Atletica
Alberto Barbera svela il segreto di Filippo Dezza: “È arrivato per caso, ma ha grandi potenzialità”
Alberto Barbera, allenatore, tra gli altri, di Filippo Dezza e responsabile della velocità per Fidal Lombardia, è intervenuto nell’ultima puntata di Sprint Zone, rubrica in onda sul canale YouTube di OA Sport. Al centro della puntata il percorso compiuto da Filippo Dezza e un focus su Roberto Rigali e Matteo Togni. Importante la riflessione riguardante il lavoro sul territorio che sostiene lo sviluppo dell’atletica italiana.
Sulla carriera da atleta: “Ho fatto atletica, ma ero abbastanza scarso. Facevo gli ostacoli. Non ero un ostacolista, ma facevo gli ostacoli senza grandi risultati. Stiamo parlando della metà degli anni ’80, metà anni ’90, diciamo in quel range. Ho smesso a 25-26 anni, quando ho iniziato a lavorare e soprattutto comunque avevo problemi ai tendini d’Achille che da qualche anno non mi lasciavano in pace. Quindi ho deciso: a questo punto interrompo la mia non brillante carriera di atleta. Però, avendo una grande passione per l’atletica, mi sono innamorato di questo sport. Mi son detto: vado, provo ad allenare. Inizio il mio percorso con la società di Dante Acerbis, con cui sono nato, nel settore dei giovanissimi, quindi esordienti, e poi piano piano sono cresciuto”.
Sul lavoro al campo CONI di Bergamo: “Nelle prime fasi non ho iniziato con Dante Acerbis nella sua società di Albino, quando fu l’oratorio Albino all’epoca, e ho fatto qualche periodo a Caravaggio perché io sono stato, adesso non vorrei che il professore si arrabbiasse, atleta di Orlando Motta, purtroppo senza ottimi risultati, ma non per colpa del professor Motta. Lui mi ha trasmesso la grande passione e soprattutto le grandi competenze. Penso che Orlando Motta a tutt’oggi sia uno dei massimi esponenti come allenatore da cui attingere esperienza e mi confronto costantemente con lui sul campo tuttora. È un grosso apporto”.
Sugli studi accademici: “All’epoca era ancora ISEF. Ripeto sempre, sicuramente per merito dell’atletica, perché ero appassionato di sport, un grande appassionato di sport, e devo ribadirlo grazie anche al professor Motta, è lui che mi ha indirizzato. Mi ha dato la spinta per fare l’università, per fare l’ISEF. Io, finite le superiori, ho iniziato a lavorare. Ho lavorato un po’ in fabbrica, ho fatto un po’ il postino e poi lui, a un certo punto, mi ha detto: “Ma prova a fare, visto la tua passione, l’università con l’ISEF”. E da lì è stata una scelta azzeccata, quindi sono contento”.
Sull’incontro con il professor Motta: “Io l’ho conosciuto quando ero nella categoria juniores, quindi avevo 17-18 anni, mentre frequentavo le superiori. Poi sì, io ho iniziato tardi, a 24 anni. Praticamente ho fatto il servizio militare e poi ho lavorato un po’ in fabbrica e ho capito che la mia strada non era quella”.
Sulle ore giornaliere dedicate all’attività di tecnico: “Allora, diciamo che, scuola permettendo, fortunatamente faccio un lavoro che me lo permette, perché una scelta è stata anche quella di voler allenare, quindi poter fare un lavoro comunque che rimane inerente allo sport o all’attività fisica e mi dava spazio il pomeriggio per allenare. Io generalmente dalle tre sono al campo fino alle sette e mezza-otto tutti i giorni. Però è una grande passione, io quando sono al campo sto bene, quindi è la mia valvola di sfogo. Nonostante i problemi che ci sono, tutte le preoccupazioni, però mi piace stare lì”.
Su come si scopre un grande talento: “Allora, io riporto la mia esperienza, in realtà anche con altri atleti, poi magari racconto un aneddoto. Penso sia per caso, ovviamente è casuale, ma tu al campo ci devi essere. Per quello io al campo ci sto tutti i giorni, perché i ragazzi vengono al campo e quindi tu li accogli. Poi ovviamente nel 99% dei casi non sono Filippo Dezza, però sul grande numero, nel corso degli anni, lo trovi. Filippo è venuto casualmente, o meglio, lui ha iniziato a fare atletica casualmente, facendola ad Azzano San Paolo. Io sono in buoni rapporti con il tecnico di Azzano San Paolo. Quando lui ha visto la potenzialità di Filippo, mi ha detto: “Guarda, secondo me è meglio se viene da te, perché lui allena i ragazzini. Penso che tu possa fargli fare un percorso migliore. Si vedeva già che aveva delle potenzialità. La sua prima gara nei 100 credo fece 11″20. Pronti via, arriva al campo, si mette sul blocco, in gara e fa 11″20, quindi è un bel punto di partenza. Anche nel 200 la prima gara fece 22″40. Pronti via, senza allenamento, quindi di suo. È fortuna. È un aneddoto, magari, con Marco Vistalli, atleta degli anni 2008, 2009, 2010, nel 2012, fu finalista agli Europei a Helsinki nei 400 metri. Lui arrivò all’atletica perché non sapeva più che sport fare e mise in una bacinella vari sport: calcio, nuoto, atletica. Estrasse il bigliettino ed uscì atletica leggera. Quindi quel giorno venne al campo con la madre, nella categoria allievi, e da lì è iniziato il percorso. È proprio fortuna. Ho avuto Hassane Fofana, anche lui è arrivato per caso. Si era trasferito da Brescia a Capriate, quindi cercava un campo d’allenamento, venne al campo e c’ero io. Quindi fortuna, diciamo”.
Sul numero infinito di potenziali atleti di talento: “Negli anni passati, secondo me, stiamo parlando degli anni ’60-’70, penso che era più facile perché comunque la scuola aveva un ruolo fondamentale che adesso purtroppo non ha. Siamo relegati veramente all’ultimo gradino, non abbiamo strutture, le ore di attività sono veramente poche. Quindi adesso, secondo me, i ragazzi devono venire sul campo. Non li scopri più a scuola, o raramente li scopri a scuola”.
Sulla scelta dell’atleta di sperimentare nuove strade: “Giustamente io penso che un atleta, a un certo punto, debba, se sente il bisogno, sperimentare altre strade. Mi hanno sempre insegnato che l’atleta ha una sola carriera, il tecnico può avere infiniti atleti. Quindi è giusto che, se un atleta sente il bisogno di provare qualcos’altro, sperimentare e dire “Ok, ci provo”, qua ha funzionato così, adesso vediamo in un altro contesto, ben venga. Secondo me è qualcosa che gli atleti devono fare a un certo punto. Ho seguito negli ultimi quattro-cinque anni della sua carriera Giulia Pennella. Proprio alla fine aveva problemi ai tendini, quindi purtroppo si è riproposto dopo l’operazione ancora un problema al tendine, nello sperone osseo, e quindi non aveva più voglia di subire, giustamente, un’altra operazione e rimetterci”.
Sulle difficoltà di Rigali: “Roberto è sempre stato non molto fragile. Niente di grave, però sempre piccoli acciacchi che ovviamente gli fanno interrompere il percorso di preparazione. Quest’anno, è riuscito Roberto ad allenarsi continuativamente solo tre settimane, le tre settimane prima dei campionati italiani. E in quelle tre settimane lui è cresciuto tantissimo dal punto di partenza. Dopo Firenze per eventi non dipendenti da noi non è più riuscito ad allenarsi. Ovviamente, non avendo un anno alle spalle di allenamenti, la condizione è scesa velocemente, tant’è che poi ai Giochi del Mediterraneo ha fatto due garacce proprio brutte. Però Roberto, se devo dire, si è allenato costantemente, cioè lui è sempre venuto al campo, ma i veri allenamenti sono durati tre settimane. Poi era tutto recupero: “Guarda quel dolorino, quindi questo lo togliamo, prova a far quello”. Poi sembrava recuperato, un altro dolorino da un’altra parte, quindi togliamo sempre. E siamo andati: togli, togli, togli, togli. E alla fine, quando togli troppo, non rimane niente. Lui adesso è in Sardegna con Filippo Tortu a vedere il rally. Poi credo li facciano salire come copiloti nel giro di ricognizione”.
Sulla ripresa degli allenamenti di Rigali: “Riprende settimana prossima. Poi, vero, Roberto è uno molto sensibile. Ha pro e contro, nel senso che è molto sensibile, quindi appena sente qualcosa fuori posto, se ne accorge subito e non vuole allenarsi, nel senso che vuole recuperare. Questo è un contro. Il pro è che comunque basta poco per mandarlo in condizione. Nel senso che lui assimila molto bene e velocemente gli allenamenti. Soprattutto, facendo i 100 metri, ovviamente se dovessimo parlare di 200 metri ci metto una pietra sopra, perché io credo che Roberto sia da cinque anni che in allenamento non corre una distanza più lunga di 110 metri, perché ha problemi alle ginocchia per la sua conformazione fisica, la rotula disallineata e quindi non può correre le curve, o meglio, non può correre troppe curve. Poi se ne deve correre un paio quando provi i cambi, quando deve correre lo fa. Però non possiamo allenarci in curva. Purtroppo al campo dove ci alleniamo al massimo sono 110 metri la distanza più lunga che riesce a correre”.
Sulla staffetta di Budapest: “Sì, in quell’occasione lui le curve le ha corse. Però fa la gara oppure durante i raduni prova i cambi. Ovviamente non fa venti prove, fa due-tre prove, il giorno dopo può stare a riposo e ha degli equilibri molto delicati. Lui non può correre troppo piano, ad esempio. Se corre troppo piano ha problemi alle ginocchia, quindi va bene, diciamo: la situazione è che può solo correre veloce”.
Su una possibile stagione indoor: “Sì, la sua stagione è indoor. Secondo me il suo potenziale maggiore lo può esprimere nell’indoor. Lui ha un’ottima fase di accelerazione, quello è il suo punto forte. Il suo punto critico è la resistenza alla velocità. Sì, purtroppo sono tre o quattro anni che non riusciamo a fare indoor per un motivo o per l’altro. Ma ripeto, per motivi anche abbastanza banali e mai cose serie. Però un anno ha preso una distorsione alla caviglia, quindi ora che recupera. Un anno, facendo una partenza dai blocchi, al secondo appoggio gli ha ceduto il ginocchio. Quindi quell’anno non ha potuto farle indoor. L’anno prima, dopo Budapest, è stato arruolato nei Carabinieri e ha avuto le due settimane di corso. È uno molto delicato, quindi ha tenuto gli anfibi e abbiamo perso praticamente la stagione indoor. Spero che sia l’anno buono, anche perché non ha ancora tanti anni. Roberto, essendo del ’95, siamo agli sgoccioli, spero altri tre-quattro anni. Lui, da un altro punto di vista, è integro, nel senso che non è usurato, anche perché non si è allenato tantissimo, quindi non può essere usurato, e ha un grande potenziale secondo me non ha ancora espresso quello che può esprimere”.
Sulla prima gara indoor di Rigali: “La sua prima gara indoor fu ai Campionati Europei vinti da Samuele Ceccarelli. Fece 6″61 quell’anno Roberto e partecipò al campionato. Anche lì sfortunato perché i giorni prima di partire prese l’influenza e quindi arrivò debilitato all’appuntamento agli Europei”.
Su Matteo Togni: “Matteo è un mio atleta da poco tempo, da settembre, in accordo col suo vecchio allenatore che per impegni suoi lavorativi non riusciva più a seguirlo. Quindi ha chiesto se l’avessi accettato nel mio gruppo, ben volentieri. Quest’anno lui ha avuto una microfrattura al piede. Ha fatto qualche gara indoor. Durante le gare indoor ha avvertito dolore e ha subito una microfrattura. Ci ha messo tanto per riprendere perché io lo seguo da settembre. Adesso sembra che non abbia problemi, però le microfratture sono ostiche, non bisogna affrettare i tempi. Speriamo sia il suo anno perché potenzialmente è molto forte”.
Sulla responsabilità di allenare un prospetto di valore: “Me le prendo volentieri le responsabilità. Onestamente non sento tanto il peso, nel senso che io ci metto tutto quello che posso metterci, quindi da quel punto di vista non ho rimpianti. Adesso ti dirò che io penso siano quindici anni che non vado in vacanza, perché a giugno, luglio, agosto io sto con i miei atleti che si devono allenare, avendo le competizioni poi verso fine agosto. Riprende la scuola e quindi basta. Però mi sembra doveroso nei confronti dei ragazzi che si affidano a me. Ho detto prima, l’atleta ha una carriera e se io ho deciso di fare un percorso con loro, voglio dare tutto quello che posso. Poi sbaglierò sicuramente, anzi sono più le volte che sbaglio di quelle che faccio bene. Però lo faccio provando a dare tutto, il mio apporto non mancherà mai a loro”.
Sulle possibilità difficoltà derivanti dal cambio di ostacoli per Matteo Togni: “Ha già corso con gli ostacoli alti, sì. È un ragazzo alto e quindi non ha problemi. Anzi, probabilmente con gli ostacoli bassi lui tendeva ad abbassarsi. Lui non ha più dolore e ovviamente è stato fermo molto. Quindi lui tutta l’estate praticamente è stato fermo e sì, poi ha fatto dei lavori, però non è come allenarsi. Abbiamo ripreso a settembre molto gradatamente. Ha iniziato con tre allenamenti a settimana. Adesso siamo passati a quattro e fra un paio di settimane passerà a cinque e fra un mesetto ripassiamo ai sei allenamenti, cioè su sei giorni. Io non amo fare il doppio allenamento, quindi magari ho sessioni molto più lunghe. Non so, ipotizzo: iniziano ad allenarsi alle 16:00 e finiscono alle 19:00-19:30. Negli anni ho sperimentato e mi sembra più efficace così che fare il doppio allenamento. Magari la mattina vanno in una palestra a fare un po’ di lavoro di core, di stabilizzazione, con stability e, diciamo, rafforzamento dei gruppi muscolari secondari”.
Sulla stagione indoor per Togni: “Io penso proprio di sì. L’obiettivo è quello comunque, partire dalle indoor, anche perché un po’ di tempo devi recuperarlo, nel senso che un anno senza gare è tanto. Quindi sicuramente le indoor le utilizziamo anche come antipasto per le outdoor”.
Su Filippo Dezza: “Allora, in realtà non è andato in vacanza nemmeno lui. Si è preso tre settimane, o meglio, è durato tre settimane lo stacco, anche se in realtà non ha staccato completamente perché poi lui ogni tanto va in palestra. Ha detto: va bene, quindi qualche giorno e ha ripreso ieri. Diciamo che la preparazione ha ripreso ieri, sta bene. Ovviamente è stato fermo, cioè già lui ha finito la stagione bene e quindi da sano”.
Sulla difficoltà di programmare il lavoro di quest’anno: “Allora sì, nello scorso anno con lui, poiché sono due anni che fa atletica, siamo partiti dalla base. Ovvio, la base era molto buona. L’ho trattato come probabilmente si può trattare un allievo, e quindi da imparare a livello tecnico, da imparare tutto. Ha ancora grosse lacune, ad esempio, sull’uscita dai blocchi in accelerazione. Dobbiamo lavorare tanto con lui adesso. Penso che il suo miglioramento debba arrivare da lì, sulla punta di velocità, perché lui, rispetto agli altri duecentometristi che corrono i 200 come lui, ha una punta di velocità più bassa. Ha una buona base di resistenza naturale, tant’è che l’anno scorso abbiamo ipotizzato di provare a passare ai 400. Poi abbiamo detto: no, dai, aspettiamo un anno. E in realtà abbiamo fatto bene ad aspettare. Lui potrebbe anche essere un buon quattrocentometrista, secondo me. A inizio stagione abbiamo fatto la 4×400 ai campionati di società nella Serie B a Torino. In una frazione lanciata sembra aver corso in 47″8, quindi ovviamente seguendo un avversario, perché lui non ha idea del ritmo. Poi gli ultimi 100 metri gli sono andati via e ha fatto 47″8. Quindi potenzialmente anche nei 400 potrebbe essere bravo. Lui non ci sente, giustamente. Adesso direi che prima dobbiamo esplorare tutto quello che si può esplorare nei 200 metri, poi ci penseremo”.
Sulla scelta dei 200 per Dezza: “Io non impongo nulla mai ai miei atleti, quindi sono decisioni condivise. Dico che nel mio gruppo vige un’anarchia controllata. Ovviamente la vita è loro, la carriera è loro, quindi le scelte, soprattutto con adulti, perché mi sto confrontando con adulti prima di tutto, le devono prendere loro. Poi io posso assecondarle, posso essere d’accordo, possiamo discuterne, però le scelte le devono prendere loro”.
Sui margini di crescita di Dezza e la sua capacità di recepire i consigli: “Filippo è un ragazzo serio. Adesso non vorrei che passasse come una cosa dispregiativa, cioè un ragazzo semplice, nel senso che non ha tanti grilli per la testa. Ha un obiettivo chiaro in testa e lo persegue. Lo scorso anno sì, io avevo parlato coi genitori di Filippo. Lui fa ingegneria e gli dissi: “Date un po’ di respiro a Filippo con gli esami. Lasciategli un paio d’anni perché potrebbe essere la sua strada l’atletica anche a livello professionale”. E per fortuna i genitori mi hanno dato retta. Quindi Filippo comunque ha fatto gli esami, però non ha mai mancato un allenamento. Non dico che ha messo prima l’atletica della scuola, però almeno le ha messe sullo stesso livello. Ovviamente da quest’anno, se va come deve andare, le priorità devono cambiare. Nel senso che se vuole, poi per carità, la scelta è sempre sua, però se vuole provare a fare quello che lui ha in testa non può, tra virgolette, pensare ad altro. O meglio, pensa ad altro come valvola di sfogo, nel senso che l’università può servirgli per non essere troppo focalizzato ventiquattro ore al giorno su questo. Però ovviamente le priorità cambiano. Quest’anno poi sto pensando, lo dico, con i tre ragazzi più importanti, quindi Togni, Roberto e Filippo, di farmi affiancare. Però l’ho sempre fatto tutto io: un lavoro di forza, lavori sul campo, programmazione gare e via. E sui lavori di forza penso di farmi dare una mano da un mio collaboratore in FIDAL Lombardia, che secondo me è molto bravo sulla forza e quindi cerchiamo magari di fare quel passettino in più, se si può, anche da quel punto di vista”.
Sugli obiettivi ambiziosi per la nuova stagione: “Quest’anno potevi dire: sicuramente il sogno proibito sono i Campionati Mondiali. E non vorrei azzardare un tempo, però penso che si possa intuire, se tanto mi dà tanto, dove vogliamo avvicinarci. Sicuramente il muro dei venti secondi”.
Sulla prima gara all’estero: “Filippo è stata una sorpresa, ad esempio, da questo punto di vista, perché prima dei Campionati Europei Filippo non aveva mai gareggiato all’estero. Il campionato europeo è stata la sua prima gara all’estero. Lui ha fatto i campionati regionali, ha fatto delle gare provinciali, aveva fatto sì i campionati italiani giovanili. Lo scorso anno fu portato come riserva, quindi under 23, quindi non aveva proprio esperienza internazionale. In realtà ha dimostrato di non subire la pressione, anzi, se posso dirlo, magari di esaltarsi in quella situazione. E questa è una bella base di partenza. E lì devo dire che è tutto merito suo, nel senso che è qualcosa che nessuno gliel’ha data o io gli ho dato qualcosa. Magari sì, io posso trasmettere tranquillità. Io non sono uno che mette pressione, onestamente, sul gruppo. Se vieni a vedere un nostro allenamento, penso che il 50% del tempo i ragazzi stiano ridendo. Però poi viene vissuta seriamente, perché credo che sia questo il contrasto che si deve dare. C’è un’attività veramente seria, non si può lasciare indietro nulla, perché ovviamente gli altri non lasciano indietro nulla. Quindi se tu vuoi emergere devi fare il massimo, però devi farlo con la leggerezza assicurandoti che non diventi un peso quello che stai facendo. Dico sempre: siamo qua al campo, meglio di qua non puoi stare, fai quello che ti piace, ti diverti a correre. Non devi avere una pressione, sennò ottieni l’effetto contrario”.
Sulla possibile stagione indoor per Dezza: “Se sta bene, sicuramente sì, anche perché è un punto su cui dobbiamo lavorare: c’è l’accelerazione e la velocità di punta, quindi può essere un’ottima base di partenza per migliorare quei suoi punti, tra virgolette, deboli rispetto al resto. Poi, se pensiamo in ottica Mondiali, i Mondiali sono molto tardi, quindi quest’anno cercheremo anche di fare più volte i 100 metri, cioè l’anno prossimo, nel senso la prossima stagione. Quest’anno è riuscito, ha fatto un 100 metri, perché poi un evento dietro l’altro non siamo più riusciti a incastrarli. Io sono uno che non ama farli gareggiare troppo e stressarli troppo da quel punto di vista. Glielo dico per paura degli infortuni, cioè nel senso che preferisco che abbiano recuperato bene, perché so che dopo un infortunio è un dramma. Quindi da quel punto di vista lì sono molto parsimonioso. Probabilmente perdono delle occasioni, può anche essere. Perché io vedo atleti che gareggiano bene e fanno tante gare. I miei atleti non fanno tantissime gare, non sono uno che ama far tante gare proprio per questo motivo. È anche vero che probabilmente questo permette loro di prolungare la carriera. Non lo so, lo dico io adesso qua, poi la controprova non ci sarà”.
Sulla passione per gli ostacoli: “Gli ostacoli sono il mio amore, quindi ho accettato ben volentieri anche per quello. Sì, diciamo che la maggior parte degli elementi possono farli assieme. Comunque un 110 deve correre veloce i 100, hai mai visto nessuno correre veloce i 110 e lento i 100? Io infatti correvo molto lenti i 100 e correvo molto lenti i 110”.