Baseball
Marco Artitzu: “Cervelli ci ha trasmesso la sua attitudine, siamo più consapevoli dei nostri mezzi”
Alla vigilia della qualificazione del Premier12 di Barcellona, la prima città a ospitare il baseball a livello di Olimpiadi nel 1992, l’Italia è pronta per cercare il bersaglio grosso. Tre giorni, tre partite, una speranza: quella di andare a giocarsela con una larga parte del meglio che propone il mondo. E per capire l’avvicinamento del gruppo azzurro verso il fine settimana all’ombra della Sagrada Familia abbiamo raccolto la voce di Marco Artitzu, che sul monte di lancio è pronto a mettersi in gioco anche questa volta.
Come stai e com’è andata in generale la preparazione alle qualificazioni del Premier12?
“Bene. Sicuramente sto bene, la preparazione è stata molto positiva. Abbiamo avuto una grande possibilità, cioè giocare contro squadre che si stanno preparando per la lega professionistica in Repubblica Dominicana, quindi lanciatori e battitori di altissimo livello. Sicuramente questo ci ha dato una mano a prepararci al meglio in vista di queste qualificazioni“.
Che livello avete trovato in Repubblica Dominicana?
“Ci sono giocatori che hanno fatto o fanno parte dei roster di Major League, tutti ex professionisti o professionisti attivi anche in altri campionati. Il livello complessivo è molto alto, grandi squadre“.
Il tutto per arrivare a un gironcino che presenta scuole di baseball tutte abbastanza sviluppate.
“Sarà molto competitivo come girone. Sicuramente dopo gli ultimi risultati che abbiamo avuto saremo la preda numero uno, ci sta che giocheranno un po’ più avvelenati. Sappiamo che sarà da giocare ogni singola partita al 100%“.
Sul discorso preda numero uno: è vero che il World Baseball Classic è un discorso a parte, ma se vinci l’Haarlem Week ecco che guardano l’Italia come la squadra per cui è necessaria maggiore concentrazione, con tutto quel che ne consegue.
“E aggiungo il secondo posto agli Europei, venivamo da un’edizione precedente un po’ più difficile. Esserci ripresentati con il secondo posto europeo e la vittoria dell’Haarlem avrà impensierito le altre squadre“.
Cos’è stato e cos’è la vittoria dell’Haarlem Week (battendo gli olandesi per tre volte) per tutto il movimento italiano e per te personalmente?
“Certo, è un torneo amichevole, ma nessuno gioca per perdere. Era importante vincerlo per la fiducia, per mantenere l’onda e la positività degli ultimi risultati. Vincere contro l’Olanda e giocarci contro è sempre un piacere perché c’è molta competizione, vincere è ancora meglio. Quindi è senz’altro stata una grandissima esperienza“.
Torneo amichevole fino a un certo punto, perché l’Haarlem ha il suo fascino all’infuori di Classic e competizioni WBSC.
“Certo, ha un ambiente, è seguito come un torneo di altissimo livello che poi è. Ci sono passati giocatori che poi sono andati in Major League, come Paul Skenes che ha giocato per gli USA… è un torneo di altissimo livello. Per le squadre che vengono è un torneo amichevole solo sulla carta, perché le squadre arrivano con la loro migliore formazione per cui cercano di vincerlo. Amichevole fino a un certo livello“.
Quanto è importante l’apporto che Francisco Cervelli vi sta dando a livello di mentalità?
“L’impatto è sicuramente molto grande e positivo. Riesce a mettere fiducia in tutti. Penso che sia riuscito a far entrare dentro ognuno della squadra la sua tipologia di gioco, il suo stile di attitudine in campo, metterci una personalità, che è una cosa che prima facevamo fatica a trovare. Già solo riuscire a fare questa cosa fa tanto in una squadra, in uno sport come il baseball specialmente. Seguiamo la sua mentalità: attaccare il lancio, la battuta. Stiamo trovando la nostra personalità se addirittura non l’abbiamo trovata“.
Credere di poter raggiungere obiettivi prima pensati più difficili, un cambiamento di convinzione.
“Sì, c’è anche di mezzo una presa di coscienza dopo i risultati degli ultimi anni. Anche quello sta dando i suoi frutti“.
Qual è la percezione che hai del gruppo in questo momento, anche in quello che fuori si vede e non si vede?
“Per me personalmente è già qualche anno che ho la fortuna di giocare per la Nazionale e devo dire che il gruppo di questi ultimi anni è diverso. Si è sempre detto ed è la verità, è ciò che si pensa in generale. Giochiamo tutti in squadre diverse, ma ci si conosce: chi gioca insieme, chi si scontra da diversi anni. Si respira un’aria molto familiare e penso che questo sia dato dall’impronta di Cervelli“.
Parlando proprio di club, a San Marino hai avuto una stagione andata quasi fino in fondo, con un campionato comunque di alto livello e con tante battaglie.
“Individualmente non è stato il campionato che volevo, ci ho lavorato su e quel che è stato è stato e non si può cambiare. C’è comunque l’amarezza del secondo posto, ma c’è da riconoscere che Parma è arrivata molto preparata alle finali, merito a loro. Questo è il baseball. Si lavora ora per l’anno prossimo, c’è l’amaro in bocca, ma sei stato nell’ultima squadra a giocare“.
In Australia, invece, ai Windsor Royals sembra proprio che ti abbiano trattato come l’esperto che alza il livello. Come ti sei sentito?
“Sicuramente è stata una grandissima esperienza. Mi sono trovato molto bene con la squadra, lo staff e chiunque e no, quella cosa lì non l’ho percepita. Sono andato per fare una nuova esperienza di vita, di baseball, non ho pensato minimamente altro. Mi sentivo come uno di loro. Penso che sia anche andata bene così, me la sono vissuta molto bene“.
Com’è il baseball in Australia, che sviluppo ha e come l’hai vissuto tu?
“Penso si stia sviluppando, anzi che si sia già sviluppato. Hanno una lega professionistica molto preparata dal punto di vista di giocatori export, americani che vengono per le riabilitazioni, ex college. La prima lega è molto preparata. Ci sono leghe statali, come quella in cui ho giocato io, in cui c’è un po’ di discontinuità. Magari siamo 10 squadre, ma non sono tutte sullo stesso livello. Ci sono alcune squadre con cui te la devi giocare molto ed altre composte da ragazzi un po’ più giovani con cui risulta magari un po’ più facile portarla a casa. Il livello però è molto buono. Puoi giocare con gente esperta: il partente dei Royals, Connor MacDonald, è stato partente contro il Giappone al World Baseball Classic per l’Australia. In prima base c’è Rixon Wingrove, che era con me. Qualche giocatore di livello c’è, che poi gioca anche nell’ABL: aumentano il livello“.
Qui occorre una spiegazione: in cima al baseball australiano c’è l’Australian Baseball League, poi le leghe statali. Quella di Marco Artitzu è stata la Greater Brisbane League all’interno di Baseball Queensland; gli altri livelli statali sono Baseball Victoria, Baseball New South Wales, Baseball South Australia, Baseball Tasmania e Baseball Western Australia. Ci sono anche le leghe dei due principali territori interni, Baseball Northern Territory e Baseball Australian Capital Territory (cioè, per buona misura, Canberra).
Per te questo momento della carriera come si pone nel tuo percorso di crescita?
“Ad ora mi preparo e registro quello che succede. Mi sento bene e penso sia un momento della mia carriera in cui vengo chiamato dalla Nazionale, riesco a partecipare agli eventi, lavoro per questo. Finché è così sono contento e si continua a lavorare per migliorare. Semplicemente è una tappa di tutta la carriera“.
Carriera partita per te con gli anni di Porta Mortara, poi a Senago e i quattro anni di Grosseto. In particolare questi cosa ti hanno dato per convinzione?
“Penso di essermi vissuto gli anni giusti nei momenti giusti e nei periodi giusti per crescere. non riesco a pensare a qualcosa di diverso. Senago è stata la mia prima esperienza “fuori casa”, senza conoscere nessuno. Sono state tutte tappe differenti. Anche a livello di gioco passare da una Serie A2 alla A Silver alla Gold fino a giocarsi le finali scudetto penso siano stati degli step che mi hanno aiutato a fare un passo alla volta“.
Hai anche vissuto il periodo in cui si ballava tra i sette e i nove inning, con i sette inning che sono stati presi e buttati nel cestino.
“Meglio così. Dai, l’ottavo e il nono inning nel baseball… l’abbiamo visto l’altro giorno anche in Major League con i Brewers contro i Padres, hanno vinto al nono. Una bolgia. Sono gli inning clou che ti possono cambiare la partita. Ci sono per un motivo“.
Quali sono i tuoi piani per l’offseason, verso il 2027 e di miglioramento come persona e in termini di baseball?
“Ad ora non ci sono piani precisi. Sto valutando quale sia l’opzione migliore, la cosa stabile è la preparazione: trovare un posto che mi permette di allenarmi con continuità nella maniera migliore. Ho la possibilità di studiare anche online, sto facendo l’università online, non ho problemi ovunque io sia. La prossima stagione sarà con San Marino, ci si prepara al riscatto“.
All’università cosa stai facendo?
“Scienze Motorie“.
Non sei l’unico del mondo del baseball che si è inserito in quel percorso di studi.
“Mi è sempre piaciuto lo sport e il suo ambiente, trovare qualcosa che rimanga nell’ambito sportivo era ciò che volevo fare. La prima scelta era di fare il fisioterapista, il chiropratico o qualcosa del genere, e provare ad entrare in qualche ambito sportivo. Essendo un anno da qualche parte e un anno chissà dove, ed essendo fisioterapia molto statica con il tirocinio e tutto il resto, non mi permette di farlo. Questo era il piano B“.
Anche adesso che sei nel pieno della carriera pensi a un dopo, che è una caratteristica di molti, soprattutto in una situazione in cui serve anche assicurare un futuro a livello economico.
“Anche per questo: non si sa mai. Bisogna avere un piano B. Anzi, anche un piano C“.