Ciclismo
Filippo Pozzato: “Vedo Piganzoli meglio di Pellizzari per le corse a tappe. Mondiale e Lombardia più avvincenti senza Pogacar”
A pochi giorni dal via di Ride the Dreamland 2026, dalla nuova base operativa di PP Sport Events a Marostica, abbiamo incontrato Filippo Pozzato, ex professionista e dal 2020 alla guida della società che ha dato vita a una rassegna capace di ritagliarsi, edizione dopo edizione, uno spazio sempre più importante nel calendario ciclistico internazionale. L’obiettivo, fin dall’inizio, è stato quello di dare una nuova identità alle classiche corse di un giorno, provando a svecchiare un modello organizzativo tradizionale e a trasformare ogni appuntamento in un’esperienza capace di coinvolgere non soltanto i corridori, ma soprattutto il pubblico. Una filosofia che Pozzato ha portato avanti con determinazione, cercando di cambiare il modo di vivere il ciclismo sulle strade, tra spettacolo, intrattenimento e un rapporto sempre più diretto con gli appassionati. Un progetto ambizioso, arrivato alla sua sesta edizione, che ha trovato nella Regione Veneto e nelle istituzioni del territorio interlocutori fondamentali per la crescita di una manifestazione che, nel corso degli anni, ha saputo consolidare il proprio prestigio. Dal Giro del Veneto alla Veneto Classic, passando per la Serenissima Gravel e gli appuntamenti dedicati agli amatori, fino alla Veneto Women, introdotta lo scorso anno per dare ulteriore visibilità a un movimento femminile in continua espansione. Con Pozzato abbiamo fatto il punto sulla crescita di Ride the Dreamland, sulle difficoltà organizzative e sulle ambizioni future, prima di allargare lo sguardo al ciclismo internazionale. Dalle prospettive dei giovani talenti italiani Giulio Pellizzari e Davide Piganzoli all’ascesa di Paul Seixas, passando per Remco Evenepoel e Tadej Pogacar, il cui dominio continua a dividere gli appassionati tra ammirazione e desiderio di assistere a corse più aperte e imprevedibili. Nonostante siano ancora corse relativamente giovani, Veneto Women, Giro del Veneto e Veneto Classic possono già considerarsi delle Classiche a tutti gli effetti, sempre più attese dagli appassionati e con un prestigio crescente. Un risultato che premia il grande lavoro portato avanti da tutta PP Sport Events.
Qual è il bilancio di questi anni?
“Il bilancio è sicuramente positivo, siamo in continua crescita e questo è l’aspetto che mi rende più soddisfatto. Non è semplice, perché organizzare eventi ciclistici in Italia significa confrontarsi quotidianamente con numerose difficoltà, soprattutto dal punto di vista burocratico ed economico. Nonostante questo, siamo riusciti a costruire qualcosa di importante e vogliamo continuare a farlo crescere. Crediamo molto anche nel ciclismo femminile: la Veneto Women è una corsa importantissima per noi e rappresenta un investimento sul futuro. L’obiettivo, nei prossimi anni, è riuscire a organizzare anche una versione femminile della Veneto Classic, dando ancora più spazio e visibilità alle ragazze”.
Quali linee guida ti sei prefissato per accrescere ulteriormente il livello di queste corse nei prossimi anni?
“Le linee guida sono sempre le stesse e partono inevitabilmente dalle risorse economiche, perché per migliorare l’organizzazione e offrire servizi sempre più importanti al pubblico servono investimenti. Abbiamo iniziato a costruire qualcosa di diverso, come il party sulla Tisa, proprio con l’idea di creare un’esperienza che vada oltre la semplice corsa ciclistica. Vogliamo che le persone vengano sulle strade non soltanto per vedere passare i corridori, ma anche per divertirsi, trascorrere una bella giornata e vivere un evento a 360 gradi. Questo è il nostro format e continueremo a investire soprattutto sul pubblico, perché credo sia fondamentale per avvicinare sempre più persone al ciclismo”.
Sotto sotto c’è anche la speranza di riuscire a portare, prima o poi, corridori del calibro di Remco Evenepoel o Tadej Pogacar sulle strade delle tue corse?
“La speranza c’è ogni anno, naturalmente. Il problema principale delle nostre corse, però, è legato alla data e alla loro collocazione nel calendario internazionale. Arriviamo in un momento della stagione in cui molti dei grandi campioni hanno già concluso i propri impegni oppure sono inevitabilmente stanchi dopo un’annata molto intensa. Se riuscissimo a trovare, insieme all’UCI, una soluzione per anticipare le nostre corse anche soltanto di un mese, diventerebbe sicuramente più semplice attirare nomi importanti. Credo che questo potrebbe rappresentare un ulteriore salto di qualità per tutta la manifestazione”.
Giulio Pellizzari ha disputato una buona stagione, mancando però negli appuntamenti clou come Giro e Mondiali. Possiamo dire che gli manca ancora qualcosa per essere competitivo ai massimi livelli e che questo divario si possa colmare con pazienza nei prossimi anni?
“A me Giulio piace tantissimo, sia come corridore sia come persona. Credo che su di lui siano state riposte aspettative molto importanti, forse anche troppo elevate rispetto a quelle che possono essere oggi le sue reali caratteristiche. È un corridore forte, che secondo me può vincere delle brevi corse a tappe, ma sinceramente non mi aspetto che possa arrivare sul podio di un Grande Giro, perché non credo che quel tipo di risultato sia alla sua portata. Questo non significa assolutamente sminuire il suo valore, ma bisogna anche essere realisti rispetto al livello degli avversari. Per quanto riguarda il Mondiale, bisogna considerare che oggi, con il livello che c’è nel ciclismo, è veramente difficile riuscire a mantenere una condizione altissima per tutta la stagione ed essere sempre protagonisti. Forse, in vista di un appuntamento così importante, sarebbe necessario programmare un avvicinamento diverso, ma non è semplice, perché un corridore deve anche rispettare gli obiettivi e la programmazione della propria squadra. Giulio, comunque, ha disputato una buona stagione, è andato forte anche prima del Giro d’Italia e credo che abbia corso bene anche la Corsa Rosa”.
Ti aspettavi questa crescita da parte di Davide Piganzoli?
“Assolutamente sì, perché Piganzoli è un corridore nel quale credo molto. Anzi, se devo fare un confronto, secondo me nelle corse a tappe è più forte Piganzoli di Pellizzari. Davide ha caratteristiche che gli permettono di essere competitivo su percorsi molto impegnativi e penso che abbia ancora margini di crescita importanti. È un ragazzo che, con il tempo e con la giusta maturazione, può arrivare anche a giocarsi un podio in un Grande Giro. Poi, naturalmente, bisogna fare i conti con il livello del ciclismo attuale: con i fenomeni che ci sono oggi, riuscire a vincere un Giro d’Italia o un Tour de France è diventato estremamente complicato, anche per corridori di grandissimo valore”.
Quali margini di miglioramento intravedi in Paul Seixas?
“Seixas mi aveva già impressionato tantissimo alla Strade Bianche, dove aveva fatto vedere delle qualità fuori dal comune. Poi al Tour de France è andato molto bene, soprattutto considerando la sua giovane età, ma credo che abbia compiuto un salto di qualità enorme. Una delle cose che mi ha colpito maggiormente è stato il risultato ottenuto al Mondiale a cronometro, che secondo me dimostra quanto sia già competitivo ad altissimo livello. Oltre alle qualità fisiche, però, quello che mi piace di lui è soprattutto la testa. Mi sembra un ragazzo molto intelligente, con una grande mentalità e soprattutto con tanta umiltà. Anche dopo il Mondiale ha dimostrato di avere l’atteggiamento giusto: non deve considerare quel risultato come un fallimento, ma semplicemente come un altro mattoncino nel suo percorso di crescita. Ha davanti a sé un futuro davvero importante e credo che possa migliorare ancora tantissimo”.
Remco Evenepoel ha già conquistato Europei, Mondiali e Olimpiadi, dimostrando di essere uno dei corridori più completi della sua generazione. Secondo te un giorno riuscirà a vincere anche Giro d’Italia e Tour de France?
“Remco è un corridore che va veramente fortissimo, questo è fuori discussione. Personalmente non è uno dei miei preferiti, soprattutto per il suo atteggiamento, perché a volte lo trovo un po’ troppo spavaldo. Però bisogna riconoscere che è un fuoriclasse assoluto e che un personaggio come lui fa sicuramente bene al ciclismo, anche per la personalità che porta all’interno del gruppo e per l’attenzione che riesce a generare. Il suo grande problema, se così vogliamo chiamarlo, è quello di correre negli stessi anni di Tadej Pogacar. Quando ti trovi davanti un fenomeno di questo livello, diventa inevitabilmente molto più difficile riuscire a vincere determinate corse, soprattutto i Grandi Giri. Credo che questo possa rappresentare il limite più grande per Remco, non tanto per una mancanza di qualità, quanto per il livello straordinario della concorrenza che si trova ad affrontare”.
Per tuo gusto personale, il ciclismo è più appassionante con o senza Tadej Pogacar? Il suo dominio rischia di togliere imprevedibilità e spettacolo alle corse?
“A me il modo di correre di Tadej piace tantissimo, perché è un corridore spettacolare, che attacca, che non ha paura di rischiare e che interpreta il ciclismo in maniera straordinaria. È un grandissimo campione e questo nessuno può metterlo in discussione. Però devo anche ammettere che ultimamente il suo dominio sta rendendo le corse un po’ noiose. Il Mondiale e il Lombardia, per esempio, sono state due gare molto divertenti proprio perché non c’era lui. Abbiamo visto corse più aperte, nelle quali diversi corridori hanno avuto la possibilità di giocarsi la vittoria e dove il risultato è rimasto incerto. Quando invece c’è Pogacar, spesso sai già come andrà a finire, perché è talmente superiore agli altri da riuscire a fare la differenza quando vuole. È un fenomeno assoluto, ma inevitabilmente finisce per ammazzare un po’ il ciclismo, rendendo le corse più monotone. E per chi guarda da fuori, avere un po’ di incertezza in più è sicuramente qualcosa di bello”.