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Flavio Cobolli e le sconfitte inattese: c’è un problema di continuità

Giandomenico Tiseo

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Flavio Cobolli / LaPresse

La stagione di Flavio Cobolli resta ampiamente sopra le aspettative. Il romano è numero 7 del mondo e quinto nella Race per le ATP Finals di Torino. Eppure, proprio nel momento della sua consacrazione, emergono alcuni numeri che meritano attenzione.

La sconfitta contro Roman Safiullin a Pechino è la nona eliminazione all’esordio del 2026. Prima del russo erano arrivati Arthur Fery agli Australian Open, Luca Nardi a Montpellier, Jack Pinnington Jones a Dallas, Raphael Collignon a Miami, Ignacio Buse ad Amburgo, Frances Tiafoe a Halle, Román Andrés Burruchaga a Umago e Yannick Hanfmann a Montreal.

Non tutte queste sconfitte hanno lo stesso significato: Tiafoe è un top player e quella con Hanfmann è arrivata dopo due tie-break. Il dato, però, resta significativo per frequenza. Soprattutto se incrociato con un’altra statistica: contro giocatori fuori dalla top-10, Cobolli ha raccolto 29 vittorie e 18 sconfitte, con un rendimento del 63%.

Per un tennista ormai stabilmente nell’élite del circuito, è proprio questa la zona sulla quale intervenire. Cobolli ha dimostrato di poter battere avversari di primissima fascia e di competere nei grandi appuntamenti. Il passo successivo è riuscire a vincere con maggiore continuità anche le partite nelle quali il tennis non gira al massimo.

Qui entrano in gioco le caratteristiche del suo gioco. Cobolli costruisce gran parte della propria efficacia attraverso intensità, fisicità e pressione da fondo. È un tennis dispendioso, che richiede gambe e continuità. Quando le energie sono al massimo, il suo rendimento può salire molto; quando invece la brillantezza cala, diminuisce anche il margine che gli consente di superare giornate complicate.

La riflessione, quindi, riguarda anche la programmazione. In una stagione nella quale ha giocato tantissimo e raggiunto risultati di enorme peso, potrebbe diventare fondamentale scegliere con maggiore attenzione dove spendere energie. Non necessariamente giocare meno, ma arrivare più spesso ai tornei con le risorse necessarie per esprimere il proprio tennis.

Perché il salto definitivo non passa soltanto da un nuovo colpo o da una maggiore potenza. Passa anche dalla capacità di vincere le partite “sporche”, gestire le giornate negative e trasformare una prestazione non brillante in una vittoria.

Le nove uscite al primo turno e il 63% contro i non top-10 non ridimensionano il 2026 di Cobolli. Indicano, piuttosto, dove può esserci ancora margine di crescita. E per un numero 7 del mondo, è proprio questo il tipo di dettaglio che può fare la differenza.

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