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La Spagna ha un altro giocatore “da corsa” per il vertice: la testimonianza di Ethan Quinn su Rafael Jodar

Giandomenico Tiseo

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Rafael Jodar / LaPresse

Rafael Jódar ha sfiorato il titolo a Shanghai. In finale Alejandro Davidovich lo ha rimontato e battuto per 1-6, 7-6(5), 6-4, ma il ventenne di Leganés era avanti di un set e di un break e, sul 5-5 del terzo, si è procurato due palle break che avrebbero potuto cambiare la partita. Davidovich ha retto l’urto e ha chiuso il conto, ma la sensazione, lasciando il campo, era una sola: il posto di Jódar tra i grandi è questione di tempo.

Il 2026 è il suo primo anno di esperienza vera nel circuito maggiore, e il bilancio è già quello di un veterano: il primo titolo ATP a Marrakech, la finale di un Masters 1000 a Shanghai e quella di un ATP 500 a Washington, i quarti di finale al Roland Garros. Partito dalla 150ª posizione del ranking, oggi è a un passo dalla top-10 e coltiva concrete speranze di qualificarsi per le ATP Finals di Torino. Una parabola che ha pochi precedenti recenti, e che non è un exploit: lo conferma chi lo ha affrontato.

Ethan Quinn, ventidue anni e oggi numero 63 del mondo, ha incontrato Jódar al secondo turno dell’ATP 250 di Delray Beach, a febbraio, quando il nome dello spagnolo cominciava appena a circolare. Finì 6-2, 6-3 per Jódar. Ospite del podcast Nothing Major, l’americano ha spiegato che cosa lo avesse colpito di più: “La sua risposta al servizio. Riusciva a raggiungere tutte le mie battute e a restituirle con una potenza incredibile”. Anche quando il servizio non seguiva schemi ripetitivi, ha aggiunto, rispondeva “con molta aggressività ogni volta che ne aveva l’occasione“.

Il passaggio più interessante riguarda però la crescita. Il tennis di Jódar non è un prodotto finito che gli avversari possano studiare e neutralizzare. “All’inizio dell’anno avevo la sensazione che il suo servizio fosse un po’ più prevedibile“, ha raccontato Quinn, “ma ora credo che abbia imparato a variare molto di più le direzioni e a mascherare meglio le sue intenzioni. Continua a migliorare costantemente, e sia il suo servizio che la sua risposta stanno diventando sempre più pericolosi“. Per chi lo affronta, è la notizia peggiore possibile.

Quinn ha poi elogiato anche il gioco da fondo campo (“È molto bravo con entrambi i lati, ha un dritto potente“) e un’arma spesso trascurata, la palla corta, “un colpo che non viene valorizzato abbastanza“. Il meccanismo, secondo l’americano, è quello del drop shot di dritto incrociato: “Avanza e, quando sembra che stia per colpire con tutta la sua potenza, cambia ritmo e lascia una palla corta che ti coglie di sorpresa“. Quinn si è anche chiesto se dietro tanta efficacia ci sia una scuola: “Mi chiedo se il fatto che sia lui che l’altro giocatore siano spagnoli abbia qualcosa a che fare con questo. Hanno delle palle corte straordinarie e sanno come nasconderle alla perfezione“.

Aggiungendo i risultati del 2026 e la maturità mostrata nei momenti decisivi, l’ingresso in top-10 appare più una formalità che un traguardo incerto. Shanghai lascia il rimpianto di un titolo sfuggito di un soffio, ma per la Spagna resta soprattutto una certezza: il prossimo fuoriclasse è già qui, e ha solo vent’anni.

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