Nuoto

Alessia Filippi: “Non ho avuto la caparbietà di Simona Quadarella. Smisi a 25 anni perché non ero più felice”

Alessandro Passanti

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Alessia Filippi / LaPresse

Alessia Filippi è stata l’ospite dell’ultima puntata di OA Focus, in onda sul canale Youtube di OA Sport. L’ex nuotatrice azzurra si è raccontata a 360 gradi tra una carriera straordinaria fatta di tantissimi successi e ricordi ed un post-carriera che le sta regalando tanti spunti importanti.

La campionessa romana inizia il suo racconto dai suoi primi passi nel nuoto: “Ho iniziato a nuotare da piccolissima attorno ai 3 anni e non ho mai mollato la vasca. Si può parlare di amore a prima vista con il primo sport che ho provato. Avrei voluto provarne anche altri e, infatti, l’ho realizzato dopo il ritiro. Mi sarebbe piaciuto, per esempio, fare uno sport di squadra dopo che ho fatto 25 anni uno individuale. Ora ho provato la corsa e mi ha aiutato molto a livello di equilibrio dato che nuotavo 6 ore al giorno a livello orizzontale, poi aggiungiamo le ore di sonno e, di conseguenza, in verticale stavo davvero poco. Quando camminavo facevo fatica a livello di coordinazione. Ad ogni modo il mio ambiente è e sempre rimarrà l’acqua”.

Una sua grande erede è, senza dubbio, Simona Quadarella che ha ammesso che Alessia Filippi non è certo stata una atleta indifferente per lei: “L’ho scoperta da qualche anno per mezzo di un giornalista che me ne ha parlato. Dopo il suo bronzo Mondiale nel 2017 mi ha detto che ero il suo idolo e mi chiedeva gli autografi quando era piccola. Anche più di uno alla volta facendo più file. Per me è stato un onore essere il suo idolo. Da giovane non te lo immagineresti mai di diventare il punto di riferimento di qualcuno. Penso anche che ci assomigliamo sotto qualche punto di vista, anche se lei è molto meglio di me in vasca. Ha avuto più caparbietà ed è al top da tanti anni. Una capacità che io non ho avuto. Mi piace guardarla nuotare, la ammiro tanto e avrei voluto essere come lei. Il mio idolo da giovane, invece? Senza dubbio Massimiliano Rosolino. Ho una foto con lui di quando avevo 12 anni. Max aveva appena vinto a Sydney 2000 e ci era venuto a trovare in piscina. Per noi fu una grandissima emozione”.

Iniziare in nazionale da giovanissima ha più pro o contro? “Il nuoto è uno sport nel quale si inizia solitamente molto presto anche se ultimamente la longevità è aumentata. Io per esempio ho dato il via alla carriera in nazionale a 16 anni. Ci sono dei contro? Non li ho mai visti, sinceramente. Io ho vissuto tutto molto bene ed in maniera graduale. La prima scrematura arriva a livello giovanile, quindi quando si arriva in nazionale tutto è naturale”.

Alcuni ricordi sono indelebili per la classe 1987: “A 16 anni ho fatto gli Europei in vasca lunga a Madrid, quindi dopo qualche mese ero già alle Olimpiadi di Atene 2004. Che ricordi! Il Villaggio Olimpico è stato assolutamente indimenticabile. Per Europei e Mondiali è tutto molto più semplice, mentre ai Giochi sei letteralmente in un piccolo paese nel quale tu in primis devi essere brava a gestire tutto, anche i trasferimenti. A quell’età vedere campioni assoluti di ogni sport di fianco a te è stato meraviglioso, dai calciatori come Pirlo ai giocatori della NBA. Non c’è differenza tra sport e tra sportivi. Tutti siamo allo stesso livello. Quello è il bello delle Olimpiadi”.

Una carriera che ha vissuto tante soddisfazioni e, di pari passo, cambiamenti: “Io nasco come dorsista e mistista anche se le medaglie più importanti le ho vinte nello stile libero. La prima medaglia importante della mia carriera arriva nei 400 misti negli Europei 2006, per esempio. In teoria dovevo vincere anche i 200 dorso, ma erano gare ravvicinate a soli 10 minuti di distanza e, per lo sforzo e l’acido lattico prodotto, non sono stata in grado di fare quello che dovevo fare. Peccato”.

Dopodichè arriva il grande amore per le distanze più lunghe: “Nei 400 misti ero sempre sul terzo o quarto posto mondiale con americane e australiane che erano fortissime. Per quel motivo mi sono allenata di più sullo stile libero e ho aumentato le distanze. Gli 800 metri? Io non volevo farli per nessuna ragione all”inizio. Il mio allenatore, invece, mi propose di fare una gara sui 1500, ma di fermarmi agli 800. Se avessi fatto il record italiano avrei proseguito, altrimenti no. Accettai la scommessa e feci avvero il primato. Da quel momento ho quindi proseguito. I 1500? Sono arrivati con calma. Io proprio non amavo quella distanza. Ho iniziato nel 2008 e non li ho fatti tante volte. Anche se non li amavo ho fatto anche due record europei e ho vinto tanto”.

Lo stile di gare di Alessia Filippi è stato sempre particolare. Partenze lente e rimonte feroci nel finale: “Un modo di gareggiare che, se non hai un pizzico di pazzia, non puoi fare. Puoi controllare tutto, ma lo sport non è matematica. Devi lavorarci molto su questo aspetto. Il mio corpo mi faceva rendere il meglio con una seconda parte migliore. Le mie avversarie mi conoscevano e, infatti, partivano fortissimo. Era anche una questione di testa. Altre avrebbero mollato, io invece sapevo che dovevo proseguire in quel modo, rimanere concentrata nel mio e sapevo che potevo recuperarle. Quello che è successo anche con il titolo iridato. Dalla camera di chiamata sapevo che avrei gareggiato così e che ce l’avrei fatta. Ero anche in casa, figuriamoci se avrei mai mollato quell’oro a Roma! Dopo una grande rimonta ero salita in prima posizione a 200 metri dall’arrivo e sapevo che da lì in avanti avrei dovuto tenere duro”.

Dopo 3 Olimpiadi e tanti successi, a 25 anni Alessia Filippi ha chiuso la sua carriera: “Come mai? Beh, venivo da un infortunio abbastanza grave, non colto subito tra le altre cose. Durante i Mondiali di Roma mi faccio male nel corso dei 1500, con molta probabilità, con la spalla che mi dava molto dolore. Un dolore che è proseguito a lungo, pensando che si trattasse di una infiammazione. Anche a livello mentale mi ero stancata e non ho ascoltato il mio corpo. Mi sono fissata che dovevo andare avanti in ogni modo nonostante facessi 16 chilometri al giorno in vasca e anche palestra. Tutto questo con un dolore che non mi permetteva nemmeno di guidare o spazzare. Dopo un anno e mezzo capiamo che non era una semplice infiammazione, ma la mia scapola si era mossa ed era andata, diciamo così, per i fatti suoi. A quel punto mi fermo per sei mesi, faccio la riabilitazione e valuto una operazione perché non riuscivo a fare nulla. Non so come, ma vengo rimessa in piedi, arrivo a Londra 2012 dopo una rincorsa incredibile ma, ormai, la mia testa era andata altrove. Diciamo che non avevo recuperato e arrivavo all’evento molto affaticata sotto ogni punto di vista. Non va come volevo che andasse e, al ritorno, capisco che avevo finito. Non valeva la pena non essere felice. Avrei potuto fare diversamente? Non lo so. Forse so che ho una parte irrisolta del mio percorso, ma penso che succeda a chiunque in ogni ambito. Non ho rimpianti perchè sono stata fortunata. Ho fatto quello che volevo, ho raccolto tanto e non è scontato”. 

Alessia Filippi racconta che non ci sono mai stati ripensamenti: “Non ho mai pensato al ritorno. Avevo capito che era giunto il mio tempo di smettere. Ho avuto attorno a me persone importanti, in primis mio marito, che mi hanno sostenuto in tutto e accompagnato nella mia nuova vita. Ora sono madre, alleno i giovani, collaboro con Sport&Salute assieme a Magnini e Rosolino tra gli altri e cerco di promuovere lo sport nelle scuole. Tra le tante cose abbiamo l’obiettivo di raccontare lo sport ai giovani ed a far loro capire che non bisogna mollarlo perchè sarà un tesoro per tutta la vita”. 

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