Ciclismo
Etienne Grimod alla prova dei Mondiali su pista: “Ganna e Milan mostri sacri. La madison mi diverte”
Etienne Grimod, ciclista su strada e su pista, è stato ospite dell’ultima puntata di Talent Zone, rubrica in onda sul canale YouTube di OA Sport. Numerosi gli argomenti affrontati tra cui il recente successo agli Europei Under 23, la passione per la bicicletta e gli imminenti Mondiali su pista di Shanghai.
Sugli Europei Under 23: “È stata sicuramente una bellissima esperienza. Sapevamo di essere una squadra abbastanza forte, anche se ovviamente non sapevamo di essere i migliori. L’avvicinamento è stato buono perché abbiamo lavorato molto sulla coesione del gruppo, visto che c’erano alcune nuove pedine da schierare. Abbiamo puntato molto sulla forza del gruppo. L’Europeo è iniziato con l’inseguimento individuale, nel quale sono riuscito a conquistare il bronzo. C’è stato un po’ di rammarico perché sapevo di essere al livello del mio compagno Renato (Favero, ndr), che ha vinto, ma ho sbagliato qualcosina in qualifica. Alla fine sono comunque riuscito a cogliere una medaglia di bronzo, che va sempre bene. Nell’inseguimento a squadre siamo partiti con una qualifica nella quale non stavamo benissimo, ma siamo riusciti subito a segnare il primo tempo. In semifinale abbiamo corso in controllo, sapendo di essere anche superiori, mentre in finale abbiamo dato il meglio e siamo riusciti a vincere”.
Sul valore della coesione in uno sport basato su tecnica e capacità individuali: “Prima dei grandi appuntamenti facciamo sempre dei ritiri a Montichiari, dove c’è il velodromo al chiuso in cui ci alleniamo. Cerchiamo di essere presenti tutti, anche per creare un gruppo al di fuori dell’ambiente lavorativo. Per lavorare sulla coesione in gara facciamo molte prove di gruppo tutti assieme. Se ci pensi, alla fine siamo in quattro, sono quattro atleti che viaggiano a più di 60 km/h. Se non c’è il giusto feeling tra noi e prevale soltanto l’individualità, viene fuori un pasticcio. Bisogna quindi lavorare molto in gruppo, facendo prove e allenandoci insieme, per trovare il giusto feeling e arrivare alla corsa pronti a fare quello sforzo quasi a occhi chiusi”.
Sull’emozione di vincere con atleti conosciuti da tanto tempo: “Da junior avevamo vinto l’Europeo e il Mondiale. Di quel gruppo sono rimasti Renato Favero e Matteo Fiorin, quindi con loro avevo già il giusto feeling e sapevamo come comportarci. Tra i nuovi innesti c’erano Christian Fantini e Ares Costa, che è stato schierato soltanto in semifinale. Bisognava lavorare soprattutto sui nuovi arrivati e capire come potessero rendere, anche in base alle loro caratteristiche. Alla fine siamo riusciti a lavorare bene, nonostante questi nuovi innesti, che hanno dato anche loro i propri frutti. Siamo riusciti a fare bene”.
Sui campionati italiani: “Venivo da un periodo in cui ero parecchio stanco. Ho tirato la corda praticamente da gennaio a luglio, senza tirare il fiato tra Coppe del Mondo e appuntamenti su strada. A luglio ero veramente stanco: già agli Europei iniziavo a perdere un po’ di colpi. Allora ho deciso di fare una tirata unica fino agli Italiani e poi staccare per qualche giorno. Ai Campionati italiani ho scelto di correre soltanto il primo giorno, quando c’erano lo scratch e l’inseguimento a squadre, che siamo riusciti a vincere. Ho poi corso l’ultimo giorno l’inseguimento individuale e, a sorpresa, la Madison, che non avevo mai fatto in vita mia, con il mio compagno Renato, siamo riusciti a conquistare il bronzo. Ci siamo divertiti molto: è stata soprattutto un’esperienza da vivere per divertimento”.
Sulla scoperta quasi casuale della madison nei recenti campionati italiani: “Non avendola mai fatta e non conoscendo le dinamiche di corsa, non sapevo quanto contasse il tempismo: bisogna farsi trovare dal compagno in un determinato punto della pista e darsi i cambi giusti. Io e Renato non sapevamo nulla di tutto questo, quindi ci siamo improvvisati. Avevamo però buone gambe e siamo riusciti comunque a difenderci bene. È stata un po’ una sorpresa perché, al mattino, mi sono presentato e il commissario tecnico Salvoldi ci ha chiesto se volessimo provare a cimentarci nella specialità. Ho detto: «Perché no? Proviamo per divertimento». Avevo già corso anche a Fiorenzuola e mi ero divertito tantissimo nelle corse di gruppo, paradossalmente proprio quando non cercavo il risultato. Quando non cerchi il risultato, a volte le cose vengono da sé. Mi sono divertito veramente tanto e ho pensato: perché non provare qualcosa di nuovo anche agli Italiani? C’era un caldo assurdo. Mi sono presentato in pista e il pedale non si agganciava più perché avevo rotto una tacchetta. Non me ne ero accorto: fino alla prova precedente, quella dell’inseguimento individuale, funzionava tutto. Probabilmente la tacchetta si era rotta mentre camminavo. Sono arrivato in pista, non riuscivo ad agganciarmi al pedale e non capivo quale fosse il problema. Alla fine ho recuperato le scarpe di scorta: di solito viaggiamo sempre con due o tre paia di scarpe di scorta. Ho cambiato le tacchette al volo e siamo riusciti a partire. Non sempre, quindi, va tutto per il verso giusto”.
Sul percorso sportivo: “Ho iniziato ad avere le prime biciclettine, quelle senza pedali, più o meno a due o tre anni. Ricordo che mio padre mi aveva preso una bicicletta normale da bambino, con i pedali, e mi aveva messo le rotelle. A due anni e mezzo gli chiedevo di inclinare le rotelle perché volevo provare ad andare senza. All’inizio non si fidava, ma alla fine, inclinando sempre di più le rotelle, sono riuscito a pedalare senza. È partito tutto da lì, all’età di due anni e mezzo. A sei anni ho iniziato a fare le gare. Ho cominciato con la mountain bike perché sono originario della Valle d’Aosta, dove la cultura del ciclismo su strada è meno diffusa: si pratica molto di più la mountain bike, il gravel e il fuoristrada. Ho continuato con la mountain bike fino alla categoria juniores, quando ho deciso di cambiare ambiente e approcciarmi anche alla strada e alla pista. Da lì sono entrato nell’orbita della Nazionale. In Italia c’è il velodromo al coperto di Montichiari, dove andavo ad allenarmi; facendo delle prove e dei test sono riuscito a guadagnarmi le prime convocazioni. Da lì è partito tutto”.
Sul momento della svolta per la propria carriera: “Direi quando sono passato dalla mountain bike alla strada. Ero arrivato a un punto in cui non trovavo più gli stimoli in quello che facevo. Ho deciso di cambiare totalmente, praticamente dall’oggi al domani, e sono riuscito a trovarmi subito bene. Sotto questo punto di vista è andata bene”.
Sui primi risultati importanti: “Nel primo anno da junior, il primo in cui ho corso veramente su strada, i primi cinque o sei mesi sono stati abbastanza un inferno, perché non sapevo nulla di questo mondo. Ho però avuto la fortuna di essere in una squadra che mi ha aiutato a crescere. Ho avuto la fortuna di correre nella squadra di Gianluca Bortolami. Lui è stato un grandissimo professionista e mi ha guidato nei due anni da junior, aiutandomi veramente in tutto. In pochi mesi sono riuscito a raccogliere molto e a imparare molto. Da lì sono arrivati i primi risultati. Ho iniziato ad allenarmi e mi sono detto: perché non provare anche in pista? L’avevo già sperimentata da allievo di secondo anno e mi era subito piaciuta, quindi ho mantenuto il connubio tra strada e pista. È stato interessante perché non mi aspettavo di ottenere già dei risultati nel primo anno in cui mi ero dedicato alla strada e alla pista. Nel secondo anno, invece, mi sono detto: «Adesso faccio le cose seriamente e vediamo cosa posso raccogliere». Ho iniziato a vincere le prime gare su strada e, con la Nazionale, siamo riusciti a vincere le Coppe del Mondo in pista. Quella è stata un po’ la svolta: ho capito che potevo davvero farlo”.
Sulla preferenza strada-pista e sulla gestione durante l’anno del doppio impegno: “La mia disciplina preferita è la pista. Inizialmente, da junior, puntavo molto sulla strada: pensavo che quella potesse essere la mia strada, scusa il gioco di parole. In pista, però, mi sono sempre trovato bene. È qualcosa che mi è venuto abbastanza naturale e dove, alla fine, ho raccolto i risultati migliori. Per quanto riguarda la seconda domanda, la base dell’allenamento è comunque su strada, perché il volume di ore e alcuni lavori si svolgono sempre lì. Non possiamo vivere sempre a Montichiari, quindi gli allenamenti si fanno principalmente a casa, su strada. Man mano che ci si avvicina agli appuntamenti, di norma si va in pista una volta alla settimana, poi con maggiore frequenza. Si fanno ritiri di tre o quattro giorni, a volte anche di una settimana, per perfezionare tutto. Alcuni lavori si possono fare su strada, ma quelli specifici per la pista si possono svolgere soltanto in pista. Per quanto riguarda il calendario, la programmazione su strada deve tenere conto degli impegni in pista. All’inizio dell’anno ci sono gli Europei élite, che di norma si disputano a febbraio. Durante la preparazione invernale mantengo sempre uno o due allenamenti settimanali in pista proprio per prepararmi alla rassegna continentale. Poi ci sono le Coppe del Mondo, generalmente tra aprile e maggio. Tra maggio e giugno c’è un periodo di stacco dagli impegni in pista, mentre su strada arrivano appuntamenti importanti, di solito il Giro Next Gen. Finito il Giro Next Gen, si torna in pista per preparare gli Europei di luglio. Ci sono poi le Sei Giorni di Pordenone e Fiorenzuola e i Campionati italiani su pista. L’appuntamento principale della stagione è però il Mondiale di ottobre, che quest’anno si disputa a Shanghai, in Cina. È il più importante, soprattutto perché inizia il percorso di qualificazione olimpica”.
Sull’attuale abitazione: “Per comodità mi sono spostato vicino al Lago Maggiore, anche per una scelta familiare. I miei genitori hanno deciso di cambiare, ma abbiamo ancora tutta la famiglia in Valle d’Aosta: i nonni, i parenti, tutti sono ad Aosta. Sono stato abbastanza nomade. Ho vissuto due anni a Castano Primo, vicino alla sede di Bortolami, poi ho trascorso due anni alla Biesse-Carrera, vivendo tra Bergamo e Castano. Ogni tanto salivo ad Aosta, mentre quest’anno sono più stabilmente sul Lago Maggiore, dove mi trovo bene. Le strade per allenarmi ci sono, sono a circa un’ora e mezza o due ore dalla pista e posso cercare gli amici. Alla fine mi trovo bene”.
L’esperienza del Giro Next Gen: “Sì, è il secondo. Negli anni mi sono accorto che, dal primo anno a quello attuale, il livello si è alzato in maniera esponenziale, raggiungendo livelli veramente assurdi. Quest’anno è stata più una sofferenza che un divertimento. Avevo preparato il Giro, ma sapevo che l’appuntamento su cui puntavo maggiormente era l’Europeo su pista. L’avevo preparato mantenendo comunque il lavoro specifico per la pista e forse non era la soluzione ideale per affrontare un Giro Next Gen così impegnativo. Sono comunque riuscito a disputare cinque tappe. A un certo punto non ce la facevo più e sono andato a casa. Anche perché, dopo aver vinto la quarta tappa con Fiorin, c’è stata una sorta di liberazione: ci siamo detti che il nostro l’avevamo fatto e che avremmo proseguito facendo quello che riuscivamo. Per un corridore come me non aveva molto senso affrontare le ultime tre tappe, che erano veramente dure e tutte di montagna, anche in vista dell’Europeo su pista. Abbiamo quindi deciso di fermarci e, una volta rientrato, ho ripreso gli allenamenti in pista”.
Sulla percezione della preferenza per la pista e le proprie caratteristiche: “Sicuramente è una cosa che non si supera mai del tutto: ti adatti. Da primo anno era molto diverso. Per fare un esempio banalissimo, con gli stessi allenamenti che facevo quest’anno, magari due anni fa riuscivo a essere performante e ad arrivare davanti. Adesso, con l’evoluzione dei materiali, della nutrizione e di tutto il resto, bisogna essere sempre al massimo. Mi sto accorgendo che, per il tipo di corridore che sono, ultimamente faccio veramente fatica a emergere su strada. È un po’ per le mie caratteristiche e un po’ perché mi piace molto quello che faccio in pista, così come l’ambiente che c’è. Ho quindi deciso di cambiare un po’ mentalità: continuo a tenere la strada, perché va comunque mantenuta, ma ho un occhio di riguardo per la pista. Non è una cosa da superare, nel senso che la accetti perché alla fine è quello che mi viene bene. Sto bene in pista e quindi, se una cosa ti riesce e ti diverti anche, perché fare qualcosa che non vuoi fare?”.
Sulla possibile partecipazione allo stayer: “In realtà lo stayer non mi ha mai interessato particolarmente. Lo guardo e non mi dispiace, ma è una specialità che non mi attira molto. Perché no, però? Anche per divertimento, provare qualcosa di nuovo può essere interessante. Non si sa mai, magari potrebbe piacermi. Per il momento, comunque, va bene così: c’è già abbastanza lavoro da fare e preferisco concentrarmi sulle cose in cui riesco meglio”.
Sulla differenza tra i vari velodromi e la pista preferita: “Le piste cambiano tantissimo da una all’altra, anche se certe piste sono simili alle altre. Tra quelle al chiuso e quelle all’aperto c’è un abisso, perché entrano in gioco fattori esterni come il meteo. Nelle piste al coperto il vento non incide, mentre contano comunque l’umidità, la temperatura e la pressione dell’aria. Quando arriviamo a un appuntamento, valutiamo tutti questi aspetti. Come pista preferita direi quella di Konya, in Turchia: è molto veloce, davvero molto veloce. Rispetto a Montichiari, a parità di valori, si riesce a girare due o tre decimi più velocemente al giro, facendo lo stesso identico sforzo. Conta molto anche il meteo. Ricordo il Mondiale in Cile dell’anno scorso: quando eravamo arrivati avevamo fatto delle prove e fuori faceva molto caldo, quasi trenta gradi, nonostante fosse ottobre. In quei giorni il meteo è cambiato completamente. In Sud America le stagioni sono opposte rispetto alle nostre e, dopo due o tre giorni, ci svegliavamo al mattino con dieci gradi. Il freddo non ci ha aiutato e abbiamo dovuto adattarci. Bisogna trovare la quadra. Non sei mai sicuro di come andrà: conta molto l’insieme delle condizioni, ma alla fine ciò che conta di più sono le sensazioni. Se stai bene, che la pista sia calda o fredda, riesci comunque ad andare. Quando invece sei un po’ in difficoltà, inizi a guardare maggiormente i dettagli: se la pista è fredda, ti regoli in un modo; se è calda, puoi gestirti diversamente”.
Sulla gestione prima delle gare, sul rapporto con la pressione e la presenza della musica nella propria preparazione: “Negli ultimi anni sono riuscito a migliorare molto il mio rapporto con l’agitazione e la pressione. Quando era tutto più nuovo, vivevo peggio questi momenti: ero ansioso e avevo delle preoccupazioni. Negli ultimi anni, invece, quando devo fare una gara è quasi come se stessi andando ad allenarmi. Se sai di essere pronto, sei tranquillo. Da questo punto di vista sono molto sereno: se sei preparato, fai il massimo e quello che viene, viene. Non puoi fare altro. L’unico momento in cui sono stato veramente in ansia è stato il mio primo Mondiale élite. Era una pressione che mi mettevo da solo, non dovuta a fattori esterni. Era tutto nuovo e non volevo deludere le aspettative. In quel momento pensavo: «Adesso salgo sul blocco e devo dimostrare». Per il resto quando salgo sul blocco spengo tutto, metto da parte i pensieri e parto. Come va, va: do il massimo e basta. Per quanto riguarda la routine, mi alzo con calma. E poi c’è la musica: ne ascolto tantissima, davvero di ogni tipo. In questo periodo, visto che siamo in pista e ci sono anche i grandi come Jonathan Milan e Filippo Ganna, ascoltiamo molto gli ABBA. Mi hanno fatto scoprire quella musica e ascoltiamo anche brani rilassanti. Ascolto molto anche Vasco Rossi. Come routine pre-gara, invece, scelgo musica che mi dia un po’ di carica. Ascolto molto Eminem e musica funk, ma in generale ascolto davvero di tutto”.
Sulle aspettative per i Mondiali di Shanghai e la preparazione svolta: “Entrare nella squadra è già un traguardo impegnativo, perché ci sono atleti molto importanti come Filippo Ganna e Jonathan Milan. Sono dei mostri sacri, quindi il primo obiettivo è riuscire a far parte della squadra. Una volta là, penseremo alla gara: cercheremo di stare tranquilli, dare il meglio e raccogliere il massimo con la squadra che abbiamo”.
Sui prossimi appuntamenti: “Su strada penso di aver finito la stagione, a parte qualche corsa vicino a casa alla quale mi farebbe piacere partecipare, magari per fare un po’ di ritmo anche prima del Mondiale, se partirò. Per quanto riguarda la pausa, ho prenotato le vacanze dal 22 ottobre al primo novembre: andrò in Thailandia. Sarà un posto nuovo, anche perché mi piace molto viaggiare e vedere luoghi diversi. Poi mi rilasserò un po’. Di solito trascorro novembre e dicembre a Sanremo, dove mi trovo molto bene e ho una casa. Si sta bene al caldo e riesco ad allenarmi bene, nel senso che sono tranquillo. Mi piacciono molto le località di mare, quindi lì sto bene”.