MotoGP

Il triste declino della Superbike. Da feroce rivale della 500cc a sorella indigente della MotoGP

Francesco Paone Casati

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Bulega e Lecuona Ipa Agency

Il campionato Superbike 2026 è finito. Ora, a bocce ferme, si possono mettere nero su bianco alcuni concetti, con il coraggio delle proprie opinioni e la consapevolezza di chi ha visto, con i propri occhi, il Mondiale Superbike. Quello vero. Una categoria che rappresentava una forte e concorrenziale alternativa al Motomondiale. Anzi, c’è stato un breve periodo storico in cui le derivate di serie godevano addirittura di un fascino superiore rispetto a quella del campionato in cui corrono i prototipi.

Bisogna ritornare alla fine del XX secolo, quando la 500cc era soggiogata dalla dittatura imposta da Mick Doohan e dalla Honda. Il Motomondiale aveva prosperato tra la fine degli anni ’70 e l’inizio dei ’90 grazie a fuoriclasse che avevano saputo essere al contempo personaggi. Uomini dotati di talento e carisma, capaci di dare a vita sfide entrate nell’immaginario collettivo.

L’ultimo di quella pasta è stato appunto Doohan, trovatosi però a spadroneggiare per mancanza di rivali alla sua altezza. Con tutto il rispetto possibile per gli Alex Crivillé, i Daryl Beattie, i Luca Cadalora e i Tadayuki Okada del caso, non c’è stato un avversario dell’australiano che potesse tenergli testa sul piano dell’abilità di guida e della personalità. La prima, vera, alternativa avrebbe potuto essere Max Biaggi, ma i due si sono incrociati solo di sfuggita. Sarebbe stata una goduria vedere un navigato Doohan sano e al top contro un rampante Valentino Rossi, ma questa resterà una mera fantasia proibita.

Viceversa, in quello stesso periodo, la Superbike era rigogliosa. Se la 500cc era un one-man-show, in SBK si assisteva a duelli feroci fra i vari Carl Fogarty, John Kocinski, Troy Corser, Aaron Slight, Scott Russell. Se la 500cc era proprietà esclusiva di una Honda dominante, in Superbike Ducati e Kawasaki erano allo stesso livello di HRC. Insomma, era un contesto sicuramente più rustico, ma al tempo stesso decisamente più affascinante di un Motomondiale scontato. Ai tempi, fra il pubblico, le due categorie godevano di una popolarità quasi analoga.

I più giovani forse stenteranno a credere a queste parole, poiché la Superbike di oggi è ben diversa, essendo divenuta letteralmente “La sorella povera” della MotoGP. Anzi, diciamo pure la sorella indigente. Siamo onesti. Indigente in termini economici e di talento. Le derivate di serie si sono tramutate in un ripiego, non essendo più un’alternativa. Salvo rare eccezioni, la SBK è diventato un rifugio per chi non trova spazio nel Motomondiale. In tutto e per tutto, una “Serie B del Motociclismo”.

Come si è arrivati a questo degrado? Sono due le ragioni, distanziate di un decennio. La prima è la conversione della classe regina del Motomondiale da 500cc a MotoGP. Senza differenza tecnica, il passaggio alle quattro tempi (peraltro della medesima cilindrata), ha fatto sì che i prototipi eclissassero le derivate di serie. Fisiologico, perché rappresentano la stessa cosa, ma molto più evoluta.

Il “colpo di grazia” è poi arrivato nel 2012, quando Dorna ha acquisito i diritti commerciali della Superbike, facendo venir meno qualsiasi dinamica concorrenziale. La società spagnola, già padrona del Motomondiale, si è trovata nella condizione di far convivere pacificamente due campionati sino a quel momento rivali. Come? Calmierando le derivate di serie, a maggior gloria della MotoGP.

Le conseguenze, le abbiamo sotto gli occhi. Bravo quanto si vuole Nicolò Bulega, i suoi record aritmetici restano e resteranno. Però non si dica che la Superbike di oggi è quella di 30 anni fa. Negli anni ’90, la SBK era maestosa e spettacolare. Oggi da’ tutta un’altra sensazione, ma è meglio non utilizzare vocaboli di alcun tipo. Perché, comunque, questa categoria merita di essere rispettata per ciò che è stata e per aver fatto innamorare del motociclismo tanti appassionati.

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