Biathlon

Biathlon, la stagione post-olimpica spesso genera vincitrici inattese. Sarà così anche nel 2026-27? Tabù da spezzare per Vittozzi e le francesi

Francesco Paone Casati

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Lisa Vittozzi / Federico Angiolini

Gli sport invernali cominciano a entrare nel vivo. Siamo reduci da un weekend in cui sono iniziati lo sci alpino, il pattinaggio di figura e lo short-track. Al riguardo, l’occasione è propizia per lanciare un tema legato ad altre discipline. Manca esattamente un mese alla genesi della Coppa del Mondo di biathlon. L’edizione 2026-27 del massimo circuito scatterà da Kontiolahti, in Finlandia. La gara inaugurale non segnerà solo l’avvio di un nuovo inverno, bensì di un intero quadriennio olimpico. Anche nella stagione alle porte assisteremo a un cambio della guardia al vertice, o addirittura a un trionfo del tutto inatteso?

Il punto è che generalmente le stagioni post-olimpiche sono foriere di radicali cambiamenti nelle gerarchie internazionali. Soprattutto nel settore femminile, sul quale è doveroso focalizzarsi. Se consideriamo il biathlon del XXI secolo, quello con quattro format di gara e sistemi di punteggio affini a quello attuale, ci renderemo conto di come gli anni inaugurali del nuovo quadriennio partoriscano “nuove vincitrici” della Sfera di cristallo, autentiche consacrazioni attese da tempo ma mai concretizzatesi, piuttosto di sorprese clamorose.

Come detto, la tendenza è marcata fra le donne. Nel 2002-03 si assistette a una delle stagioni più strane di sempre, al termine della quale emerse vincitrice Martina Glagow, che entrò nella storia, diventando la prima tedesca a imporsi in classifica generale. Nel 2006-07 trionfò un’altra teutonica, Andrea Henkel, che però prima di quell’inverno non aveva mai avuto il profilo dell’atleta capace di lottare per la Sfera di cristallo.

Non parliamo poi del 2010-11, quando si ammirò l’incredibile ascesa di Kaisa Mäkäräinen, che passò improvvisamente dal ruolo di comprimaria a quello di protagonista assoluta (complice anche un azzeccato cambio di materiali). Differente il caso del 2014-15, inverno in cui Darya Domracheva conseguì la tanto agognata Coppa del Mondo assoluta. Incredibilmente, la bielorussa non l’aveva ancora conquistata, nonostante avesse già al collo 3 ori olimpici e 2 mondiali!

Il 2018-19 è stato l’anno di Dorothea Wierer, sbocciata definitivamente dopo essere sovente stata a ridosso delle top di gamma, categoria nella quale l’azzurra ha fatto breccia proprio otto stagioni orsono. Infine, nel 2022-23, è accaduto esattamente lo stesso con la francese Julia Simon, consacratasi al vertice dopo essere finalmente uscita dalla scomoda fascia delle wannabe.

Insomma, la tendenza è cristallina. Sei Coppe del Mondo post-olimpiche nel XXI secolo, sei vincitrici che prima di allora non si erano mai fregiate della Sfera di cristallo. Anzi, addirittura quattro di loro (Glagow, Henkel, Mäkäräinen e Simon) non avevano neppure chiuso fra le prime tre una graduatoria assoluta! Agatha Christie sosteneva che “tre indizi fanno una prova”. Figuriamoci sei! Sono una sentenza.

Dunque, quanto appena esposto non è una buona notizia per la già citata Simon, per Lisa Vittozzi e per Lou Jeanmonnot. Loro tre, una Coppa del Mondo, l’hanno già vinta. È anche vero che si parla di precedenti e non di futuro. Quello è imperscrutabile. Chissà se una delle due francesi, piuttosto dell’italiana, sarà in grado di compiere qualcosa di inedito nel biathlon del XXI secolo. La risposta l’avremo il 21 marzo 2027.

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