così: vabbè, fai questo, se lo fai è il record del mondo, se non lo fai non lo è. Se il migliore viene fuori da un tempo senza nome, è anche brutto alla fine“.
Stano non esclude, in prospettiva, di mettere la propria esperienza al servizio della disciplina anche al di fuori della competizione, pur riconoscendo alcuni ostacoli da superare. “Sicuramente la prerogativa è conoscere l’inglese molto bene. Io, onestamente, lo parlo, ma in maniera friendly, amichevole. Non riuscirei a fare dei talk al momento. Mi sto impegnando per migliorarlo, però al momento non credo di essere a livello giusto per poter intraprendere una carriera di questo tipo. Magari quando smetterò, spero il più tardi possibile, il mio modo di comunicare sarà salito di livello“.
Più cauto il giudizio sull’eventualità di diventare allenatore. “La carriera di allenatore non mi è mai piaciuta, onestamente. Ho fatto il corso di istruttore quest’anno, perché non si sa mai, è meglio farsi trovare pronti. Quando si vuole investire su se stessi il tempo si trova, si deve trovare. Quindi non mi stuzzica l’idea di allenare perché, per come mi conosco io, sono troppo esigente già da atleta, quindi figurati da tecnico. Se un allenatore è troppo ‘severo’, secondo me non è il top“.
Una delle battute più curiose dell’intervista riguarda invece il futuro sportivo dei figli. Massimo non sembra intenzionato a incoraggiare una possibile dinastia nella marcia. “In famiglia i marciatori non ne vengono fuori, perché ho messo il divieto sull’unica cosa: non fate la marcia. Perché ti fai un mazzo così, scusate l’espressione, ma la visibilità che poi tiri dalla marcia è troppo bassa. Quindi piuttosto fate il salto in lungo, il salto in alto, la velocità“.
Dietro l’ironia, tuttavia, emerge una considerazione più profonda sul riconoscimento riservato alla sua carriera. “Non mi sento riconosciuto come altri atleti che hanno vinto anche un po’ meno rispetto a me, perché io ho vinto tutto e ho siglato il record del mondo ed europeo”.
Uno dei segreti della sua longevità e del suo rendimento ai massimi livelli è senza dubbio il lavoro tecnico costruito nel tempo col proprio tecnico. “Per la marcia elegante che ho devo ringraziare Patrizio Parcesepe, che è l’allenatore, perché io sono arrivato che marciavo in un certo modo e lui mi ha rivoluzionato, mi ha sistemato e mi ha portato al livello in cui sono ora. C’è bisogno sempre di qualcuno che ti aiuti a crescere. E chiaramente questo è stato possibile perché c’è tutto lo staff che mi supporta. Lavoriamo tanto sulla parte muscolare, che è fondamentale anche nella marcia. Io sono uno di quei marciatori che utilizza molto le braccia, per questo vedete il braccio bello grosso. Quindi sì, bisogna valutare tutto e cercare di avere un equilibrio sia per la parte del tronco che per le gambe“.
Guardando alle prossime stagioni, l’obiettivo è già definito: provare a conquistare un altro successo alle Olimpiadi. “Adesso ci dedicheremo con il mio allenatore alla mezza maratona, perché è vero che è molto simile alla 20, però io quest’anno ne ho fatta solo una. È lenta perché era una tappa di passaggio e quindi è importante riuscire a capire un po’ le dinamiche della mezza maratona. Quindi sicuramente i focus saranno sui Mondiali dell’anno prossimo e chiaramente sulle Olimpiadi su questa distanza“.
La marcia, però, per Stano non è soltanto agonismo. Nel corso dell’intervista emerge anche il legame con il Giappone, nato dalla passione per anime e manga e diventato negli anni una vera e propria relazione personale con il Paese. “Tutto parte da questo Paese, dagli anime, dai manga, perché io sono un appassionato sfegatato di One Piece, che vedevo appunto quando andavo alle scuole superiori. Tornavo a passo di marcia per andare a vedere la puntata che c’era in tv. In quel periodo non c’erano Netflix o le piattaforme on demand. Quindi sì, parte proprio dagli anime questa passione, anche perché in qualche modo rappresentavano e rappresentano il Giappone nelle sue caratteristiche peculiari“.
Particolarmente intenso è anche il passaggio dedicato al rapporto con il collega giapponese Toshikazu Yamanishi, diventato nel tempo un vero amico. “Gli avevo chiesto di allenarsi con me, dopo quanto gli era accaduto nei trials giapponesi per la qualificazione alle Olimpiadi di Parigi (squalifica del giapponese nel corso della gara di qualificazione per un’infrazione sulla tecnica di marcia, ndr.). Dal momento che io ritornavo dall’infortunio, mi ha detto di sì ed è venuto ad aiutarmi. Per me già era un grande, avendo vinto tante gare, è fortissimo, ha fatto due volte il record del mondo sia nella 20 che nella mezza maratona, però da quel momento ho capito che non eravamo solo amici da tastiera o da gare, ma uno vero. E quindi per me lui adesso è diventato più di un fratello. Mi sono andato ad allenare anche in Giappone con lui, ormai siamo veramente dei fratelli, veri e propri, e sono stracontento perché è difficile trovare persone di questo genere“.
Infine, non poteva mancare il riferimento alla famiglia, elemento centrale nella carriera di Stano e nel percorso che lo ha portato ai vertici della marcia mondiale. Il rapporto con la moglie Fatima ha avuto un peso decisivo anche nelle scelte professionali dell’atleta. “Partiamo dalla donna che mi sta accanto, che è sicuramente quella che ha lavorato di più sia sulla mia autostima che anche nel seguirmi in scelte che magari potevano sembrare molto difficili da intraprendere. Quindi parlo di quando mi sono trasferito da Bari, poi a Milano, da Milano a Roma, e lei non ha mai titubato nel seguire il mio sogno. Questo è fondamentale, perché nel momento in cui lei magari mi metteva dei paletti io avrei dovuto scegliere, sarebbe stato difficile. Quindi questo mi ha aiutato molto“.
Anche la nascita dei figli ha rappresentato, nella sua narrazione, un elemento particolare del percorso sportivo. “Sophie è stata quella carica in più che mi ha consentito appunto di riuscire a raggiungere l’oro olimpico. In quell’anno avevo fatto delle belle prestazioni, ma non ero il favorito a Tokyo e quindi grazie a lei sono riuscito ad aggiungere quel poco che bastava per poter vincere. Mentre con Liam non ha ‘funzionato’, perché ho detto: vabbè, visto che con Sophie è andata bene facciamo lo stesso anche nell’anno di Parigi. Però non è andata benissimo, ho dovuto aspettare l’anno dopo“.
La conversazione si chiude nel segno della beneficenza, con “The Walking Stano”, l’evento solidale organizzato dall’atleta in Puglia a sostegno della ricerca e della sensibilizzazione sulla fibrosi cistica. “La manifestazione è il 10 ottobre. Dalle ore 16 si aprirà il villaggio, dove ci sono le mascotte per i bambini, ci sarà intrattenimento con dei giochi, con l’headwall bellissimo, con i Mamas, poi ci sarà anche la musica con i Fratelli Savino, che ultimamente stanno andando fortissimo. Sono dei rapper di Palo del Colle, però sono straforti. Poi ci sarà anche musica, DJ set, oltre che la marcia solidale, che è il punto chiave. E poi avremo anche delle tavole rotonde dove si parlerà di fibrosi cistica, per sensibilizzare su questa patologia“. Un appuntamento che restituisce l’immagine di un campione capace di andare oltre il risultato sportivo e di utilizzare la propria popolarità per uno scopo sociale.